‘Ndrangheta, tremano le cosche di Reggio Calabria: si pente il boss Maurizio Cortese

Il capoclan della cosca Serraino ha iniziato a collaborare con la giustizia. Verbali sono stati depositati in un'udienza legata all'operazione "Pedigree"

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di Redazione
11 novembre 2020
13:59

Il reggente della cosca Serraino Maurizio Cortese ha iniziato a collaborare con la giustizia. I suoi verbali sono stati depositati in un'udienza legata all'operazione "Pedigree" nell'ambito della quale, nel luglio scorso, il gip, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, aveva emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dello stesso.

 


È stato interrogato dal sostituto procuratore della Dda Stefano Musolino che, assieme al procuratore Giovanni Bombardieri e ai pm Walter Ignazitto, Sara Amerio, Paola D'Ambrosio e Capece Minutolo, ha coordinato l'inchiesta "Pedigree".

 

La moglie Stefania Pitasi, figlia del boss Paolo Pitasi, era stata arrestata nella stessa operazione. Attraverso i colloqui ha fatto entrare in maniera illecita alcuni cellulari nel carcere di Torino, così Cortese riusciva a dare indicazioni agli affiliati e a gestire gli affari della cosca Serraino.

 

Il nuovo collaboratore di giustizia, infatti, è stato già condannato in via definitiva nel processo "Epilogo" e dopo un periodo di latitanza, nel 2017 era stato catturato dalla squadra mobile e dai carabinieri. Stando alle indagini, Maurizio Cortese, alla sola età di 40 anni, era riuscito a scalare le gerarchie della cosca Serraino intrattenendo legami anche con gli esponenti delle altre famiglie di 'ndrangheta come i Labate detti "Ti Mangiu" e Gino Molinetti dei De Stefano-Tegano, recentemente arrestato nell'ambito dell'operazione "Malefix".

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