‘Ndrangheta: i clan lametini fra elezioni ed un clima di terrore come a Palermo

Nelle intercettazioni riferimenti alle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino, citate quale modello di paura da instaurare pure a Lamezia Terme

di Luana  Costa
23 maggio 2017
12:55

Portare anche a Lamezia Terme la strategia di paura e terrore innescata in Sicilia con le stragi di Capaci e via d’Amelio in cui trovarono la morte i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’intenzione dei clan non sarebbe stata quella di colpire nessun magistrato, ma di alimentare un clima di continua tensione per impaurire commercianti ed imprenditori. Ne sono convinti gli inquirenti che hanno eseguito questa notte 52 provvedimenti di fermo nei confronti del clan Torcasio-Cerra-Torcasio. La “crisalide” (nome dato all’operazione) è il processo di sviluppo che è stato preso ad esempio dai carabinieri del comando provinciale di Catanzaro. Per descrivere il propagarsi del controllo criminale della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri sul territorio lametino - sottolineano i magistrati nel fermo - uno degli arrestati nelle intercettazioni si diceva "oltremodo intenzionato ad attuare a Lamezia Terme Nicastro, un programma criminoso, consistente nella perpetrazione di danneggiamenti a scopo estorsivo ai danni di attività commerciali, nei confronti delle quali avrebbe impiegato ordigni esplosivi, la cui micidiale potenza evocava quelli utilizzati dalla mafia per commettere le stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, nelle quali, tra gli altri, perdevano la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". 

 

Questa l'intercettazione e il commento degli inquirenti così come riportato nel provvedimento di fermo:

Antonio MICELI: "... e si ... tra oggi e domani ... mi fa sapere quanto vogliono. Gli ho detto o Ci quanto vogliono vogliono tu
bloccali tutti ... che ... facciamo Falcone e Borsellino a Lamezia ... ".

 

Per gli inquirenti, Miceli faceva riferimento alla micidiale potenza degli ordigni esplosivi da utilizzare nell’area lametina per commettere danneggiamenti a scopo estorsivo, paragonabile a quelli utilizzati nelle stragi di Capaci e via D’Amelio.  

 

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Al vertice del sodalizio si sarebbe posto Antonio Miceli, marito di Teresa Torcasio, quest’ultima nipote di Teresina Cerra. Sarebbe stato proprio Antonio Miceli a prendere le redini del clan dopo un incontro avvenuto il 23 maggio del 2014 in carcere al cospetto di Teresina Cerra da cui avrebbe ottenuto l'investitura.

 

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Ventuno sono invece gli episodi estorsivi che i carabinieri avrebbero ricondotto alla mano del sodalizio criminale negli ultimi tre anni. Tra questi anche l'attentato al forno Angotti, che tanto clamore ha suscitato nella pubblica opinione, e l’atto intimidatorio contro la cooperativa di don Giacomo Panizza. L'organizzazione, secondo quanto riferito in conferenza stampa dal comandante provinciale dei carabinieri Marco Pecci, avrebbe sfruttato la "manodopera" di ragazzi molto giovani - non più di 25 anni - per attuare dapprima un controllo sulle piazze di spaccio allargando poi le attività alle estorsioni e alle intimidazioni come metodologia di controllo del territorio. Proprio la giovane età degli affiliati renderebbe ragione della "sfrontatezza" e della "spavalderia" di alcuni atti intimidatori ripagati dalla cosca con poche decine di euro o con la cessione di sostanze stupefacenti.

 

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Nel corso dell'indagine sarebbero inoltre emersi collegamenti con altre organizzazioni operanti fuori regione per l'approvvigionamento del materiale esplosivo e delle armi e con referenti politici locali. Un incontro tra un candidato alle scorse elezioni amministrative a Lamezia e un rappresentante della cosca sarebbe stato immortalato dagli inquirenti.

 

 

Il candidato sarebbe stato fatto sedere all'interno di un'autovettura e condotto nel fortino dei Cerra-Torcasio-Gualtieri per ottenere, questa l'ipotesi al vaglio degli inquirenti, appoggio elettorale. Su questo specifico episodio le indagini sono ancora in corso. Il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri ha inoltre sottolineato come, nel corso della campagna elettorale, alcune attività di attacchinaggio fossero gestite in esclusiva dal clan in favore del candidato di riferimento. "Oggi con il fermo di 52 persone - ha dichiarato il procuratore Nicola Gratteri - riteniamo di aver azzerato questa famiglia. Siamo convinti di poter guardare al territorio lamentino con maggiore tranquillità".

 

Luana Costa

Giornalista
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