L’ombra crudele del Poro sulle scomparse di Antonio Accorinti e Vincenzo Di Vincenzo

In un’informativa dei carabinieri lo scenario in cui sarebbero maturati altri due casi di lupara bianca: dal cugino «pazzo» del boss all’allevatore sparito invece in Sicilia, la cui vicenda riporta alla memoria il giallo dei due commercianti pugliesi divenuti fantasmi (in Calabria) nel lontano 1993

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di Pietro Comito
13 luglio 2020
16:00
Nel riquadro Accorinti e De Vincenzo
Nel riquadro Accorinti e De Vincenzo

Era affetto da «depressione delirante», più volte sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. Dicevano che era «pazzo», lo chiamavano «scemunito», ma non era un uomo cattivo: era solo una persona malata che aveva bisogno di aiuto e di cure. Della sua anomala scomparsa si occupò anche Chi l’ha visto?, ma presto l’incedere della cronaca diede un colpo di spugna alla memoria. Antonio Accorinti, sparito da Zungri il 26 marzo del 2016, non si sarebbe allontanato volontariamente né sarebbe stato vittima di un incidente. Il suo destino l’avrebbe invece deciso la lupara bianca che trasformò negli ultimi trent’anni il promontorio del Poro in un cimitero.

Vanno in questa direzione le indagini del Nucleo investigativo di Vibo Valentia, che nel seguito di una delle informative depositate agli atti del colossale procedimento Rinascita Scott, ricostruiscono anche lo scenario nel quale sarebbe maturata la morte di quell’uomo fragile. Aveva un parente ingombrante, Antonio. Era cugino di Peppone Accorinti, il boss di un territorio nel quale quel disgraziato poi divenuto un fantasma veniva considerato l’autore di una serie di incendi che aveva colpito casolari rurali e campagne, tra Zaccanopoli e Zungri, sin dal gennaio 2016. Tra le proprietà danneggiate anche alcune - affiora dalle intercettazioni effettuate dai militari del maggiore Valerio Palmieri - sottoposte al controllo del temuto capomafia e dei suoi accoliti.

La scomparsa di Antonio

La sorella di Antonio ne denunciò la scomparsa a marzo 2016, dopo un mese trascorso senza avere notizie di lui. L’ultima volta lo aveva incontrato il 5 febbraio, quando il fratello, dimesso dall’ospedale di Vibo Valentia, si recò a trovarla per consegnarle dei documenti e la chiave di un alloggio popolare. Poi nulla più. Che Antonio Accorinti possa essere stato ucciso ed il suo corpo nascosto chissà dove, i militari dell’Arma lo ricavano da alcune intercettazioni. La prima vede protagonisti due presunti luogotenenti del boss del Poro, ovvero Michele Galati e Gregorio Niglia, registrati, il 20 febbraio 2016, appunto nell’ambito dell’indagine Rinascita Scott.

La scomparsa di Di Vincenzo

È una captazione convulsa, dalla quale emergerebbe che «la vittima sarebbe stata sparata di lato» ed il «corpo occultato in una diga che era stata comunque esplorata invano dai sommozzatori». Parlavano di Antonio? Forse. O forse no. Perché nel corso della discussione i due facevano riferimento a dei «palermitani» arrivati nel Vibonese per ammazzare qualcuno e ad una compravendita di capi di bestiame. I carabinieri ritengono plausibile che in questa conversazione si facesse riferimento ad un’altra scomparsa sulla quale l’ombra del Poro si sarebbe allungata, quella «di Vincenzo Di Vincenzo», allevatore di 44 anni, sparito dalla sua azienda agricola nell’Ennese il 15 febbraio 2016. Ma cosa c’entrava Di Vincenzo con Zungri? Aveva una compravendita di animali in corso con gli Accorinti? Quali uomini hanno varcato lo Stretto? Verso Nord o verso Sud?

Come Centrone e Tambone?

Il caso Di Vincenzo richiama un’altra anomala scomparsa che risale addirittura al 30 marzo 1993. Sparirono, da queste parti, due commercianti ambulanti originari di Monopoli: Fedele Centrone e Adamo Fabio Tambone, di 33 e 25 anni. Dalla Puglia erano diretti verso i mercati della Locride. Sparirono nel nulla assieme al loro furgone. Le ricerche si concentrarono in particolare al confine tra le province di Vibo e Reggio Calabria e dopo poco tempo, malgrado gli appelli delle famiglie e alcuni interpellanze parlamentari, furono interrotte. Tredici anni dopo, però, la Squadra mobile di Vibo Valentia, combinando un nuovo appello della famiglia ad una serie di spunti investigativi, iniziò a cercare il furgone con dentro i corpi dei due spariti proprio sul promontorio del Poro. Le ricerche dell’ufficio allora diretto da Rodolfo Ruperti, malgrado l’impegno profuso, non diedero però il riscontro atteso.

«No a Zungri… Da qualche parte»

E Antonio Accorinti? I militari dell’Arma colgono riferimenti più chiari a questa sparizione in una intercettazione del 9 aprile 2016. Parlano Peppone Accorinti e Gregorio Niglia e questi dice che - annotano gli inquirenti - «Pietro gli ha detto il fatto del trattore… L’ha coperto vestito… L’ha portato vestito comunque… No a Zungri… Qua da qualche parte».  «Queste ultime affermazioni - scrivono i carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia - potrebbero riferirsi alla scomparsa del predetto Antonio Accorinti, il quale con i comportamenti tenuti, come evidenziato in precedenza, aveva attirato l’attenzione da parte di alcuni sodali dell’organizzazione criminale oggetto di investigazioni».

Per completezza di informazione: nessuna accusa, in relazione alle scomparse trattate, è stata al momento formalizzata al boss Peppone Accorinti e ai suoi presunti luogotenenti.

 

Richiesta di rettifica

In merito all’articolo pubblicato in data odierna, pubblichiamo la garbata richiesta di rettifica inviata dalla sorella di Antonio Accorinti, la persona scomparsa da Zungri il 05 febbraio 2016: «La mia famiglia, anche se è omonima di cognome e risiede nel comune di Zungri, non ha alcuna parentela con Giuseppe Antonio Accorinti, quindi mio fratello non è il cugino di quest' ultimo», specifica.

 

Il riferimento al vincolo di parentela, si fa rilevare, era contenuto nell’informativa.

Giornalista
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