Processo Epicentro

’Ndrangheta nel Reggino, il collaboratore di giustizia Cristiano: «Ecco come i clan si spartivano Villa San Giovanni»

I dettagli emersi nell'ambito del processo Epicentro. L'uomo racconta gli interessi delle cosche, le estorsioni ad amministratori locali messe in atto e l'intimidazione alla Caronte

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di Elisa Barresi
3 giugno 2022
21:10

Le cosche di Villa San Giovanni e come veniva diviso il territorio con il clan Condello. È stato questo il tema principale affrontato davanti al Tribunale collegiale nel dibattimento “Epicentro”, in corso a Reggio Calabria. Ad essere incalzato dal pm De Cara è stato il collaboratore di giustizia villese Vincenzo Cristiano, finito in cella a seguito dell’inchiesta “Sansone” nel 2016, che ha colpito le cosche di Villa San Giovanni e della zona nord del capoluogo. L’uomo, condannato per associazione mafiosa, turbativa d’asta ed estorsione ha raccontato in prima battuta la sua escalation criminale partendo nella cosca villese Zito – Bertuca.

L’ingresso nel clan

«Conoscevo i fratelli Bertuca ma ho avuto con loro un rapporto mafioso nel 1990. Abbiamo messo una bomba a un finanziere – ha raccontato il pentito -. Poi li ho rivisti (Vincenzo e Pasquale) nel 2000 con cortesie saltuarie. Ma dal 2007 è diventata una frequenza assidua e lì è nato un rapporto più stretto». Ma Cristiano scende nei particolari spiegando come era composto il vertice del clan e quali fossero le azioni criminali compiute negli anni in questione. «Il capo – ha detto – era Vincenzo per anzianità, ma il capo operativo era Pasquale, era quello che si sedeva a più tavoli di ‘ndrangheta ed era il più temuto. Nel 2010 hanno arrestato Pasquale e ho fatto un’estorsione per conto suo al sindaco Rocco La Valle, perché mi ha mandato un’ambasciata dal carcere. Ho incontrato altri personaggi sempre per conto suo».


La pace con i Condello

Ma Villa faceva gola anche alle cosche reggine e in particolare ai Condello, con i quali i Bertuca, secondo quanto raccontato in aula dal pentito, scesero a patti. «A Villa a un certo punto vi è stato un avvicendamento per chi doveva chiedere il pizzo e io personalmente su mandato di Vincenzo Bertuca sono andato a chiarire. A Vincenzo lo accompagnavo agli appuntamenti con Demetrio Condello. Andrea Vazzano era il condelliano responsabile a Villa. Tra Bertuca e Condello era un rapporto di pace perché Villa è stata divisa tra il gruppo Imerti/Buda-Condello e gli Zito-Bertuca». Ma la pace tra i clan ha visto momenti di fibrillazione, che Cristiano definisce «momento tragico quando è stato arrestato Domenico Condello, perchè è successo di tutto e di più e siamo intervenuti come gruppo Zito-Bertuca. I rapporti con i Condello erano buoni, Pasquale si incontrava con Domenico (il latitante, ndr) ma con tutti aveva buoni rapporti, con Franco Benestare, con Gino Molinetti, con Paolo Schimizzi che stravedeva per lui perché Pasquale era super conosciuto».

L’intimidazione alla Caronte

I Condello, racconta il pentito, avevano diritto a una quota delle estorsioni a Villa e questo «era stato stabilito da Nino Imerti. Noi ci occupavamo principalmente di estorsioni a commercianti, imprenditori soprattutto nell’edilizia, anche attraverso posti di lavoro come alla Perla dello stretto o l’Avr. Alla Caronte non ci siamo riusciti ad avere i posti di lavoro e gli abbiamo bruciato la macchina al direttore che era di Bagnara. Poi altri ragazzi, i fratelli Scarfone, si occupavano di droga. Il nucleo di vertice della cosca era Alfio Liotta (sostituto di Pasquale e Vincenzo dopo l’arresto), poi cera Giovanni Malara, Alberto Scarfone, Francesco Aricò».
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Giornalista
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