Ndrangheta, un boss voleva uccidere il figlio perché gay

Lo ha raccontato Michele Prestipino, Procuratore aggiunto di Roma, in un intervista a Klaus Davi

di redazione
2 gennaio 2015
14:59

Un boss del reggino voleva uccidere il figlio perché gay. Lo ha raccontato il Procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino in un intervista rilasciata a Klaus Davi. Prestipino ha raccontato che il boss, dopo aver scoperto il figlio che frequentava chat gay, aveva deciso di far fuori il ragazzo, oggi salvo grazie all’intervento della mamma.

 


"Sono a conoscenza di una vicenda in Calabria in cui un boss con un figlio dall'orientamento sessuale diverso, dopo un momento molto critico, ha lasciato che il giovane continuasse a vivere la sua vita normalmente - ha raccontato il magistrato- e questo non grazie a un grado di emancipazione delle 'ndrine ma per un deciso intervento della madre. Se non fosse stato per lei il ragazzo sarebbe stato ucciso. Il figlio ora fa la sua vita, frequenta la scuola e nessuno l'ha mai toccato, nonostante tutti sappiano che è gay e frequenti chat per omosessuali. Quando si dice che c'è maschilismo, patriarcalità, la realtà è molto più complessa. Per uno che nella sua vita ha scelto non solo di essere mafioso ma anche di essere capo, rinunciare a fare del figlio maschio la propria appendice all'esterno o a dare la figlia femmina in matrimonio al figlio dell'altro boss per rafforzarsi ulteriormente, come succede in Calabria, non è una cosa semplice. Scoprire che il proprio erede è gay poi? Ma c'è una forza antagonista che interagisce, che ti fa rinunciare, che è la forza di cui è portatrice la madre. Uccidere il figlio gay - rivela l'attuale procuratore aggiunto di Roma nel corso dell'intervista a Klaus Davi - avrebbe comportato enormi rischi per la cosca in questione". Prestipino cita un precedente, il caso della famiglia Impastato: "C'era un padre che era un boss mafioso, uomo d'onore nella famiglia di Cinisi e vicino a Badalamenti. Anche sua moglie veniva da una famiglia di boss ma c'erano i figli che non erano mafiosi. Quando lei è diventata protagonista attiva antimafia? Quando le hanno ammazzato il figlio, non perché era gay, in questo caso. L'opposizione di una madre all'assassinio del figlio può fare la differenza".

 


Pristipino ha poi continuato : "Quando stavo a Palermo sapevamo di diversi boss che frequentavano trans pur spacciandosi per 'super-machi'. Gli incontri tra mafiosi e transessuali documentati erano frequenti, ma con nessuna rilevanza per le nostre indagini".

 

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