Denunciò la ‘ndrangheta, revocata la scorta a Nino Cento: «Lo Stato mi vuole morto»

VIDEO | Ad annunciarlo lo stesso testimone di giustizia in un lungo video pubblicato sul suo profilo Facebook: «Da oggi le cosche su licenza del ministro dell’Interno Salvini con l’accordo del prefetto di Reggio mi possono ammazzare. Ma continuerò per la mia strada fin quando non mi uccideranno»

di Francesco Altomonte
4 dicembre 2018
22:27
Il testimone di giustizia Nino Cento
Il testimone di giustizia Nino Cento

«Lo Stato gioca con la vita di chi denuncia la ‘ndrangheta, mi vogliono morto, fatevi sotto cosche Raso e Gullace». Inizia con queste parole il video choc di Nino Cento, testimone di giustizia di Cittanova che da oggi, 4 dicembre, non avrà più diritto alla scorta. Il provvedimento di revoca gli è stato notificato in serata e Cento lo ha comunicato attraverso il suo profilo Facebook. Un annuncio a cui è seguito un lungo video nel quale il testimone di giustizia attacca il ministro dell’Interno e il prefetto di Reggio Calabria.  «Da questa sera – dice Cento – la ‘ndrangheta mi può ammazzare su licenza del ministro dell’Interno Matteo Salvini con l’accordo del prefetto di Reggio Calabria Michele Di Bari e del questore… complimenti siete fantastici» - chiosa con sarcasmo.

 

Nino Cento è testimone di giustizia e viveva sotto scorta dal 2016, quando anche grazie alle sue dichiarazioni la Procura antimafia di Reggio Calabria aveva fatto scattare la maxi operazione denominata “Alchemia”. Un’inchiesta che ha riguardato i clan di Cittanova Raso, Albanese e Gullace. Il processo scaturito dall’operazione “Alchemia” è tutt’ora in corso davanti al collegio del Tribunale di Palmi.

 

Cento è alla testa di “Resort Zomaro”, una cooperativa che gestisce dei terreni del Comune di Cittanova sull’Aspromonte. La sua storia di testimone di giustizia nasce proprio dalla denuncia contro i clan che pretendevano di imporgli il pizzo per potere gestire e lavorare quei terreni. «Ancora – dice nel video – non conosco la motivazione della revoca. Io comunque andrò avanti per la mia strada, continuerò finché non mi uccideranno. Mi dispiace per tutte quelle persone che denunciano le cosche. Lo Stato non c’è».

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