‘Ndrangheta, la storia del boss del Poro e dell'angelo giustiziere tatuato sul cuore

Raffaele Fiamingo venne freddato in un agguato a Spilinga nel 2003 e il suo omicidio al centro del processo nato dall'operazione “Errore Fatale” racconta anche del legame distorto degli ndranghetisti con la religione

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di Pietro Comito
2 luglio 2021
18:51
Il tatuaggio di San Michele Arcangelo sul corpo di Raffaele Fiammingo
Il tatuaggio di San Michele Arcangelo sul corpo di Raffaele Fiammingo

Quel tatuaggio sul petto del boss all’altezza del cuore: un simbolo identitario e appartenenza. Raffigura l’Arcangelo Michele. L’angelo giustiziere, spada in pugno, che schiaccia Satana. Il difensore del Popolo di Dio. Il protagonista della seconda guerra terrena di Maria contro il Drago. Colui che squillerà la tromba del giudizio finale, quando il Regno dei cieli verrà restituito da Gesù Cristo al Padre, in eterno. Il protettore della Polizia di Stato. Ma anche, per la malavita, il santo della ‘ndrangheta, ritratto (non più e non solo) nei santini bruciacchiati durante i battesimi in carcere e fuori.

Il petto è quello di Raffaele Fiamingo, detto “il Vichingo“, il boss del Poro – residente a Rombiolo – che cadde nella notte del 9 luglio 2003, sotto una pioggia di fuoco che da Spilinga che fece tremare l’intera provincia. Quella notte non doveva morire solo il Vichingo, ma anche Ciccio Mancuso alias Tabacco (fotino a sinistra), il boss ribelle dell’ala dei Panti (i figli di Domenico Mancuso, appartenente alla “generazione degli undici”, ovvero gli undici fratelli che da Limbadi e Nicotera crearono un impero criminale) che ebbe l’ardire di sfidare lo strapotere degli zii. Gravemente ferito – racconta oggi Emanuele Mancuso, nipote di Tabacco e primo storico collaboratore di giustizia del casato ‘ndranghetista – preferiva morire che sopravvivere all’onta di un agguato subito, ma fu salvato dal figlio primogenito, che lo condusse in ospedale.


Il tatuaggio di Fiamingo – indicato dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella, come un componente della cosiddetta «Caddara», ossia il direttorio criminale che avrebbe dominato il Vibonese – è ritratto nel fascicolo medico legale acquisito nel carteggio alla base del processo Errore Fatale: alla sbarra Cosmo Mancuso, detto Michele, boss della “generazione degli undici” e quindi zio di Francesco Mancuso alias Tabacco, imputato di essere il mandante, e Antonio Prenesti detto Yoyò e Domenico Salvatore Polito, accusati di essere gli esecutori materiali dell’agguato consumato al civico 57 di viale Resistenza a Spilinga, alle 3.30 del  luglio 2003. Il boss del Poro fu ucciso con sei colpi di pistola (due al torace, quattro alle gambe) esplosi da mezzo metro distanza. Anche Mancuso fu colpito all’addome e al torace, segno che chi ha sparato mirava ad uccidere. L’intervento chirurgico e cui fu sottoposto, però, gli salvò la vita.

Si rischiò una faida interna al clan, che poteva violare la regola aurea: «Nessun Mancuso deve morire», così disse, intercettato nel carcere di Viterbo, Diego Mancuso, fratello di Ciccio Tabacco. Poi, nell’ottobre successivo, scattò la maxioperazione Dinasty. La convalescenza, le carcerazioni eccellenti ed il tempo, sopirono in parte i propositi di rappresaglia. Quella notte di sangue, però, cambiò per sempre la storia della ‘ndrangheta nel Vibonese. Svela, nell’ultima udienza del maxiprocesso Rinascita Scott Andrea Mantella: era Fiamingo il boss del Poro, dopo il suo omicidio, Peppone Accorinti estese il dominio da Zungri sull’intero altopiano. Tra i Mancuso, invece – racconta Emanuele – la scarcerazione dello zio Luigi, il Supremo, fermò i propositi di belligeranza. Sopiti, ma forse non del tutto cancellati. 

Giornalista
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