Rinascita-Scott, l’esordio di Bartolomeo Arena: «A Vibo ‘Ndrangheta già dagli anni Sessanta»

L’origine della struttura mafiosa in città, il sequestro D’Amato, i tradimenti, il ruolo del nonno Pugliese Carchedi, i Lo Bianco, i Pardea, i Fortuna ed i rapporti con i reggini nel racconto del collaboratore di giustizia

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di Giuseppe Baglivo
20 luglio 2021
19:03

Esordio del collaboratore di giustizia, Bartolomeo Arena, nel maxiprocesso Rinascita Scott in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Un esame iniziato nel pomeriggio ed andato avanti a lungo con l’esame del pm della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo che sostiene la pubblica accusa. Il collaboratore è partito da lontano, spiegando le alleanze ed i contrasti in seno alla società di ‘ndrangheta di Vibo Valentia prima dell’avvento al vertice di Francesco Fortuna, detto “Ciccio Pomodoro”, ucciso nel 1988 a Pizzo Calabro. “Inizialmente a creare la società di ‘ndrangheta negli anni ’60 è stato Salvatore Franzè, detto Turi Pagnotta, il quale si attribuì la carica di contabile, mentre capo società venne fatto Rosario Pardea. In seguito a guidare la società di ‘ndrangheta di Vibo è stato Salvatore Morelli, detto l’Americano, nonno dell’attuale latitante Salvatore Morelli”.

Il contesto mafioso di Vibo e il sequestro D’Amato

Una famiglia di mafia, sia da parte di madre che da parte di padre, quella di Bartolomeo Arena, 45 anni, di Vibo Valentia e dall’ottobre del 2019 collaboratore di giustizia. “Mio padre era Antonio Arena, detto Vartolo, e con mia madre aveva fatto un accordo: io non sarei diventato né un poliziotto e neanche un delinquente. Sino all’età di 12 anni mi mandarono infatti a studiare dalle suore e frequentavo i ragazzi della Vibo-bene. Mio padre faceva parte inizialmente della cosca Pardea, detti Ranisi. Nel 1972, invece, mio nonno materno, Vincenzo Pugliese Carchedi, è stato arrestato per il sequestro a Vibo Valentia di Andrea D’Amato. Insieme a mio nonno – ha riferito il collaboratore – sono stati arrestati Antonio Galati di Mileto ed un certo Muzzopappa. Mio nonno si fece per il sequestro un anno di carcere e lì conobbe Peppe Mancuso, detto ‘Mbrogghja (in foto). Era mio nonno, all’epoca, a comandare il carcere di Vibo, tanto da farsi portare in cella il pranzo direttamente dal ristorante. Domenico Pardea e Rosario Pardea accusarono mio nonno di aver messo in piedi il sequestro di persona ai danni dell’imprenditore Andrea D’Amato senza informarli. Ma in realtà mio nonno – ha riferito Bartolomeo Arena – non aveva partecipato a tale sequestro. Trasferito quindi da Vibo al carcere di Palmi, mio nonno Vincenzo Pugliese Carchedi si staccò dalla cosca dei Pardea che l’avevano già processato e giudicato per il sequestro D’Amato senza neppure ascoltarlo”.


L’evoluzione criminale del Vibonese

Secondo Bartolomeo Arena, già negli anni ’60 esisteva un “locale di ‘ndrangheta nella città di Vibo Valentia nel quale confluivano diverse famiglie mafiose: Pardea, Lo Bianco, Catania, Primavera, Pugliese, Camillò, Barba. La società di ‘ndrangheta di Vibo si rapportava all’epoca con i Vrenna di Crotone, Antonio Macrì di Siderno e i Piromalli di Gioia Tauro. Mio nonno Vincenzo Pugliese Carchedi – ha riferito Bartolomeo Arena – ha accompagnato tante volte Antonio Macrì di Siderno dal boss Luigi Vrenna di Crotone. Ed è stato sempre mio nonno a portare per la prima volta a Polsi, a San Luca, Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni, Enzo Barba e mio padre Antonio Arena. Si sono recati una volta a trovare anche il boss Giuseppe Piromalli di Gioia Tauro mentre era latitante. Mio nonno mi raccontò di aver regalato a Giuseppe Piromalli un cappello a forma di coppola”.

La rottura nella società di ‘ndrangheta di Vibo

La frattura all’interno della società di ‘ndrangheta di Vibo Valentia sarebbe stata provocata, tuttavia, da altri episodi. “Michele Pardea e Francesco Pardea nel corso di una discussione – ha raccontato Bartolomeo Arena – hanno ucciso un ragazzo parente dei Franzè. Successivamente a tale fatto, Domenico Pardea non si presentò per tre volte di fila alle riunioni di ‘ndrangheta, pur essendo capo società, e Francesco Fortuna, detto Ciccio Pomodoro, si chiamò Corpo rivale, cioè si autoproclamò capo società con il consenso di tutti gli altri. Francesco Fortuna pur divenendo il nuovo capo ebbe l’abilità di non inimicarsi con i Pardea che accettarono la cosa. Mio nonno Vincenzo Pugliese Carchedi è stato anche colui che ha dato l’autorizzazione a Nicola Tripodi per fare una società di ‘ndrangheta a Vibo Marina e Portosalvo. Nel creare la società di ‘ndrangheta a Vibo Marina, mio nonno si confrontò con il solo Nino Mammoliti di Castellace, fratello di Cecè”.

 

Giornalista
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