Rinascita Scott, il controesame di Mantella: «Pasquale Bonavota un predestinato alla guida del clan»

L'avvocato Tiziana Barillaro controesamina il collaboratore di giustizia. Acceso confronto con il sostituto procuratore antimafia Anna Maria Frustaci: dal piano per uccidere Scarpuni ai viaggi a Roma

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di Pietro Comito
29 giugno 2021
15:19

Una conoscenza datata, poi maturata tra le mura di un carcere. Il loro rapporto si consolidò grazie ad alcuni soggiorni a Roma: «Lì lo incontrai, a Roma, al bar Luna. In Calabria, dopo il carcere, almeno fino al 2004-2005, mai». Andrea Mantella, collaboratore chiave per la pubblica accusa al maxiprocesso Rinascita Scott, racconta Pasquale Bonavota, presunto boss del potente locale ’ndranghetista di Sant’Onofrio, con propaggini fino in Liguria, Piemonte e all’estero. Oggi superlatitante, Bonavota è assistito, unitamente al fratello Nicola, detenuto in Sardegna, dall’avvocato Tiziana Barillaro che incalza, con le sue domande, il superpentito. «C’era amicizia e rispetto», spiega Mantella. «Lei ha riferito di aver parlato con Bonavota dei vari omicidi. Ma avete mai parlato dell’omicidio che le stava più a cuore, ovvero quello di Pantaleone Mancuso alias Scarpuni?», chiede la penalista. «Non ricordo, non credo…», replica il collaboratore, che aggiunge: «Abbiamo parlato degli omicidi commessi e degli altri da commettere perché c’era una black list. Mi chiese di continuare ad aiutare i suoi fratelli nella zona di Sant’Onofrio».

Il piano per uccidere Scarpuni

Replicando all’avvocato Barillaro, Andrea Mantella spiega come sin dal 2002 si paventasse l’omicidio di Mancuso: «In quel momento storico era una decisione mia, non c’entravano i Bonavota. Quando poi strinsi i rapporti con i Bonavota, Pantaleone Scarpuni fu detenuto e allora mi proposero di uccidere Michele Palumbo, che di Scarpuni era il factotum. Allora iniziammo a pedinarlo, poi pensammo fosse inutile ucciderlo e così non siamo stati noi responsabili del suo omicidio». Nel 2008, però, scarcerato Pantaleone Mancuso, si riprese il vecchio progetto di eliminarlo: «Ne parlai con Giuseppe Barbieri, alias Padre Pio, che venne a trovarmi. Questo mentre Domenico Bonavota e Francesco Fortuna erano detenuti. Io gli dissi di stare attenti, perché Mancuso, una volta scarcerato, si sentiva il Supremo». Mantella sostiene di aver parlato con i fratelli Bonavota dell’idea di uccidere Scarpuni, il difensore, però, citando il verbale illustrativo della collaborazione, muove una contestazione: «Nei suoi primi 180 giorni ha sostenuto una cosa diversa e cioè che con i Bonavota non ne ha mai parlato».


Pasquale il predestinato

Scintille, a questo punto, tra il pm Anna Maria Frustaci, che ha contestato la sintesi del verbale, e l’avvocato Tiziana Barillaro. Scintille contenute dalla presidente del Tribunale Brigida Cavasino. Placatosi lo scontro, Mantella chiarisce che la sua interfaccia con i Bonavota nella pianificazione dell’agguato fu Francesco Scrugli perché «io nel 2011 ero a Villa Verde a Cosenza». Risposta non esaustiva per il difensore di Bonavota, dopo la quale segue un nuovo scontro, stavolta con l’avvocato Manfredo Fiormonti, che assiste Andrea Mantella nella duplice veste di collaboratore di giustizia e imputato. Continuando nel controesame, Mantella evidenzia che «alla morte di Vincenzo Bonavota, era Pasquale il predestinato al comando del clan, ma essendo minorenne, secondo le regole della ‘ndrangheta, non poteva farlo e così la guida della famiglia passò allo zio Domenico Cugliari alias Micu ’i Mela». L’avvocato Barillaro: «Pensavo fosse una sua svista, ma quando morì il padre, Pasquale Bonavota non era un ragazzino, aveva fatto carcere, gli era stato contestato anche un omicidio…». Mantella: «Avrà avuto un 23-24 anni e non poteva certo andare a Polsi a confrontarsi con gente di 70-80 anni».

Gli incontri a Roma

Chiede, il difensore, quale siano le fonti di conoscenza su Pasquale Bonavota, prima del 2004: «Erano conoscenze mie, perché ero legato ai Lo Bianco, perché frequentavo Sant’Onofrio, perché una volta portai al padre una vespetta e un giubbotto antiproiettile… Perché una volta volevano denunciarmi e Vincenzo Bonavota, il padre, disse di lasciarmi stare che allora ero un ragazzetto e mi fece dare cinque milioni con cui poi comprai delle moto da competizione. Io non so quando Domenico Cugliari lasciò il timone e subentrò Pasquale Bonavota, ma sin dal 2003 era lui il nuovo capo». E ancora: «Nel 2004, sono certissimo, l’ho incontrato a Roma dopo gli omicidi di Belsito e di Raffaele Cracolici, al Bar Luna, dove alla cassa c’era il fratello Antonio, un ragazzo bravissimo, perbene, studioso, che non aveva nulla a che fare con la ‘ndrangheta ed i fratelli. Qui mi ringraziò e mi disse di continuare ad aiutare i fratelli per continuare gli omicidi e io gli assicurai il massimo appoggio militare. Abbiamo pernottato in un appartamento di fronte al bar Luna, che ho identificato con il Ros centrale». L’avvocato quindi richiama il verbale del 18 ottobre 2016: «Lei dice di essere andato a Roma, prima e dopo gli omicidi…». Opposizione del pm Anna Maria Frustaci, che non ravvisa contraddizioni nel narrato del collaboratore e quindi, nuovo scontro in aula placato dalla presidente Cavasino. Tiziana Barillaro: «Non ravviso contraddizioni, chiedo solo un chiarimento: quante volte è stato a Roma?». Mantella: «Cracolici è stato ucciso ad aprile 2004, Di Leo invece a luglio. Io sono stato a Roma a maggio. Ovvero prima dell’omicidio Di Leo e dopo l’omicidio Di Leo, questo intendevo dire… Nessuna contraddizione da parte mia. A Roma ho incontrato Pasquale Bonavota, non più di due o tre volte».

Giornalista
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