Il maxiprocesso alla ’ndrangheta

Rinascita Scott, nel racconto di Camillò gli “amici” dei clan in Tribunale e tra le forze dell’ordine

Dalle dichiarazioni in aula del collaboratore di giustizia emergono le figure di un finanziere, un carabiniere ed un impiegato del palazzo di giustizia di Vibo Valentia

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di Giuseppe Baglivo
22 ottobre 2021
09:45

Un finanziere, un carabiniere ed un impiegato del Tribunale di Vibo amici dei clan. E poi merce da alcuni negozi prelevata senza pagare. Michele Camillò ha parlato a lungo nel maxiprocesso Rinascita Scott e le sue dichiarazioni potrebbero costare care a molti imputati. Rispondendo alle domande del pm Antonio De Bernardo, il collaboratore ha infatti affermato: «Costantino Panetta era a disposizione del nostro gruppo. Si occupava anche delle bonifiche della auto dalle microspie. Aveva una forte amicizia con un finanziere ed è stato avvisato prima di una perquisizione ed anche in altre occasioni. Con il finanziere erano inoltre soliti frequentare un giro di scambio di coppie fra Pizzo ed Acconia». 

«Panetta si occupava poi dello spaccio di droga che gli veniva fornita da Mommo Macrì, Bartolomeo Arena e Francesco Antonio Pardea. Praticava Panetta anche l’usura ed aveva un giro per la vendita di munizioni. Quando nel 2019 Bartolomeo Arena e Francesco Antonio Pardea sparirono da Vibo Valentia e nessuno sapeva dove fossero, Panetta davanti a me – ha spiegato il collaboratore – chiamò al telefono Francesco Antonio Pardea, segno che lui sapeva dive si trovasse e quale numero usasse. Panetta era infine anche molto amico di Megna di Nicotera, un soggetto che gestiva una pescheria pure a Vibo».


Il carabiniere “amico dei clan” è stato invece riconosciuto in foto da Michele Camillò. «Riconosco Antonio Ventura come il carabiniere che faceva la scorta all’allora sindaco di Vibo. I miei sodali Bartolomeo Arena e Francesco Antonio Pardea se lo incontravano per le strade di Vibo lo salutavano. Anche un detenuto di Altamura che si trovava in carcere con me mi disse che Ventura era a disposizione delle cosche perché era uno che non accontentava mai».

Michele Camillò si è quindi soffermato anche su Danilo Tripodi, impiegato del Tribunale di Vibo Valentia. «Totò Macrì, padre di Mommo Macrì, era all’apice della ‘ndrina sciolta di Vibo Valentia ed era un assiduo frequentatore di Danilo Tripodi che lavorava in Tribunale a Vibo e sempre a Vibo aveva un B&B con Marco Lo Bianco e frequentava pure Pasqualino Trimboli. Danilo Tripodi era solito prestare anche la sua macchina a Totò Macrì quando quest’ultimo doveva andare a trovare fuori Vibo il figlio detenuto. Danilo Tripodi era a disposizione ed una volta pure io ho guidato la sua auto accompagnando Totò Macrì».

La testimone di giustizia e il clan di Zungri

Elisabetta Melana, 52 anni, ex convivente con il 57enne Ambrogio Accorinti, ritenuto esponente di spicco dell’omonimo clan di Zungri insieme al fratello Pietro ed al cui vertice viene collocato il boss Giuseppe Accorinti, il 24 giugno del 2018 si presenta disperata e piena di botte ai carabinieri della Stazione di Zungri. Inizia a collaborare e racconta gli affari del clan divenendo una testimone di giustizia.

«Peppone Accorinti – ha dichiarato Michele Camillò – sapeva dove si trovava la cognata e sapeva che era dai carabinieri in località Aereoporto dove aveva trovato rifugio così come il collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Era la moglie del fratello Ambrogio ed è stato Mimmo Cichello in carcere a confidarmi queste cose. Lo stesso Mimmo Cichello mi disse anche che Melana faceva le pulizie per gli appartamenti dei carabinieri in località Aereoporto e che tale circostanza era stata confidata da un carabiniere di Zungri a Peppone Accorinti». 

I vestiti senza pagare e gli spari per una serranda non abbassata

Michele Camillò, trattando la figura di alcuni soggetti, è quindi passato ad elencare una serie di attività commerciali dove alcuni sodali dei clan erano soliti non pagare. “Raffaele Pardea è il fratellastro di mio padre Domenico Camillò. Raffaele Pardea è uno ‘ndranghestista di vecchia data ed è il padre di Francesco Antonio Pardea. Era presente durante la mia affiliazione alla ‘ndrangheta ed anche all’affiliazione di Pasqualino Callipo e Vincenzo Lo Gatto, così come a quella di Giuseppe e Antonio Franzè. Ricordo che una volta – ha spiegato il collaboratore – il commerciante di Vibo Bongiovanni si è rivolto a mio padre perché Raffaele Pardea non gli aveva pagato alcuni capi di abbigliamento presi nel suo negozio».

«Mio padre criticava per questo il suo fratellastro dicendo che come uomo d’onore non valeva niente perché faceva fare queste brutte figure. Raffaele Pardea un’altra volta non pagò neanche un gommista. Aveva anche n’amicizia con una signora del Tribunale che avrebbe dovuto spostargli la data di trattazione di una camera di consiglio nella quale doveva essere deciso un suo sconto di pena. In altra occasione, invece, sono stati Luciano Macrì e Raffaele Pardea a sparare contro un negozio a Vibo Marina – ha riferito il collaboratore – poiché il proprietario durante i funerali di uno dei Pardea non aveva abbassato le serrande in segno di rispetto e di lutto. È stato Pinuccio Pardea a chiedere questo favore a Raffaele Pardea. Inizialmente doveva essere Domenico Catania, detto Pallina, a dover sparare contro tale negozio. Poi però Catania si prese di panico ed a sparare sono stati Luciano Macrì e Raffaele Pardea». 

Domenico Catania, detto “Pallina”, è il giovane ferito sabato scorso nel corso della sparatoria a Vibo Valentia per la quale si trova in carcere il ventenne Francesco Barbieri di Pannaconi di Cessaniti, nipote del boss di Zungri Giuseppe Accorinti.

Le consumazioni gratis

I giovani della ‘ndrina Camillò-Macrì-Pardea sarebebro stati soliti non pagare in diverse attività commerciali. «Mommo Macrì si vantava che non pagava, tipo ad un bar di Vibo ed in un pub al centro della città dove non pagavano neppure Bartolomeo Arena, Francesco Antonio Pardea, Michele Manco e Michele Pugliese Carchedi. Nel caso del pub, il proprietario gli dava lo scontrino, ma loro dicevano che dopo sarebbero passati a pagare e poi non passavano. Per il bar, invece, era lo stesso proprietario a non farli pagare».

«Nel caso del locale Tribeca, invece – ha spiegato Camillò – io mi trovavo in un altro bar insieme a Costantino Panetta, Bartolomeo Arena e Francesco Antonio Pardea. Arrivarono poi mio nipote Domenico Camillò e Luigi Federici. Bartolomeo Arena rimproverò Domenico Camillò per l’incendio al locale Tribeca, ma mio nipote negò di essere stato lui. Mio nipote però mentiva. Bartolomeo Arena era amico del proprietario del Tribeca e si era messo d’accordo con lui per uno sconto del 50% sulle consumazioni per il nostro gruppo. Salvatore Morelli non era però d’accordo e mandò Domenico Camillò ad incendiare il Tribeca in compagnia di Giuseppe Suriano e Luigi Federici. Morelli voleva invece dal proprietario del Tribeca la somma di diecimila euro. Bartolomeo Arena era invece rammaricato per tale incendio perché – ha concluso il collaboratore – aveva preso degli accordi con il proprietario ed inoltre già prima dell’incendio mio nipote Domenico Camillò era solito consumare alcolici al Tribeca senza pagare».

Giornalista
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