Il fatto che la tragedia sia stata soltanto sfiorata non cancella la gravità di quanto accaduto. Il tentato femminicidio di una ventenne, avvenuto nei giorni scorsi a San Giovanni in Fiore, riapre con forza la ferita della violenza di genere. Una ferita che, in realtà, non si è mai rimarginata del tutto. A novembre 2025, secondo i dati del dodicesimo Rapporto Eures sul femminicidio in Italia, i casi accertati nel nostro Paese erano già 85.

A intervenire sul tema è l’avvocata Chiara Gravina, vicepresidente del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, che invita a cambiare radicalmente l’approccio al fenomeno. «Si interviene quasi sempre quando la violenza ha già raggiunto un livello estremo – spiega – ed è chiaro che in quella fase l’azione delle Forze dell’Ordine e della Magistratura è fondamentale e imprescindibile. Ma spesso si arriva alla fine di un percorso di escalation che poteva e doveva essere intercettato prima».

«Far intervenire tutti gli attori necessari per la prevenzione»

Secondo Gravina, è necessario spostare il baricentro dall’emergenza alla prevenzione, investendo nella costruzione di una rete antiviolenza realmente integrata. «Gli attori di questa rete sono i servizi sociali, il sistema sanitario, la scuola, il terzo settore e naturalmente i centri antiviolenza. Devono operare in modo coordinato, condividendo informazioni, competenze e strumenti di lettura del rischio».

Un ruolo centrale, sottolinea, è svolto proprio dai centri antiviolenza, che «non sono soltanto luoghi di accoglienza delle vittime, ma veri e propri presidi di competenza specialistica». Per questo, la loro formazione continua e il riconoscimento istituzionale diventano condizioni imprescindibili per individuare precocemente i segnali di pericolo, accompagnare le donne nei percorsi di uscita dalla violenza e costruire risposte efficaci prima che si arrivi a esiti irreversibili.

«Il baricentro va spostato: bisogna intervenire prima, fare prevenzione prima ancora che azione», ribadisce Gravina. Prevenire prima di dover raccogliere un altro cadavere, piangere un’altra vittima, piantare un altro fiore. Una responsabilità che non può ricadere solo sulle istituzioni, ma che chiama in causa l’intera società civile.