'Ndrangheta, il patto elettorale fra il senatore Siclari e il clan: «Marco, l’amico mio»

L'inchiesta svela nel dettaglio rapporti, patti e favori con i clan Alvaro di Sant'Eufemia che avrebbero assicurato al parlamentare uno straordinario successo elettorale. Con la mediazione del "fratello" Galletta. LE INTERCETTAZIONI

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di Alessia Candito
25 febbraio 2020
20:21
Marco Siclari
Marco Siclari

Per lui la Dda ha chiesto il carcere e ottenuto i domiciliari, ma toccherà al Senato decidere se autorizzare o meno la misura. Tuttavia, a carico del senatore di Forza Italia, Marco Siclari (coinvolto nella maxi inchiesta che ha portato a 65 arresti), gli elementi sono chiari, cristallini, inequivocabili.

Intercettazioni che incastrano Siclari

Lo dicono le conversazioni intercettate, gli incontri monitorati, le forzature chieste e ottenute persino da Poste italiane per ripagare il clan. Lo dicono i numeri, che raccontano di un consenso bulgaro alle politiche per il senatore che nel comprensorio aspromontano.

Settecentosettantasei preferenze a Sant'Eufemia d'Aspromonte, con 362 voti idi scarto sul secondo e più di 660 sul terzo. A Delianuova 884, con il secondo più votato distaccato di 773 voti. Stesse percentuali a Sinopoli, dove ha ramazzato 1385 voti. Consensi oscillanti fra il 46 e il 63% a fronte di una percentuale media nell’intero collegio del 39%. Lo spiegano il “rappresentante elettorale” del clan Alvaro, Domenico Laurendi, e il dottore Domenico Galletta, che per conto di Siclari va a bussare alle porte della ‘ndrangheta.

 

Questione di obbedienza?

I due si conoscono da tempo. Massone regolarmente iscritto al Goi, Galletta, responsabile dei “rapporti con soggetti appartenenti alla massoneria” il secondo, è probabilmente nel mondo dei grembiuli che i due hanno stretto rapporti. E forse proprio per questo che Galletta si è rivolto senza esitazione né pudore al responsabile elettorale dei clan di Sant’Eufemia per chiedere appoggio e consensi per l’amico Siclari, all’epoca aspirante senatore. «Si è candidato, un amico mio intimo, che è al Senato, di Forza Italia, Siclari» dice Galletta, che passa subito alla richiesta esplicita «gli voglio trovare un po' di voti in...... in questo bordello... in questa Foga Italia ... in questo coso (..) che glieli troviamo?! Te lo voglio fare conoscere pure ... e ... io ... ora tu in questa settimana sei qua?».

 

L'incontro riservato

Ed in effetti, l’incontro c’è. Viene organizzato da Galletta nella segreteria politica di Siclari in centro città a Reggio Calabria. Una precauzione – sottolinea il gip nelle carte- studiata dall’aspirante senatore che «era consapevole dello "status" dello ndranghetista Laurendi e fu infatti per questa ragione che scelse di vederlo privatamente in forma riservata, all'interno della sua segreteria politica, per evitare ripercussioni che avrebbero potuto avere un effetto boomerang durante la campagna elettorale». E cauto è stato anche Laurendi che almeno in quell’occasione ha blindato il telefono con un captatore informatico, rendendo impossibile l’ascolto delle conversazioni.

 

«La Politica... può assopire le menti»

Ma per il gip poco importa. A rigor di logica, non è possibile che Siclari non sapesse di avere davanti un noto esponente di un clan feroce, di cui stampa locale e nazionale hanno parlato, già condannato e ancora sotto processo. Impossibile è anche che Galletta non lo avesse informato. «La Politica è un'arte strana che può assopire le menti – è l’amaro passaggio contenuto nell’ordinanza - Quando Siclari ha accettato la promessa di sostegno elettorale scendendo a patti col Laurendi, lui, in possesso di formazione scolastica superiore, non si è posto il problema di come queste frange di consenso potessero essere veicolate? Era il Laurendi titolare di un'attività economica con al suo attivo numerosi dipendenti tutti residenti in quel comprensorio preaspromontano? Era il Laurendi un opinionista, il direttore di una testata giornalistica a diffusione in quel comprensorio al punto da orientare le opinioni e, quindi, il consenso elettorale verso un candidato? Il Siclari, per i suoi trascorsi politici, conoscitore dei flussi elettorali, ha valutato se il Laurendi fosse mai stato un politico di lungo corso di una caratura tale da tasferire e veicolare imponenti consensi su un candidato?»

 

Siclari voleva assicurarsi l’aiuto del clan

Domande a cui è lo stesso giudice a rispondere sulla base degli innumerevoli elementi raccolti dalla Squadra Mobile. La ragione di quell’incontro con «un esponente della criminalità organizzata, notoriamente già arrestato e sub judice per il reato di partecipazione all'agguerrita cosca degli Alvaro» era che «avrebbe potuto assicurare una sacca di suffragi di assoluto rilievo e lo avrebbe fatto mobilitando la cosca di appartenenza col metodo mafioso» dunque con «forme di condizionamento basate sul compimento di atti di prepotenza e di sopraffazione tipici dell'agire mafioso o anche soltanto con forme silenti non essendo necessaria per la mafia storica e radicata, quale quella di cui discute, la esteriorizzazione del metodo mafioso». E poi gli investigatori hanno ascoltato Galletta e Laurendi organizzarsi per quell’incontro e li hanno visti dirigersi alla segreteria di Siclari. E a scanso di equivoci, lo stesso rappresentante elettorale dei clan di Sant’Eufemia nelle successive conversazioni intercettate ha lasciato assai poco margine all’interpretazione.

«Il mio amico Marco»

«Questo qua è in Forza Italia ... questo amico mio ... questo è un dottore, Marco Siclari, di qua, quello che ha i supermercati qua a Reggio e cose, ed è a Roma! E' un amico nostro questo ... è un medico!» spiegava ai suoi il “rappresentante elettorale dei clan”. Con un po’ di becero razzismo a condire le conversazioni «Quanto meno a tutti questi neri li mandano a casa un'altra volta» commentava. Altrettanto chiare le intenzioni di voto con cui ha evangelizzato le masse «“Forza Italia gli meni nel Senato e via, alla Camera c’è Luigi (Fedele, allo stato non indagato ndr)» erano le istruzioni di Laurendi, che pur sostenendo attivamente Siclari al Senato, non ha abbandonato il “candidato del paese” ex consigliere e assessore regionale di Forza Italia, all’epoca capolista per il partito “Noi per l’Italia”. Per Fedele però l’impegno del clan non è sufficiente. Rimane fuori dal Parlamento. Per Siclari è un trionfo totale. «Ha superato, si può dire, pure alle ... al candidato del ...del paese!» si bea Laurendi.

 

L'incontro dopo il trionfo

E Siclari – ne sono convinti gli inquirenti – era perfettamente consapevole dell’appoggio dei clan. «Dopo quell'imponente risultato elettorale che il Laurendi si accreditava si mostrò ossequiente e acquiescente alle sue richieste anche di incontri, piuttosto che tenersi lontano anni luce da un personaggio di quella fatta come sarebbe stato fisiologico, se quei voti gli fossero piovuti dal cielo, lui ignaro della caratura `ndranghetistica della persona che glieli aveva offerti e nel silenzio, davvero assai improbabile, del Galletta sulla dimensione `ndranghetistica del Laurendi – si legge nelle carte - Sono anche queste significative condotte successive che danno la misura della piena consapevolezza del Siclari della caratura criminale del Laurendi al momento della sigla di quel patto illecito». Un patto che non troppo tempo dopo Siclari ha dovuto ripagare, perché a neanche due mesi dalle politiche Laurendi è passato all’incasso.

 

Ci pensa Tajani

La prima richiesta riguarda il trasferimento, dal Nord Italia a Messina, di una dipendente di Poste italiane, Annalisa Zoccali, parente di uno degli uomini di punta del clan di Sant’Eufemia. E Galletta non si scompone, anzi si attiva subito per soddisfare la richiesta. A Laurendi assicura che Siclari avrebbe subito risolto “il problema” tramite il presidente del Parlamento europeo e storico esponente di Forza Italia, Antonio Tajani. «questo qua ora, ora, eeh, pensi che la prossima
settimana dobbiamo parlare perché Tafani a questo qua, Tajani, personalmente lo conosce a questo qua è di Riccione» assicura Galletta.

 

Un lavoro per il figlio di Laurendi

Se ci sia stato o meno l’intervento di Tajani non è dato sapere, ma di certo la signora Zoccali nel giro di un paio di mesi si è trovata catapultata a Messina, grazie ad un posto creato ad hoc e all’esito di una procedura per nulla ordinaria. Una seconda richiesta – racconta intercettato Laurendi – sarebbe stata invece per il figlio Rocco. «Gli avevo detto, sollecitato un discorso di vedere di poter mettere a questo, a Rocco, in qualche cazzo di posto ...(incomprensibile)... un lavoro». E altre ancora – annotano gli inquirenti nelle carte – potrebbero essere state avanzate, ma l’impossibilità di intercettare il senatore e una sua maggiore prudenza nella gestione dei contatti hanno impedito agli investigatori di approfondire.

Anche i Bellocco a sostegno di Siclari

È «un tassello» per il gip e «allarma, viepiù, che egli abbia incontrato, come emerge dalle intercettazioni esaminate, il Laurendi anche fuori i confini calabresi e con modalità tali che non hanno consentito intercettazioni nonostante il cellulare del Laurendi fosse munito di captatore informatico ed abbia quindi proceduto ad instaurare anche rapporti diretti, e quindi non sempre mediati, con il mafioso di rango primario». Anche perché, svela una conversazione intercettata nell’indagine Ares, i clan di Sant’Eufemia non sarebbero stati gli unici a spostare i propri voti su Siclari. Anche i Bellocco hanno votato – su richiesta – per il senatore.

 

Giornalista
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