Rinascita Scott, la nascita del “Consorzio” criminale nel racconto del pentito Fiume

I rapporti fra ‘ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona unita ed il ruolo dei Mancuso, dai summit a Nicotera e Limbadi sino alla pax mafiosa in altre zone della Calabria. L’omicidio del figlio di Cutolo e il prestigio criminale dei De Stefano

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di G. B.
9 febbraio 2021
21:45
L’aula bunker dove si tiene il processo
L’aula bunker dove si tiene il processo

Un “Consorzio” criminale con sede a Milano di cui avrebbero fatto parte esponenti di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta, della camorra e della sacra corona unita. Ma anche riunioni nel Vibonese presiedute dai Mancuso di Limbadi che insieme ai Piromalli di Gioia Tauro ed ai Pesce di Rosarno avrebbero costituito una sorta di “triumvirato”. E poi i De Stefano di Reggio Calabria, entità criminale «che va oltre la ‘ndrangheta». Antonino Fiume, 57 anni, di Reggio Calabria, ha deposto pomeriggio nel processo Rinascita-Scott raccontando al Tribunale collegiale di Vibo Valentia molteplici intrecci criminali ai più alti livelli.

Figlio di un imprenditore proprietario, fra l’altro, anche della fornace “La Tranquilla” di San Calogero poi venduta ai Romeo e dove il 2 giugno 2018 è stato ucciso Soumaila Sacko, Antonino Fiume collabora dal 2002. La sua amicizia con l’allora boss dei boss di Reggio Calabria, Paolo De Stefano (ucciso il 13 ottobre 1985) risale agli anni ’70 ed ’80 ed è poi proseguita con i figli don Paolino, vale a dire Carmine e Giuseppe De Stefano.


«Si trattava di ragazzi che frequentavano la Reggio-bene e pagavano per tutti. Erano ricchissimi e pieni di soldi. Io sono diventato confidente di Paolo De Stefano che mi aveva raccomandato soprattutto di “guardargli” il figlio Carmine. Sposando la linea della vendetta da parte dei De Stefano impegnati nella seconda guerra di mafia dopo l’omicidio di Paolo De Stefano – ha dichiarato Fiume – sono diventato come un fratello per Carmine e Giuseppe De Stefano. Nonostante questo, ad un certo punto i De Stefano hanno preteso che io versassi loro una sorta di tangente con le mie attività e questo non mi è andato bene ed ho iniziato a collaborare con la giustizia».
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