Dalle imprese che avrebbero favorito l’ingresso nei cantieri di società vicine alla criminalità organizzata fino ai rapporti con gli ambienti istituzionali chiamati a gestire appalti e finanziamenti pubblici. L’inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto del 2016 nelle Marche disegna, secondo l’ipotesi investigativa, una rete nella quale si sarebbero incontrati interessi imprenditoriali, presunte infiltrazioni mafiose e un sistema corruttivo capace di raggiungere anche i centri decisionali della Regione, dell’Erdis Marche e dell’Università di Camerino.

Al centro dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona ci sono 51 indagati, otto arresti e un sequestro superiore ai 57 milioni di euro. Il valore complessivo degli appalti pubblici e privati finiti sotto la lente degli investigatori è stimato in circa 350 milioni di euro: 200 milioni relativi alla ricostruzione privata e 150 milioni riconducibili alle procedure pubbliche.

Vincenzo Chiappalone e il presunto circuito delle fatture false

Il primo snodo dell’inchiesta è rappresentato da Vincenzo Chiappalone, imprenditore originario della Calabria e attivo da decenni nel settore edile nell’area di Sassoferrato, nell’Anconetano. Secondo la ricostruzione degli investigatori, le sue società avrebbero avuto un ruolo nella fornitura di manodopera ai cantieri della ricostruzione, fungendo da subappaltatrici e consentendo l’ingresso di imprese che, per la loro presunta vicinanza alla criminalità organizzata, avrebbero incontrato ostacoli nei controlli antimafia.

Le indagini avrebbero inoltre individuato un sistema di fatture false per circa otto milioni di euro. Le società coinvolte sarebbero state utilizzate per documentare operazioni inesistenti e generare flussi finanziari dai quali, secondo l’accusa, sarebbero state ricavate somme destinate ad ambienti della criminalità calabrese.

Gli investigatori avrebbero ricostruito collegamenti con le famiglie di ’ndrangheta Avignone e Crea, indicate negli atti come riferimenti del contesto criminale calabrese. Il denaro sarebbe stato trasferito attraverso un circuito di imprese e rapporti economici, sfruttando la presenza di società formalmente operative nel mercato legale.

A Chiappalone vengono contestate, tra le altre ipotesi di reato, frode fiscale aggravata dalla finalità di agevolare organizzazioni mafiose, violazioni tributarie e bancarotta fraudolenta. Il suo ruolo, nella prospettiva accusatoria, non si sarebbe limitato alla gestione delle attività edili: le aziende riconducibili all’imprenditore avrebbero costituito anche uno strumento per alimentare i flussi finanziari sotto indagine.

Enrico Crucianelli, l’imprenditore «cerniera» della ricostruzione

Il secondo passaggio riguarda Enrico Crucianelli, imprenditore maceratese e presidente di Ance Macerata, indicato dagli investigatori come una figura di raccordo tra gli appalti della ricostruzione e le imprese subappaltatrici finite sotto osservazione.

Secondo l’accusa, Crucianelli avrebbe ottenuto lavori per circa 39 milioni di euro e successivamente affidato parte delle attività ad altre aziende, tra cui società riconducibili a Chiappalone. Proprio la sproporzione tra il volume degli affari e la manodopera direttamente impiegata nei cantieri avrebbe spinto gli investigatori ad approfondire la rete dei subappalti.

L’imprenditore avrebbe così consentito, secondo la ricostruzione investigativa, l’ingresso nella filiera dei lavori di aziende riconducibili a soggetti ritenuti contigui alla ’ndrangheta e alla camorra. Tra i gruppi criminali richiamati nell’inchiesta figurano anche ambienti legati al clan dei Casalesi e al boss Michele Zagaria.

Il meccanismo ipotizzato avrebbe permesso di aggirare gli ostacoli che avrebbero impedito ad alcune società di partecipare direttamente agli appalti o di accedere ai cantieri. Attraverso il ricorso a prestanome e a imprese formalmente distinte, i soggetti ritenuti vicini ai clan avrebbero potuto beneficiare indirettamente delle risorse destinate alla ricostruzione.

A Crucianelli vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e corruzione. La sua posizione rappresenta uno dei collegamenti tra il filone relativo ai fondi per gli edifici privati danneggiati dal terremoto e quello riguardante le presunte infiltrazioni criminali nei subappalti.

Giuseppe e Raffaele Diana, Antonio Esposito: il versante campano

Nella ricostruzione accusatoria compaiono anche Giuseppe e Raffaele Diana e Antonio Esposito, imprenditori campani raggiunti da misure cautelari nell’ambito dell’operazione.

Le loro posizioni si inseriscono nel filone che indaga sui rapporti tra le imprese impegnate nella ricostruzione e soggetti ritenuti vicini agli ambienti della camorra. In particolare, gli investigatori ipotizzano che aziende riconducibili a persone contigue al clan dei Casalesi, guidato da Michele Zagaria, siano riuscite a inserirsi nella filiera dei lavori attraverso affidamenti e subappalti.

Il sistema avrebbe consentito di superare, almeno formalmente, gli ostacoli derivanti dai requisiti antimafia, facendo ricorso a società e prestanome. La ricostruzione post-sisma, con la disponibilità di ingenti finanziamenti pubblici e una lunga catena di affidamenti, sarebbe diventata così un’opportunità per intercettare risorse attraverso imprese inserite nel circuito economico legale.

Le responsabilità individuali dei tre imprenditori dovranno essere accertate nel corso del procedimento. Il quadro delineato dagli inquirenti li colloca nel versante dell’indagine dedicato alle presunte infiltrazioni della criminalità campana nel sistema dei lavori.

Fabio Pistarelli e il presunto comitato d’affari negli appalti pubblici

Dai cantieri la ricostruzione investigativa si sposta nelle istituzioni. Qui il nome centrale è quello di Fabio Pistarelli, avvocato ed ex capo di Gabinetto del presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, incarico ricoperto dal 13 novembre 2020 al 12 dicembre 2025.

Pistarelli è accusato, secondo le contestazioni riportate nell’inchiesta, di aver avuto un ruolo centrale in una presunta struttura stabile di intermediazione illecita negli appalti. Gli investigatori ipotizzano che le sue relazioni istituzionali gli avrebbero consentito di incidere sulle procedure amministrative, favorire determinati interessi imprenditoriali e mettere a disposizione informazioni riservate.

Il gruppo avrebbe agito in contesti legati alla Regione, all’Erdis Marche e all’Università di Camerino, con l’obiettivo di orientare gare, finanziamenti e affidamenti pubblici. In questo quadro, il ruolo dell’ex capo di Gabinetto sarebbe stato quello di mettere in relazione gli interessi degli imprenditori con i centri decisionali delle amministrazioni coinvolte.

Secondo gli inquirenti, Pistarelli avrebbe ricevuto utilità per circa 105mila euro, di cui 60mila in contanti e altri 45mila attraverso lavori di ristrutturazione eseguiti su immobili di sua proprietà. Le contestazioni comprendono l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.

L’indagine avrebbe individuato cinque procedure sospette. Alcune sarebbero state portate a termine, mentre altre non sarebbero state perfezionate dopo le dimissioni di Pistarelli, nel dicembre 2025. Nel complesso, il valore delle procedure pubbliche finite sotto la lente degli investigatori ammonterebbe a circa 150 milioni di euro, tra affidamenti conclusi, iniziative ancora in corso e interventi programmati.

Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, i presunti intermediari

Nel filone relativo alla corruzione compaiono Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, entrambi imprenditori maceratesi e destinatari di misure cautelari.

Cervigni opera nel settore termoidraulico e impiantistico, mentre Ezechielli è indicato tra i soggetti che avrebbero contribuito a veicolare denaro e altre utilità nell’ambito del presunto sistema corruttivo. Secondo l’accusa, i due avrebbero agito insieme a Pistarelli e ad altri soggetti, sfruttando relazioni personali e professionali per agevolare gli interessi di imprese coinvolte negli appalti.

Il loro ruolo sarebbe stato quello di fare da tramite tra il versante imprenditoriale e quello istituzionale, attraverso pagamenti e vantaggi economici destinati, secondo la ricostruzione investigativa, a ottenere interventi favorevoli sulle procedure pubbliche.

Il meccanismo ipotizzato non si sarebbe limitato alla consegna di denaro. Tra le utilità contestate figurano anche lavori edili e ristrutturazioni, che avrebbero permesso di trasferire vantaggi economici senza ricorrere esclusivamente a pagamenti diretti.

L’ipotesi degli inquirenti è che il gruppo potesse sfruttare informazioni riservate e rapporti qualificati con i decisori pubblici per orientare gli affidamenti e favorire specifici operatori economici. Le responsabilità dei singoli indagati restano da verificare nelle successive fasi giudiziarie.

Il caso dell’ex monastero destinato a diventare uno studentato

Tra gli episodi al centro del filone corruttivo figura l’acquisto, da parte di Erdis Marche, di un ex monastero nel Maceratese destinato a essere trasformato in uno studentato universitario.

Secondo la ricostruzione investigativa, l’operazione sarebbe stata favorita nell’ambito del presunto sistema di scambi illeciti. L’immobile, acquistato prima del terremoto per circa due milioni di euro, sarebbe stato successivamente rivenduto per tre milioni. Per la sua trasformazione sarebbero poi stati previsti lavori per circa 12 milioni di euro, finanziati dal ministero dell’Università e dall’Ufficio speciale per la ricostruzione.

Gli interventi sarebbero stati affidati a Crucianelli, che avrebbe successivamente subappaltato parte dei lavori a società riconducibili a Chiappalone. L’episodio rappresenta uno dei punti di contatto tra i due principali filoni dell’inchiesta: da un lato la presunta corruzione nelle procedure pubbliche, dall’altro l’ingresso nei cantieri di imprese ritenute vicine alla criminalità organizzata.

Gli investigatori ipotizzano che l’operazione avrebbe potuto generare utilità illecite e consentire a imprese collegate tra loro di intercettare risorse pubbliche. Tra le contestazioni figura una presunta dazione di 250mila euro connessa all’operazione, circostanza che dovrà essere verificata nel corso del procedimento.

Gli arrestati

Antonio Cervigni di Macerata

Vicenzo Chiappalone di Sassoferrato

Enrico Crucianelli di Macerata

Giuseppe Diana di Santa Maria Capua Vetere

Raffaele Diana di Caserta

Antonio Esposito di San Cipriano d'Aversa

Antonio Ezechielli di Macerata

Fabio Pistarelli di Macerata

Gli indagati

Roberto Pistarelli di Macerata

Francesco Ascenzi di Macerata

Andrea Intermesoli di Macerata

Fiorenzo Principi di Macerata

Gian Luca Marucci di Civitanova Marche

Bruno Mogliani di Camerino

Francesco Tomassetti di Cingoli

Marco Cimorosi di Monte San Pietrangeli

Alberto Franca di Fermo

Marco Valle di Monte Urano

Erika Bartolucci di Urbino

Michele Pompili di Fano

Cataldo Brunetti di Sassoferrato

Gian Piero Brunetti di Sassoferrato

Stefania Chiappalone di Fabriano

Mirella Gerace di Sassoferrato

Adrian Tanasie di Tolentino

Michele Salvatore Tripodi di Taurianova e residente a Rizziconi

Michele Albanese di Gioia Tauro

Domenico Avignone di Taurianova

Maria Galatà di Melicucco

Yuri Licopoli di Gioia Tauro e residente a Fiano

Romano Vincenzo Sicari di Taurianova e residente a Fiano

Romano Loreta Esposito di Casal di Principe

Crescenzo Zara di Villa Literno

Giuseppe Zara di Casapesenna

Pasqualino Allocco di Casal di Principe

Domenico Amato di Santa Maria a Vico

Ignazio Aversano di Frignano

Antonio Falanga di Casapesenna

Domenico Mastroianni di Piana di Monte Verna

Giovanni Pacilio di Castel Volturno

Gianluca Ascari di Modena

Francesco Pighi di Modena

Giovanni Pighi di Modena

Gianluca Rossi di Piacenza

Renato Minato di San Zenone degli Ezzelini

Francesco Quadraccia di Terni

Vincenzo Mammarella di Chieti

Vito Poderico di Roma

Alessia Rossi di Roma

Tiziano Tozzi di Roma

Luigi Russo di Torremaggiore