Rinascita Scott, Mantella: «Luigi Mancuso? Un mito, convinse tutti a non partecipare alle stragi di Riina»

Il collaboratore di giustizia al centro del maxiprocesso continua a rivelare dinamiche, ruoli e delitti. Dalle logge deviate alle richieste di Cosa Nostra, dai processi comprati alle affiliazioni in carcere

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di Giuseppe Baglivo
27 aprile 2021
19:05
Nel riquadro Andrea Mantella in una vecchia foto
Nel riquadro Andrea Mantella in una vecchia foto

Il “mito” di Luigi Mancuso, capo crimine riconosciuto in tutta la Calabria facente parte di una struttura internazionale della ‘ndrangheta e del c.d. “Tribunale d’omertà”. Ma anche logge massoniche deviate e un sistema trasversale di corruzione che avrebbe coinvolto giudici ed avvocati. Parola di Andrea Mantella, il principale collaboratore di giustizia del maxiprocesso Rinascita-Scott, chiamato oggi a rendere la sua seconda testimonianza dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, Andrea Mantella ha spiegato a grandi linee la struttura della ‘ndrangheta – con l’introduzione di nuove “cariche” ad opera del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, come quelle di “Crociata” e dei “Sussurrati all’orecchio” – ed ha anche indicato i nominativi di alcuni vibonesi portati nelle “copiate” mafiose: Gregorio Giofrè di San Gregorio d’Ippona, Luigi Mancuso e Pantaleone Mancuso detto Scarpuni.

La struttura della 'ndrangheta ed il ruolo di Luigi Mancuso

«La ‘ndrangheta è un’organizzazione a livello internazionale. Lo scettro del comando negli anni ’80 all’interno del clan Mancuso passò da Antonio Mancuso a Luigi Mancuso. Negli anni ’80 Antonio Mancuso si recava spesso nel chiosco che aveva al mercato coperto di Vibo Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni. Luigi Mancuso era come una sorta di ministro della ‘ndrangheta a livello internazionale. Ho conosciuto personalmente Luigi Mancuso e per me già quando ero ragazzino era un mito, arrivava a Vibo guidando una Lancia Delta Martini ed io – ha dichiarato Mantella – lo guardavo con ammirazione. È stato proprio Luigi Mancuso, quando era detenuto, a dirmi che dovevo affiliare in carcere il nipote Giuseppe Rizzo, detto Mezzodente, figlio di Romana Mancuso, sorella di Luigi Mancuso. In cella con me c’era mio cognato Giampà di Lamezia e Luigi Mancuso ci disse di inserire nella copiata mafiosa di Giuseppe Rizzo il nome di Agostino Papaianni». Anche un personaggio dello spessore di Damiano Vallelunga di Serra San Bruno – poi ucciso a Riace dinanzi al Santuario di Cosma e Damiano – avrebbe spiegato a Mantella il ruolo che rivestiva Luigi Mancuso nella ‘ndrangheta, al pari dei racconti ricevuti da personaggi di San Luca come i Mammoliti, i Pizzata e Antonio Pelle, detto Gambazza.


Luigi Mancuso le stragi ed i rapporti con Cosa Nostra

Andrea Mantella ha dichiarato anche aver appreso dell’abilità di Luigi Mancuso a rapportarsi con le logge massoniche. «So per certo – ha dichiarato il collaboratore – che Luigi Mancuso è stato contattato dalla commissione di Cosa Nostra per cercare di capire se la ‘ndrangheta avesse avuto intenzione di partecipare alla stagione delle stragi e fare vittime innocenti anche in Calabria. So che Luigi Mancuso ha declinato l’invito dei siciliani della fazione di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola, ma ha avuto l’intelligenza di convocare altri boss calabresi per chiedere il da farsi e convincere tutti che non era il caso di aderire alle richieste dei siciliani. In tal modo fece fare bella figura a tutta la ‘Ndrangheta non facendola apparire come un’organizzazione di vigliacchi agli occhi dei siciliani. Di tale convocazione – ha riferito Mantella – mi raccontarono Carmelo Lo Bianco, Piccinni, Saverio Razionale e Francesco Giampà di Lamezia».

Le fazioni nel clan Mancuso e i fedelissimi della cosca

Secondo Andrea Mantella, che ha riferito di voci apprese in carcere, Giuseppe Mancuso detto ‘Mbrogghja, avrebbe coltivato propositi omicidiari anche nei confronti dello zio Luigi Mancuso, ritenuto colpevole di averlo «venduto in Cassazione nel processo Tirreno che aveva visto la condanna di Mbrogghja all’ergastolo». Quindi il ruolo di Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, «che si è staccato da Luigi Mancuso mentre quest’ultimo era in carcere – ha raccontato Mantella - , alleandosi con il cugino Pantaleone Mancuso detto l’Ingegnere ed uccidendo Domenico Campisi», mentre altri personaggi come Antonio Prenesti, detto Yoyo, sarebbero rimasti fedelissimi a Luigi Mancuso con il ruolo di killer.

Luigi Mancuso, Micuccio Macrì e la massoneria deviata

«Luigi Mancuso era molto amico dell’avvocato Giancarlo Pittelli, il quale avvocato faceva parte della massoneria deviata. Mi riferì questo, oltre a Saverio Razionale, soprattutto Micuccio Macrì di Nicotera che io ho difeso in carcere da un’aggressione del cosentino Patitucci». Siamo nel 2012 e, per come riferito dal collaboratore, nello stesso carcere (Cosenza) si trovavano detenuti Andrea Mantella e Micuccio Macrì coinvolto nell’operazione Decollo money. Operazione che «vedeva coinvolti anche i fratelli Lubiana». Domenico Macrì avrebbe quindi proposto a Mantella, in segno di ringraziamento per le difese dall’aggressione di Patitucci, di farlo entrare «nella massoneria deviata e clandestina di Città di Castello, in Umbria, con il grado massonico di apprendista». Sul punto, Andrea Mantella ha dichiarato che in «tale loggia massonica segreta c’erano diverse persone e fra queste Luigi Mancuso, Giovanni Mancuso, Antonio Mancuso, Pantaleone Mancuso detto Vetrinetta e Bellantoni, quest’ultimo con una doppia appartenenza alla massoneria. Micuccio Macrì dal carcere si scambiava lettere con l’avvocato Giancarlo Pittelli e fra loro si chiamavano fratelli. Uno dei maestri della loggia era proprio Pittelli. Ricordo – ha aggiunto Mantella – che Micuccio Macrì mi parlò della loggia Morelli di Vibo Valentia ed anche di meeting segreti che si svolgevano a Nicotera. Pure Purita di Vibo, poi bruciato sotto il ponte di San Gregorio, faceva parte di questa loggia segreta, e Macrì mi disse che conosceva pure il mio capo Carmelo Lo Bianco».

I provvedimenti giudiziari comprati

Andrea Mantella è poi passato a descrivere il sistema di corruzione che avrebbe permesso a diversi esponenti dei clan di farla franca con la giustizia. «Francesco Patania di Vibo, detto Ciccio Bello – ha ricordato Mantella – se la cavò dal processo Nuova Alba con l’assoluzione pagando 50mila euro all’avvocato Giancarlo Pittelli. La somma doveva servire per ammorbidire un magistrato di cui non conosco il nome. Me lo disse lo stesso Patania e la stessa cosa avvenne per la posizione di Pino Barba, detto Pino Presa il quale per Nuova Alba venne assolto in appello pagando anche lui Pittelli. Pino Presa è il soggetto che mi diede le armi – ha raccontato ancora Mantella – con le quali ho ucciso Callipo e Tavella. Eppure è riuscito ad essere assolto in Nuova Alba dal reato di associazione mafiosa».

Andrea Mantella ha quindi citato tre avvocati che sarebbero stati nominati – a suo dire – non per le proprie capacità professionali, bensì per “aggiustare” i processi. Avrebbero fatto parte del c.d. “Sistema Catanzaro”, un sistema fatto di corruzione che non avrebbe risparmiato i magistrati. «È stato l’avvocato Staiano – ha spiegato Mantella – ad obbligarmi a non nominare Pittelli e Torchia perché se la sarebbe vista lui per i processi Nuova Alba e Goddfellas. Alla fine finì agli arresti domiciliari nella clinica psichiatrica Villa Verde di Donnici. In tale sistema di corruzione io sapevo che potevo fare affidamento sull’avvocato Pittelli che era legatissimo a Chiaravalloti. E’ stato Saverio Razionale a raccontarmi queste cose il quale aggiunse che l’avvocato Torchia aveva entrature in Cassazione ed era legato ad un altro Torchia inserito nella massoneria. Dell’avvocato Torchia per aggiustare i processi mi sono servito io – ha dichiarato Mantella –, i  Piscopisani ed i Tripodi. Pittelli a Vibo veniva indicato come un amico, non come un avvocato, ma come un para-mafioso a disposizione di Luigi Mancuso, un amico fedele».

Giornalista
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