Reggio piomba nella paura: a Gallico agguato mafioso o delitto passionale? (VIDEO)

Le relazioni pericolose di “Mimmo u boi” fanno temere un nuovo capitolo nella guerra per il potere. Ma le modalità del delitto lasciano intendere anche una possibile pista sentimentale

di Consolato Minniti
17 marzo 2018
18:16

Delitto passionale o agguato di ‘ndrangheta? È questo il dilemma degli investigatori della Squadra mobile di Reggio Calabria, impegnati in queste ore nel ricostruire con esattezza cosa sia avvenuto nella serata di ieri in prossimità del torrente di Gallico, dove Demetrio Lo Giudice, 53 anni, e la sua amante, Fortunata Fortugno, 48 anni, sono stati sorpresi dai killer entrati in azione sfruttando il buio e il luogo isolato. Diversi i colpi sparati: fatali quelli che hanno raggiunto la donna al capo, mentre l’uomo se l’è cavata con qualche ferita al braccio. Stavano cercando un momento d’intimità, fuggendo da quella che è la quotidianità che li vedeva entrambi coniugati.

La dinamica accertata

Al momento gli unici elementi in possesso degli inquirenti sono quelli che raccontano di una mite serata di fine inverno proiettata in una zona piuttosto isolata della periferia nord di Reggio Calabria. Un luogo utilizzato molto spesso dalle coppie in cerca di privacy. Chi ha premuto il grilletto ha seguito Lo Giudice e la Fortugno e ha atteso che i due fossero stretti in un abbraccio, per poterli sorprendere, indifesi, e certo che non avrebbero reagito. Non è ben chiaro ancora quanti colpi siano stati sparati e, a quanto pare, l’assenza di bossoli farebbe pensare all’utilizzo di una pistola a tamburo. Ma si è soltanto nel campo delle ipotesi. La tempesta di fuoco abbattutasi sulla vettura che ospitata i due amanti è stata drammatica per Fortunata Fortugno. Lo Giudice, accortosi immediatamente della gravità delle ferite riportate dalla donna, ha imboccato la vicina autostrada e si è diretto a folle velocità verso gli ospedali “Riuniti” di Reggio Calabria. All’arrivo, però, la 48enne era già, di fatto, deceduta e per i medici c’è stato davvero poco da fare.

Missione plurima di morte?

Il primo dubbio da sbrogliare per gli investigatori della sezione omicidi è quello del vero obiettivo dei killer. Lo Giudice, sentito dalla Polizia, non è stato in grado di fornire particolari di rilievo che possano indirizzare le indagini in qualche maniera. L’interrogativo di fondo è uno solo: i sicari volevano uccidere solo l’uomo o entrambi? Ed ancora: la donna, forse, doveva essere una vittima “collaterale”, quasi come conseguenza inevitabile del suo trovarsi in compagnia della persona sbagliata? Qualche dettaglio, forse, potrebbe arrivare dalle telecamere a circuito chiuso installate nelle aziende adiacenti a dove si è verificato l’omicidio. Gli uomini della scientifica e della Mobile, pochi minuti dopo aver appreso la notizia, si sono recati sul luogo del delitto per effettuare i rilievi del caso e prelevare i filmati utili.

I due possibili moventi

Gli interrogativi, tuttavia, nascono dai due possibili moventi del delitto. Escluso a priori quello di una rapina – non essendo stata fatta alcuna richiesta o portato via nulla – rimangono due piste: l’agguato di natura sentimentale e quello di tipo mafioso. Entrambi, va detto, potrebbero essere maturati in un ambiente contiguo alla ‘ndrangheta.

La pista passionale

Il primo possibile movente è di tipo classico: passionale. Una relazione che potrebbe aver dato fastidio forse a qualcuno all’interno delle famiglie coinvolte e che, dunque, è finito col provocare un agguato con l’obiettivo di uccidere entrambi e chiudere per sempre questa storia, magari lavando con il sangue l’onta di un legame sentimentale extraconiugale. Va detto, però, a scanso d’equivoci, che nessun elemento allo stato porta a muovere alcun tipo di accusa nei confronti dei prossimi congiunti di Lo Giudice e Fortugno.

Quella mafiosa: chi è Demetrio Lo Giudice

Il secondo possibile movente, invece, risulta più complesso e, per certi versi, anche preoccupante. Demetrio Lo Giudice, meglio conosciuto come “Mimmo U boi”, è ritenuto dagli inquirenti un elemento di spicco della locale cosca operante nella zona di Condera e molto vicina alla consorteria mafiosa dei Tegano, operativa ad Archi. Lo Giudice in passato era stato coinvolto nell’inchiesta “Eremo” e per lui era stata applicata anche la sorveglianza speciale. Gli archivi giudiziari lo indicano anche come persona molto vicina a boss di primo piano della ‘ndrangheta di Reggio Calabria, come Mario Audino, reggente dell’omonimo clan e freddato nel 2003, a pochi giorni dalla sua uscita dal carcere, in un agguato che ha rischiato seriamente di aprire nuove fratture in seno alle cosche cittadine. Ma amico di Lo Giudice era anche un altro ‘ndranghetista emergente come Paolo Schimizzi, uomo di punta del clan Tegano, scomparso per un caso di lupara bianca nel 2008 ed il cui corpo non è stato mai ritrovato.

Il contesto ambientale

Sono proprio questi elementi a far pensare agli investigatori che il delitto possa essere di tipo mafioso. Che, cioè, chi ha agito avesse come obiettivo quello di uccidere Lo Giudice e, con lui, anche la donna con cui si accompagnava. Una missione di morte in piena regola, completata a metà per puro caso. Del resto, il periodo che si sta vivendo nel quartiere di Gallico non è dei più sereni. Solo un mese addietro, il 53enne Pasquale Chindemi è stato ucciso a colpi di pistola mentre stava rientrando in casa. Questi, ritenuto uomo vicino alla cosca Condello, ha tentato invano la fuga, ma è stato inseguito e finito. Così come non si può non ricordare la sequenza di delitti che ha interessato la zona nord della città: da quello del boss Domenico Chirico, a quello di Giuseppe Canale, fino agli omicidi di Tarik Kacha e del tabaccaio Bruno Ielo.

 

Un crescendo di sangue e violenza, cui si sommano anche intimidazioni – anche eclatanti – che fanno di Gallico un quartiere ad altissima tensione dove, con tutta probabilità, gli equilibri ‘ndranghetistici sembrano essere saltati in quella che già in passato abbiamo avuto modo di definire come “la guerra dei nuovi boss” per la scalata al potere, anche in virtù di arresti e condanne. Ed allora, se le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria con in testa il procuratore vicario Gaetano Paci e il sostituto Walter Ignazitto, dovessero imboccare la pista ‘ndranghetistica e confermarla, ci si troverebbe di fronte ad un’azione criminale davvero sfrontata, considerato il livello della persona destinataria della sentenza di morte.

 

Consolato Minniti

 

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