Rinascita-Scott, Mantella: «Pittelli venne picchiato da Peppe Mancuso»

Il collaboratore di giustizia ricostruisce le strategie processuali per essere risparmiati dalla giustizia e il ruolo del noto penalista, in carcere a seguito dell'operazione della Dda di Catanzaro. Riferisce inoltre le confidenze del boss Saverio Razionale e i dettagli sull'omicidio di Biagio Vinci, avvenuto a Vibo in una cabina telefonica

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di Giuseppe Baglivo
5 giugno 2020
10:04
L’avvocato Giancarlo Pittelli e il collaboratore di giustizia Andrea Mantella
L’avvocato Giancarlo Pittelli e il collaboratore di giustizia Andrea Mantella

Fatti di sangue eclatanti, strategie processuali e “agganci” con gli avvocati per essere “risparmiati” dalla giustizia. Il collaboratore di giustizia di Vibo Valentia, Andrea Mantella, ha riempito pagine  e pagine di verbali con i magistrati della Dda di Catanzaro che, attraverso l’operazione Rinascita-Scott, hanno reso ostensibili diverse parti non più coperte da segreto investigativo. Si apprendono quindi particolari del tutto inediti su legami ed avvenimenti, permettendo così di gettare un fascio di luce anche su delitti rimasti impuniti.

Mantella: «Pittelli, uno dei nostri»

Andrea Mantella nella sua ricostruzione parte dall’avvocato del Foro di Catanzaro, Giancarlo Pittelli, tuttora in carcere proprio per l’inchiesta Rinascita-Scott con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

«So per certo che l’avvocato Pittelli – ha raccontato Mantella – è un massone che si prestava a fare favori ai suoi assistiti e a soggetti diversi, anche se non erano stati nominati. Questo me lo riferì Saverio Razionale quando mi disse che l’avvocato Pittelli era un amico e lo definiva “uno dei nostri”. Io lo sapevo già prima che me lo dicesse Razionale e su ciò non ho dubbi, anche se non so se lo faccia tuttora».

Il collaboratore di giustizia spiega così che il boss di San Gregorio d’Ippona, Saverio Razionale (in foto), gli fece nominare l’avvocato Giancarlo Pittelli pagando lo stesso Razionale un milione di lire quando Mantella ottenne dei benefici in relazione all’esecuzione della pena per l’omicidio di Nando Manco ed il ferimento del fratello Mario Manco all’interno del loro maneggio ubicato nei pressi del castello di Vibo. Un fatto di sangue avvenuto il 30 novembre del 1992 e per il quale Andrea Mantella e Francesco Scrugli – accusati di aver sparato per non pagare quanto richiestogli dai Manco per aver tenuto un cavallo nel loro maneggio – sono stati condannati a 12 anni di reclusione. «Credo tuttavia – ha aggiunto Mantella – che in quell’occasione avessi diritto ad ottenere i benefici».

Patania assolto da “Nuova Alba”.

«Ho saputo da Carmelo Lo Bianco e da Francesco Patania, detto Ciccio Bello (in foto), che l’aveva scampata insieme a Pino Barba nel processo Nuova Alba – ha ricordato Mantella – nonostante avessero la microspia in macchina, e parlassero di tutto nelle intercettazioni, grazie all’avvocato Pittelli al quale avevano dato oltre centomila euro. Patania mi disse che l’avvocato Pittelli gli aveva suggerito di riferire che era una vittima della mafia quando in realtà non era vero poiché era lui un mastro della mafia, come si dice in gergo nella copiata, ed era lui che mi diceva dove andare a posizionare le bottiglie per fare finta che si trattasse di estorsioni, in realtà non vere».

Gli imprenditori che simulavano attentati

Andrea Mantella ricorda quindi che anche altri imprenditori nel Vibonese erano soliti simulare attentati o di aver subito estorsioni per passare agli occhi degli investigatori quali vittime. «Facevano come Patania anche altri imprenditori – dichiara il collaboratore – come Giuseppe Prestanicola, Vincenzo Restuccia e Gustalegname. Non lo faceva Franco Barba perché lui aveva la presunzione di essere mafioso, tanto è vero che era battezzato e aveva la Santa, anche se è stato definito un infame a seguito del patteggiamento della pena per l’usura a Ruello quanto aveva danneggiato processualmente il cugino Vincenzo Barba e Paolino Lo Bianco».

 

Peppe Mancuso e il pestaggio di Pittelli

 A questo punto del suo racconto che il collaboratore riferisce un particolare del tutto inedito chiamando in causa il boss più sanguinario dell’intero casato mafioso di Limbadi ovvero Giuseppe Mancuso (cl. ’49) che sta scontando 30 anni di reclusione rimediati al termine dell’operazione denominata Tirreno. «Ho saputo da Saverio Razionale – ricorda il collaboratore – che con l’avvocato Pittelli si potevano aggiustare i processi. Mi disse anche che in un’occasione Peppe ‘Mbrogghja, cioè Giuseppe Mancuso, aveva picchiato a Pittelli perché non aveva tenuto fede ad un impegno assunto. Poi avevano però messo pace, anche perché con lo spessore criminale di Giuseppe Mancuso si poteva fare ben poco (in foto)». 

Il processo aggiustato e il delitto Vinci

Andrea Mantella ricorda così un ulteriore episodio riguardante «la possibilità di aggiustare i processi. Ricordo l’episodio delle armi o droga rinvenute a Gregorio Gasparro e Biagio Vinci, che poi lo stesso Gasparro ha ucciso nella cabina telefonica. In quella circostanza, per quanto riferitomi da Razionale, l’avvocato Pittelli gli disse che uno dei due doveva rimanere dentro mentre l’altro avrebbe dovuto addossarsi le colpe. L’avvocato gli disse di decidere se far restare dentro Vinci o il nipote Gasparro e Razionale fece uscire il nipote».

Il delitto impunito di Biagio Vinci

Per quanto riguarda, invece, l’omicidio di Biagio Vinci – che Andrea Mantella attribuisce a Gregorio Gasparro (non indagato per tale fatto di sangue nell’inchiesta Rinascita-Scott) – lo stesso risale al 14 febbraio 1996 quando l’allora 24enne venne ucciso a Vibo in via Santa Maria dell’Imperio all’interno di una cabina telefonica, nei pressi di un’edicola, con sei colpi di rivoltella calibro 38. Biagio Vinci aveva precedenti per spaccio e detenzione di armi ed il suo omicidio resta tuttora impunito.

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