Rinascita Scott, il pentito Mancuso: «La mia collaborazione il guaio più grande per il clan»

L’ex rampollo del casato di ‘ndrangheta di Limbadi esaminato dai difensori parla anche della cocaina sniffata anche con alcuni avvocati, dei rapporti con il padre e con lo zio Luigi e il dominio mafioso su larga parte del Vibonese

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di Giuseppe Baglivo
19 aprile 2021
21:00

Avvocati che avrebbero fatto uso di sostanze stupefacenti insieme ad Emanuele Mancuso (di cui non ha però fatto nomi in udienza) e quindi le contrapposizioni all’interno del clan raccontate da chi, per il padre, era solo uno capace “di combinare guai”. Il “guaio principale per loro è stato però il mio percorso da collaboratore di giustizia”. Questo e molto altro oggi nel controesame del collaboratore di giustiziaEmanuele Mancuso, nel corso del maxiprocesso Rinascita-Scott. Dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, il collaboratore ha risposto alle domande di diversi avvocati degli imputati, in alcuni casi ribadendo quanto dichiarato nel corso dell’esame condotto dai pubblici ministeri della Dda di Catanzaro, in altri arricchendo i racconti di nuovi particolari, in altri ancora chiarendo diverse circostanze.

Nel corso del controesame dell’avvocato Michelangelo Miceli, ad esempio, Emanuele Mancuso ha ribadito il ruolo di spicco di Agostino Papaianni, residente a Coccorino di Joppolo, all’interno del clan Mancuso e, più in particolare, nell’articolazione facente capo a Luigi Mancuso. Agostino Papaianni – attualmente latitante – è infatti accusato di essere il dominus incontrastato del controllo mafioso del clan Mancuso sul territorio di Ricadi. Importanti in questo caso i dati temporali, atteso che nei confronti di Agostino Papaianni sono già state emesse due sentenze al termine delle operazioni “Dinasty” e “Black money” dove il reato di associazione mafiosa è per lui caduto. Emanuele Mancuso ha anche dichiarato di aver conosciuto Giuseppe Papaianni, figlio di Agostino, e di aver militato insieme a lui nella squadra di calcio di Joppolo.


Il riavvicinamento e l’alleanza – dopo anni di contrapposizione – fra i cugini omonimi Pantaleone Mancuso (alias “l’Ingegnere”, padre di Emanuele, e “Scarpuni”) sono emersi poi nel corso del controesame condotto da diversi avvocati, fra i quali Leopoldo Marchese, al pari del ruolo di Pasquale Gallone di Nicotera, indicato come uno dei fedelissimi di Luigi Mancuso, il capo della famiglia, ad avviso di Emanuele, capace di riunire l’intero clan superando contrapposizioni e divisioni, tranne quella con Francesco Mancuso, alias “Tabacco” (fratello di Pantaleone, detto “l’Ingegnere”), ferito a Spilinga il 8 luglio 2003 in un agguato per il quale come mandante si trova sotto processo (nell’operazione “Errore Fatale”) Cosmo Michele Mancuso, zio dello stesso “Tabacco” nonché fratello di Luigi.

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