‘Ndrangheta a Rosarno, confisca beni per 2,5 milioni all’imprenditore Nasso

L’uomo è considerato dagli inquirenti il finanziatore dei clan. Parte del tesoro era nascosto nel controsoffitto di un locale pubblico

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di Redazione
6 ottobre 2020
06:37
Il tesoro trovato nel contro-soffitto di un locale
Il tesoro trovato nel contro-soffitto di un locale

Eseguita la confisca dei beni sequestrati all’imprenditore Giuseppe Nasso, quarantunenne di Rosarno, arrestato nell’operazione Ares condotta nell’estate del 2018. Le attiivtà sono state portate avanti dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria.

Beni a disposizione dei clan

Il provvedimento è scaturito dalla pronuncia della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria che ha ravvisato gli estremi per alienare gran parte del patrimonio della disponibilità del giovane imprenditore atteso che i beni, oltre ad essere stati giudicati di provenienza illecita, erano stati messi a disposizione delle consorterie rosarnesi per realizzare i propri programmi criminali.

Il sequestro dei beni divenuti patrimonio dello Stato è conseguito all’arresto di Nasso Giuseppe, uno dei destinatari dei provvedimenti cautelari in carcere emessi a carico di 45 persone ritenute appartenenti a due diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta. Le indagini hanno permesso di documentare come il suddetto imprenditore era risultato tra gli organici di uno dei sodalizi scoperti, a favore del quale poneva la disponibilità di strutture e capitali importanti, in maniera strumentale, per agevolarne le finalità illecite.

L'operazione Ares

L’operazione Ares, che ha comportato un’imponente manovra investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica reggina, diretta dal dott. Giovanni Bombardieri, ha permesso infatti di disarticolare due tra le più temibili articolazioni della ‘ndrangheta attive nella Piana di Gioia Tauro.

Le attività di Polizia Giudiziaria condotte dai Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro tra il 2017 ed il 2018, sotto il coordinamento del Procuratore Aggiunto dott. Calogero Gaetano Paci e del Sostituto Procuratore Adriana Sciglio, hanno individuati, per la prima volta, ben due articolazioni criminali, quella dei “Cacciola-Grasso” e quella dei soli “Cacciola”, contrapposte tra loro, radicate nella Piana di Gioia Tauro e riconducibili alla società di Rosarno del «mandamento tirrenico» della provincia di Reggio Calabria.

Il tesoro nel controsoffitto

Gli approfondimenti investigativi svolti in quel contesto hanno consentito di individuare il Nasso come uno dei soggetti a disposizione delle consorterie mafiose, per conto delle quali deteneva un ingente patrimonio, costituito anche dalla disponibilità di un milione di euro in contanti, suddiviso in delle confezioni termosigillate riposte nel controsoffitto di un locale pubblico gestito dal Nasso prima del suo arresto. Soldi che erano estremamente importanti per agevolare le iniziative illecite delle consorterie di riferimento, soprattutto per quanto concerneva l’acquisto delle partite di Cocaina provenienti dai paesi dell’America Latina.    

La confisca  

I beni confiscati sono riferibili: ad un milione di euro, le cui mazzette erano a disposizione dei boss della ‘ndrangheta; l’impresa individuale «Fercolor», comprensiva del compendio aziendale; due unità immobiliari, un libretto di deposito titoli, una polizza assicurativa, il tutto per un valore complessivo che supera i 2,5 milioni di euro.

La medesima Autorità Giudiziaria ha comminato a Nasso Giuseppe, ad oggi ancora detenuto, la Misura di Prevenzione personale della Sorveglianza Speciale con Obbligo di Soggiorno, che lo stesso dovrà scontare dopo la sua scarcerazione.

  

 

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