Processo “Mediterraneo”, a Palmi nove condanne per la cosca Molè di Gioia Tauro

I giudici hanno assolto anche quattro imputati. L'inchiesta ha svelato le strategie criminali del clan dopo l'omicidio del boss Rocco Molè e gli affari ottenuti grazie al traffico di droga nella capitale

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di Redazione
12 giugno 2018
19:54
Il tribunale di Palmi
Il tribunale di Palmi

Si chiude con nove condanne e quattro assoluzioni il processo, celebrato con il rito ordinario, scaturito dall’indagine “Mediterraneo” condotta contro la cosca Molè di Gioia Tauro. Il Tribunale di Palmi ha inflitto a Girolamo Molè 4 anni di reclusione, in continuazione con una precedente condanna rimediata, nove anni e sei mesi a Giuseppe Galluccio mentre Giuseppe Salvatore Mancuso è stato condannato a 11 anni e 6 mesi e Manolo Sammarco a 11 anni e 3 mesi.


Cinque anni e tre mesi di detenzione sono stati comminati ad Enrico Galassi, due anni e sei mesi a Carmelo Bonfiglio, due anni e nove mesi a Claudio Ruffa ed infine è di un anno e tre mesi la pena rimediata da Mirko Di Marco.

Per l’imputato Alessio Mocci il collegio ha disposto la condanna a dieci mesi di detenzione, con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziario. Escono assolti da ogni accusa Claudio Celano, Ferdinando Vinci, Massimo Modafferi e Maria Teresa Tripodi.


Associazione mafiosa, traffico di droga e di armi, intestazione fittizia di beni, queste erano le accuse contestate, a vario titolo, dal pm antimafia Roberto Di Palma. Nell’inchiesta “Mediterraneo”, condotta dai Carabinieri,  c’è tutto il business dei Molè. Un business che la cosca avrebbe spostato dalla Piana di Gioia Tauro soprattutto nel Lazio, dove sarebbe stata egemone anche nel settore delle slot machine. L’indagine infatti, ha ricostruito le strategie economiche del clan a partire dal primo febbraio 2008, giorno in cui verrà freddato l’unico dei tre fratelli in libertà, Rocco Molè.

Dopo l’uccisione del boss, secondo gli inquirenti, sarà proprio il capo storico del clan, Girolamo, dal carcere di Secondigliano, a impartire gli ordini alla cosca: allontanarsi da Gioia Tauro verso Roma, rientrando in Calabria solo periodicamente.


L’indagine, dunque, ha svelato l’attività di narcotraffico del clan, attraverso la quale i Molè sarebbero riusciti ad assicurarsi un regolare flusso di ingenti quantitativi di hashish e cocaina in entrata sulla Capitale, sfruttando tre direttrici di approvvigionamento e il ricorso a una strutturata rete di partecipi, sia italiani, che stranieri. Centro propulsore delle attività restava comunque la Piana, dove operavano i vertici del sodalizio, mentre a Roma avveniva la distribuzione. Alle partite in arrivo dalla Calabria, si aggiungevano quelle in arrivo attraverso l’asse Marocco – Spagna – Francia. Al contempo, grazie al supporto fornito da radicata componente albanese, la cosca gestiva lo stoccaggio e lo smistamento dei carichi di cocaina, introdotti dai Balcani sul territorio nazionale.

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