Hanno denunciato la scomparsa dell’ex marito e padre con giorni di ritardo dicendo che lo credevano ad un ritiro spirituale di testimoni di Geova. Hanno affermato che l’uomo sarebbe stato visto in compagnia di una donna e che, forse, si era fatto abbindolare e si era allontanato con la nuova fiamma. Hanno mentito su orari e spostamenti. Hanno ripulito il luogo del delitto con acido muriatico e candeggina.

Ma secondo i carabinieri e la procura di Crotone, guidata da Domenico Guarascio, quello che gli indagati avevano cercato di far passare per un allontanamento volontario si sarebbe rivelato in realtà un efferato delitto maturato tra le mura domestiche, contestato all'ex moglie Daniela Rossato e al figlio Nicola Giglio. Le accuse sono fondate su immagini delle telecamere dei vicini, testimonianze e intercettazioni ambientali.

Una vita abitudinaria

L’ipotesi di una fuga spontanea o dell'ennesima scappatella sentimentale – tesi veicolata a più riprese dall'ex moglie – è stata presto accantonata dagli investigatori. Salvatore Giglio ha condotto fino alle sue ultime ore una vita abitudinaria e regolare, scandita da impegni religiosi con i Testimoni di Geova, battute di pesca e lavoretti edili già concordati per i giorni successivi con diversi conoscenti. Inoltre, l'uomo aveva lasciato a casa le proprie autovetture, la bicicletta e la barca, mentre il suo conto corrente non ha registrato alcuna movimentazione dopo la scomparsa.

Le immagini delle telecamere e le urla

A ricostruire la tragica sequenza dell'aggressione sono state le immagini dell'impianto di videosorveglianza di una casa vicina, posizionato di fronte all'unico varco d'accesso della proprietà. I filmati inquadrano la vittima in vita per l'ultima volta tra le ore 12:00 e le 12:08 del 21 settembre, mentre interagisce in giardino con l'ex moglie. Subito dopo si registrano grida e toni di lite esasperati andati avanti fino fino alle 12:51, momento in cui giunge sul posto il figlio Nicola Giglio, entrato dal cancello impugnando un oggetto non identificato nella mano sinistra. Subito dopo l'ingresso del giovane – è scritto nei brogliacci dell’inchiesta –, le urla cessano bruscamente. L'analisi dei video ha rivelato anche un'anomala interruzione delle registrazioni di quasi quattro minuti nelle fasi salienti dell'innesco, seguita dai continui andirivieni dell’ex moglie, che abitava in un appartamento accanto a quello di Salvatore Giglio, verso il magazzino e dall'allontanamento di Nicola Giglio con gesti di palese disappunto.

La bugia della fuga

Tra le ipotesi avanzate dagli indagati il sessantanovenne sarebbe scappato scavalcando il muretto posteriore alto due metri. Ma secondo lo stesso gip che ha vergato l’ordinanza di custodia cautelare, Elisa Marchetto, questa ipotesi appare irragionevole sia per i problemi fisici e di deambulazione della vittima, sia perché quel muro dava sull'area recintata e chiusa a chiave dell'abitazione di una vicina, senza alcun sbocco sulla via pubblica.

Le pulizie con acido muriatico

Nei giorni immediatamente successivi all'aggressione, la casa di via Agrigento sarebbe diventata teatro di frenetiche operazioni di pulizia e cancellazione delle tracce biologiche. Il mattino del 22 settembre – testimoniano alcuni vicini –, dalla canna fumaria dell'abitazione si è levata per ore una fitta colonna di fumo acre accompagnata da un forte odore di carne bruciata. La spiegazione fornita da Rossato ai militari, relativa a un presunto guasto al congelatore con conseguente deterioramento di alimenti, che l’avrebbe costretta a bruciare la carne, sarebbe stata smentita dalle verifiche tecniche, che hanno escluso sia interruzioni di corrente sia malfunzionamenti dell'elettrodomestico. I sopralluoghi eseguiti dagli investigatori nell'immobile hanno poi confermato un lavaggio intensivo delle superfici eseguito con sostanze chimiche corrosive quali acido muriatico e candeggina, acquistate dalla donna il 23 settembre presso un supermercato di Belcastro insieme a sacchi per l'immondizia. Ad aggravare la posizione dell'ex moglie vi erano anche evidenti graffi sugli avambracci, notati subito dopo la scomparsa da vari testimoni e dai carabinieri, che la donna ha cercato di giustificare preventivamente attribuendoli alle unghie del cane di casa.

L’occultamento del cadavere gettato nel Tacina

A indirizzare gli inquirenti verso il luogo di occultamento del cadavere sono stati i dati del sistema gps installato sulla Jeep Cherokee in uso a Rossato. I tracciati hanno documentato tre distinti spostamenti della vettura verso le sponde del fiume Tacina nella giornata del 23 settembre, culminati in una sosta di ben ventitré minuti in orario notturno, del tutto compatibile, secondo l’accusa, con il disfarsi del corpo nelle acque del fiume. Quella stessa notte, inoltre, la donna risultava in possesso del telefono della vittima, dal quale è stato inviato un messaggio. Per guadagnare tempo utile a distruggere le prove, gli indagati avrebbero atteso quattro giorni prima di segnalare ufficiosamente l'allontanamento ai carabinieri e una settimana intera prima di formalizzare la denuncia, cercando di ostacolare, sostiene l’accusa, le indagini ufficiali. Il quadro probatorio si è chiuso grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche disposte dalla Procura.

Le indagini del figlio Antonio e il disappunto dei familiari

Nelle conversazioni captate, madre e figlio manifestavano il terrore di finire in carcere ed esprimevano forte contrarietà per le iniziative dell'altro figlio, Antonio, il quale, estraneo ai fatti, aveva consegnato di sua iniziativa ai militari i video integrali delle telecamere. In un passaggio chiave, l'ex moglie commentava la scomparsa dell'ex coniuge definendola un evento quasi provvidenziale per le finanze familiari. «Perché tanto guarda è andata bene ... c'è andata di lusso che se no avrebbe venduto tutto…». Il movente, secondo gli inquirenti, è economico: Salvatore Giglio stava progressivamente svendendo il patrimonio immobiliare e i terreni di famiglia mediante scritture private in cambio di contanti. Di fronte al rischio di vedere prosciugata la futura eredità, lo scontro scoppiato il 21 settembre si sarebbe così trasformato in un'aggressione mortale, seguita da un piano di cancellazione delle tracce e dalla dispersione del corpo nel fiume.