Processo Gotha a Reggio, parla il pm Lombardo: «Questa è una terra in cui la verità si è vestita da menzogna»

Al via la requisitoria del procuratore aggiunto che affonda i colpi sugli invisibili della ‘ndrangheta e spiega: «Non c’è un capo unico. È questo il modello vincente delle cosche» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Consolato Minniti
30 aprile 2021
14:06
Il pm Lombardo durante la requisitoria
Il pm Lombardo durante la requisitoria

«Questa è una terra in cui la verità si è vestita da menzogna». Così il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, ha esordito nel corso della requisitoria del processo “Gotha”, in corso all’aula bunker di Reggio Calabria.

Lombardo parte da lontano, dal 400 a. C., citando il concetto di pieno e voto di Democrito, spiegando che il processo Gotha ha uno scopo ben preciso: «È la tappa conclusiva del lavoro di chi ha svuotato il pozzo dove la verità si era rifugiata per anni con le mani nude prima, poche mani nude prima, tante mani nude poi, per cercare quella verità scomparsa da molto tempo. Non abbiamo l’ambizione di ricostruire la verità assoluta, abbiamo cercato di ricostruire la verità processuale sulla struttura della ‘Ndrangheta perché non abbiamo creduto fosse in fondo al pozzo. Abbiamo creduto di poter trovare occhi nuovi per guardarla la verità. Senza inganni di divulgatori e portatori di interessi imbarazzanti. Sapevamo di rischiare, immaginavamo attacchi e calunnie. Sapevamo che il nostro lavoro andava oltre la soggettività di soggetti interessati. Sapevamo bene che avrebbero inventato rapporti, avrebbero cercato di capire cosa pensavamo, cercavamo, ci impensieriva, ci interessava».


Non ha dubbi, Lombardo: «Siamo stati in grado di fornire questa risposta perché abbiamo per primi noi capito che bisognava osservare un fenomeno complesso come la ‘ndrangheta con occhi diversi e per farlo era necessario mettere in atto uno sforzo straordinario. La verità processuale era a portata di mano, perché la verità nuda in quel pozzo era viva nelle tante risposte che i giudici non avevano saputo dare quando erano chiamati a scrivere sentenze importanti. Abbiamo teso la mano a quella verità che veniva fuori dal pozzo. Ne sono convinto indipendentemente dall’esito del processo. Sono il primo a sapere quanto un processo di questo tipo crei difficoltà in relazione ad un compito complesso ma indispensabile soprattutto in una terra come questa in cui la verità si è vestita di menzogna. I nostri occhi sono cambiati e voi nel corso di questa requisitoria, come tutte le parti presenti, proveranno una sensazione che abbiamo già vissuto. Percorreremo tutti insieme la stessa sensazione, ma con la consapevolezza che siamo di fronte a situazioni straordinarie che richiedono uno sforzo straordinario».

Secondo il procuratore c’è chi «ha girato lo sguardo dalla parte sbagliata, forse per paura, più spesso per interesse. A tutte le persone che hanno scambiato la menzogna per verità, noi in questo processo daremo le risposte che aspettano. Siamo partiti da quel quesito che ho accennato qualche istante fa. Nel momento in cui, nel 2008, abbiamo cominciato a discutere con approccio critico, di quelli che erano i vuoti di quelle acquisizioni giudiziarie definitive che trasfiguravano la reale veste di un fenomeno criminale di tipo mafioso che viveva e operava oltre il contesto territoriale di origine e generato occasioni straordinariamente percepibili di guadagno di tipo patrimoniale attraverso meccanismi spesso di tipo politico».

Cosa sono i livelli superiori?

Lombardo si fa una domanda che tanti prima di lui si sono fatti: ma cosa sono quei livelli che stanno sopra le singole cosche? «Qualcuno aveva l’ardire di osservare che ‘ndrangheta non fosse. Ah no? E che cosa è? Per quello che risulta dalle sentenze la ‘ndrangheta si ferma ad un certo punto. Menzogna, ecco la menzogna che si traveste da verità. Questa verità richiede una ricostruzione di un sistema criminale non costituita da singole cellule uguali fra loro, ma si struttura in una ben più ampia dinamica che ruota attorno a caratteristiche tendenzialmente verticistiche. Era necessario svolgere un’analisi non banale. Valorizzare il lavoro di chi ci ha preceduto e che ha fatto un lavoro straordinario e si è scontrato con difficoltà che hanno però consentito di individuare quelle situazioni di partenza che oggi noi riteniamo di aver completato».

La ‘Ndrangheta unitaria dal 1970

Il procuratore spiega come già la sentenza del Tribunale di Locri del 1970 parla di una ‘Ndrangheta unitaria. Si può portare una verità vestita da menzogna ed una menzogna vestita da verità? Tali sentenze sono indicazioni evolutive rispetto a un fenomeno che si trasforma. Minutoli, giudice del processo Il Crimine, si pone una domanda: e le famiglie Piromalli e De Stefano dove stanno? Stanno in quella ampia struttura che ovviamente va oltre la ‘ndrangheta di base, militare o territoriale».

Chi sono gli invisibili e c’è un solo capo?

Per Lombardo «quando si parlava di invisibili ci avevano posto di fronte alla necessità di capire di cosa si stesse parlando. Giorgio De Stefano, Paolo Romeo, Alberto Sarra, Francesco Chirico, Antonio Caridi, in quella che è la veste a loro attribuita nel capo A come componenti di una parte riservata, sono invisibili per chi? Non sono invisibili per i soggetti che da loro dipendono ed alcuni dei quali sono imputati in questo processo. Che tipo di inquadramento hanno questi generali? Contrariamente al tentativo fatto in Olimpia che non ha portato a risultati processualmente realizzabili se non ricostruire la cupola, noi abbiamo un apporto dichiarativo di cui non si disponeva. So bene che cosa vi state chiedendo: ma quindi chi comanda la terra? Chi può fregiarsi del titolo di vertice assoluto di questo mondo criminale che si chiama ‘ndrangheta? Non fatevela questa domanda, non cadete in questo errore, perché la ‘ndrangheta di vertice ha capito, vivendo le stagioni che abbiamo detto prima, degli anni 70 e 80, che per essere un modello vincente il vertice deve avere più componenti tutti indispensabili a garantire la piena operatività a livello mondiale di un sistema complesso.

Si parla di sistema criminale “composto da”. Noi non siamo assolutamente chiamati a rincorrere qualcosa. E quello che non c’è nel modello vincente della ‘ndrangheta è il capo unico. Ciò non significa che non c’è una struttura di vertice. La ‘ndrangheta ha compreso che, per arrivare a certi risultati, il modello del capo unico è fallimentare».

Giornalista
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