La prima commissione divisa a metà sulle sorti del procuratore capo. Al vaglio del Consiglio superiore della magistratura le contestazioni sulla gestione dell'ufficio, la frattura con i sostituti e i rapporti con la Dda di Catanzaro. Il caso delle telecamere installate (e mai accese) dopo la riapertura dell’inchiesta Losardo
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Il Plenum del Consiglio superiore della magistratura si prepara ad affrontare, nella seduta pomeridiana di domani, la vicenda della Procura di Paola e del suo capo, Domenico Fiordalisi, insediatosi alla guida dell'ufficio giudiziario nel marzo 2025. A innescare la procedura è stata una dura relazione del procuratore generale di Catanzaro, Giuseppe Lucantonio, del 30 ottobre 2025, che ha portato all'attenzione del Csm una serie di contrasti, scelte operative contestate e presunte anomalie nella gestione dell'attività giudiziaria. La relazione descrive una frattura tra il procuratore e i suoi sostituti e alimentando tensioni anche con la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e con la polizia giudiziaria.
La relazione del procuratore generale e l’avvio del procedimento
Tra gli episodi contestati c’è la conduzione di alcune delicate indagini sulla criminalità organizzata che sarebbero state trasmesse tardivamente alla Dda. Nel procedimento per usura ed estorsione ai danni un imprenditore della zona, la Procura di Paola ha disposto il fermo senza un preventivo coordinamento con la Dda di Catanzaro. Il fascicolo è stato trasmesso ai magistrati distrettuali soltanto un mese dopo, peraltro su loro esplicita richiesta.
Pochi mesi più tardi, un altro episodio avrebbe alimentato le tensioni: quello relativo alla perquisizione nei confronti un perito balistico di Acquappesa. Fiordalisi avrebbe avocato a sé il fascicolo e avrebbe, poi, contattato direttamente il comando provinciale della Guardia di finanza di Catanzaro, chiedendo l'intervento del Gico senza prima concordare l'operazione con il procuratore distrettuale. «Il comandante, prima di procedere, aveva ritenuto necessario informare il Procuratore distrettuale, sia per accertare possibili convergenze investigative, sia in ragione dell’impiego di un reparto ordinariamente destinato alle indagini distrettuali. Il pg Lucantonio aveva autorizzato l’esecuzione della delega, chiedendo di essere aggiornato. Secondo quanto successivamente dichiarato dal colonnello Tramis, l’attività era risultata particolarmente impegnativa per il rilevante numero di armi rinvenute e si era protratta per circa un mese; l’ufficiale aveva precisato di avere rappresentato al Procuratore di Paola il consistente carico di deleghe già gravante sul Gico».
La riapertura del caso Losardo e le telecamere in Procura
Tra gli episodi più delicati figura anche la riapertura delle indagini sul delitto di Giovanni Losardo, funzionario della Procura di Paola assassinato a Cetraro nel 1980. Ripreso in mano il vecchio caso, Fiordalisi ha disposto, per esigenze investigative, l'installazione di apparecchiature per intercettazioni ambientali all'interno della Procura. Gli apparati sono stati collocati, alla fine di agosto, nella stanza di una magistrata assente, ma anche in altri luoghi della Procura. Un'attività di cui i magistrati non sarebbero stati informati, fatta eccezione per un generico accenno rivolto a una collega. La vicenda è emersa nel gennaio successivo, quando alcuni tecnici sono stati notati mentre si aggiravano nell'edificio per smontare gli apparati. La circostanza ha provocato l'allarme dei sostituti, che hanno immediatamente trasmesso una segnalazione all'autorità distrettuale. Solo in seguito è stato chiarito che le apparecchiature erano rimaste sempre spente e che la loro rimozione era stata programmata dopo il trasferimento degli atti alla Dda di Catanzaro.
Le dichiarazioni alla stampa
Alle tensioni interne aggiungono, nella relazione di Lucantonio, le esternazioni pubbliche del procuratore. Dalle dichiarazioni sui controlli relativi all'inquinamento provocato dalla coltivazione intensiva della cipolla, alle interviste sul caso delle intossicazioni da botulino, Fiordalisi avrebbe parlato con la stampa senza confrontarsi con i magistrati titolari dei fascicoli. Non sono mancati neppure gli attriti con le forze dell'ordine: tra gli episodi segnalati, le pressioni esercitate su un maresciallo dei carabinieri affinché rientrasse anticipatamente in servizio dopo un incidente e la richiesta rivolta a un appuntato di ritirare la domanda di trasferimento.
Una riunione «mai tenuta»
La rottura più profonda si è consumata, tuttavia, attorno alla riorganizzazione dell'ufficio per il quadriennio 2026-2029. Nel rendere esecutivo il progetto organizzativo, Fiordalisi avrebbe allegato un verbale datato 1° settembre 2025 nel quale attestava di aver riunito i quattro sostituti in servizio e di aver concordato con loro l'assetto della Procura. Una circostanza che i quattro magistrati hanno categoricamente smentito, segnalando al procuratore generale che quella riunione non si era «mai tenuta».
Da quell'episodio sono scaturiti un procedimento penale a Salerno per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, e un procedimento per incompatibilità ambientale. Da quel momento i rapporti all'interno dell'ufficio sarebbero ulteriormente peggiorati. Prima la richiesta, arrivata a ridosso delle festività natalizie, di relazionare entro quindici giorni sui fascicoli pendenti, per verificarne la regolarità. Poi una circolare con cui Fiordalisi ha invitato i colleghi a segnalare eventuali situazioni di incompatibilità. Infine, le denunce presentate dallo stesso procuratore nei confronti di due suoi pm e del procuratore generale.
La versione di Fiordalisi
Nell’audizione del 5 maggio 2026 davanti alla Prima Commissione del Csm, Domenico Fiordalisi ha respinto le accuse rivendicando i risultati dell’ufficio di Paola. Ha riferito di aver segnalato al precedente reggente per centinaia di sentenze non eseguite tra il 2018 e il 2022, precisando di aver azzerato l’arretrato ponendo in esecuzione 526 sentenze.
Riguardo ai rapporti interni, ha affermato che molte delle affermazioni dei sostituti davanti alla prima commissione non erano vere: «Quelle piccole bugie che sono venuti a raccontarvi in questa sede rimangono e dimostrano la loro attitudine a manipolare piano piano la verità per far apparire quello che in realtà non è…». Sulla querela contro un pm, ha spiegato di averla sporta perché travolto da 21 incolpazioni disciplinari, dall’imputazione penale e dalla procedura al Csm, dicendosi pronto a rimetterla quando «si riportano i fatti dichiarati a verità».
Fiordalisi ha poi definito il clima interno «collaborativo, sostanziale: mi mandano messaggi WhatsApp, parliamo per telefono, entrano in qualunque momento nel mio ufficio». Ha aggiunto che la produttività «è aumentata di un terzo, in alcuni punti della metà, su tutti i settori, su tutti i fascicoli. Quindi è chiaro che loro erano molto più comodi prima, quando potevano starsene molti giorni a Napoli in servizio senza prendersi ferie…». Fuori dal palazzo di giustizia, infine, non vi è alcuna percezione di tensione.
Le ragioni di chi sostiene l'archiviazione: i risultati sul campo e una crisi ormai superata
Nel corso della seduta della Prima commissione del Csm, i consiglieri Bernadette Nicotra, Roberto Romboli e Isabella Bertolini, hanno sostenuto la proposta di archiviazione. La loro posizione invita a valutare la vicenda alla luce dei risultati raggiunti dalla Procura di Paola sotto la guida di Fiordalisi, evidenziando il cambio di passo impresso all'attività dell’ufficio. Secondo i consiglieri, la Procura è riuscita ad azzerare l'arretrato storico, passando dai 735 provvedimenti del 2024 ai 1.123 del 2025. Un risultato al quale il procuratore avrebbe contribuito direttamente, facendosi carico del lavoro e partecipando ai turni festivi e alle udienze preliminari e collegiali, senza sottrarsi agli stessi impegni dei sostituti.
Anche sul caso delle microspie installate nel palazzo di giustizia, la proposta di archiviazione richiama gli accertamenti contenuti nella relazione di servizio. Gli apparati, secondo quanto ricostruito, erano stati predisposti esclusivamente nell'ambito della riapertura delle indagini sull'omicidio Losardo, non sarebbero mai stati attivati e sarebbero stati rimossi dopo il trasferimento del fascicolo alla Dda di Catanzaro.
A sostegno dell'operato di Fiordalisi vengono richiamati anche gli esiti giudiziari di alcune delle indagini finite al centro delle contestazioni. Nel procedimento su usura ed estorsione, la condanna è stata pronunciata senza il riconoscimento dell'aggravante mafiosa, circostanza che, secondo i consiglieri, confermerebbe la competenza della Procura ordinaria di Paola. Quanto alla vicenda dell'armeria, la Corte di Cassazione ha disposto la confisca definitiva delle armi, avvalorando la correttezza dell'operato dell'ufficio.
Si sarebbe inoltre ricomposto il fronte dei contrasti con la Direzione distrettuale antimafia. A dimostrarlo, secondo la proposta, è il verbale dell'assemblea del maggio 2026, nel quale viene attestata la piena collaborazione tra i due uffici, anche attraverso l'impiego di magistrati della Procura di Paola in attività di supporto ai colleghi di Catanzaro.
Un altro elemento valorizzato dai sostenitori dell'archiviazione riguarda la presunta assenza di ricadute esterne della crisi. Le tensioni, secondo questa ricostruzione, sarebbero rimaste circoscritte all'interno del palazzo di giustizia, senza compromettere i rapporti con l'avvocatura e il regolare funzionamento delle udienze. Il presidente dell'Ordine degli avvocati ha descritto i rapporti con la Procura come «assolutamente ottimi», aggiungendo che l'avvocatura non avrebbe percepito il clima di contrapposizione neppure sotto forma di «chiacchiericcio o pettegolezzo». Sulla stessa linea il presidente del Tribunale, che ha confermato il regolare svolgimento dell'attività giudiziaria. Anche la direttrice amministrativa ha restituito un'immagine positiva dell'ambiente di lavoro, parlando di «un clima di grande serenità» e di un procuratore che si sarebbe comportato come «un bonus pater familias nei confronti dei sostituti».
Per i tre consiglieri, infine, la fase più critica sarebbe ormai alle spalle. Due dei quattro sostituti che avevano contestato la gestione dell'ufficio hanno già lasciato Paola per prendere servizio in altre sedi; la querela nei confronti di uno dei sostituti è stata ritirata e per un altro è arrivato il parere favorevole all'avanzamento di carriera. Anche gli accordi raggiunti nelle riunioni più recenti dimostrerebbero, secondo questa tesi, il ritorno a una collaborazione piena e a un clima di concordia all'interno della Procura.
Le ragioni di chi chiede il trasferimento: le pressioni e una frattura ormai insanabile
Diametralmente opposta la valutazione dei consiglieri Michele Forziati, Tullio Morello e Maria Luisa Mazzola, firmatari della proposta che chiede il trasferimento immediato di Fiordalisi. Nella loro ricostruzione, gli episodi contestati non rappresentano singoli contrasti professionali, ma il segnale di una gestione che avrebbe progressivamente compromesso ogni possibilità di convivenza all'interno dell'ufficio.
Il punto di partenza è ancora una volta il verbale del 1° settembre 2025, nel quale il procuratore avrebbe attestato falsamente lo svolgimento di una riunione con i quattro sostituti e il loro consenso unanime al nuovo progetto organizzativo. Un incontro che, secondo i magistrati, non sarebbe mai avvenuto. La bozza di cento pagine sarebbe stata inviata soltanto la sera del 9 settembre. Un passaggio che avrebbe definitivamente compromesso il rapporto di fiducia con il capo dell'ufficio.
Il procuratore generale Lucantonio ha descritto le condizioni in cui aveva trovato i giovani magistrati, riferendo di persone «tutti quanti seriamente provati» e «molto preoccupati». Una situazione tanto grave da trasformare, secondo le sue parole, la Procura generale di Catanzaro nel «pronto soccorso della Procura di Paola».
Nei mesi successivi, sempre secondo la proposta di trasferimento, le pressioni non sarebbero cessate. A ridosso del Natale Fiordalisi avrebbe imposto ai sostituti di esaminare in appena quindici giorni i fascicoli pendenti.
Alle contestazioni si aggiungono quelle relative alle interferenze nell'attività dei sostituti. Fiordalisi avrebbe ricevuto avvocati «per trattare con loro del contenuto di indagini che riguarda nostri fascicoli, talvolta anche anticipando delle conclusioni» ha testimoniato una pm. Avrebbe assunto direttamente la gestione del procedimento sull’armeria riguardo al quale avrebbe dovuto «astenersi», sostengono i consiglieri, visto che tra il fratello dell’armiere (deceduto) e Fiordalisi anni fa vi erano stati attriti giudiziari. Sul caso delle intossicazioni da botulino, la sostituta avrebbe contestato al procuratore una «smania di finire al telegiornale», accusandolo di aver diffuso informazioni inesatte. Anche la vicenda delle apparecchiature installate nei corridoi della Procura avrebbe contribuito ad alimentare un clima di sfiducia.
A restituire la misura della frattura sono soprattutto le parole dei magistrati coinvolti. C’è chi ha descritto i rapporti con il procuratore come quelli di «separati in casa», chi ha parlato di un ambiente «tetro», mentre un magistrato ha definito «insostenibili» le condizioni di lavoro. Il luogotenente Iantorno, dal canto suo, ha parlato di «gelo nel rapporto tra i sostituti e il procuratore».
Per i sostenitori del trasferimento, del resto, la crisi non può considerarsi superata. Fiordalisi non ha ritirato la querela nei confronti di un pm che continua a lavorare nella Procura di Paola. Il procuratore ha inoltre presentato due denunce penali, per falso e diffamazione, nei confronti dello stesso procuratore generale Giuseppe Lucantonio. E proprio le parole utilizzate da Fiordalisi per descrivere i suoi giovani colleghi, di avere «un'attitudine a manipolare piano piano la verità per far apparire quello che in realtà non è», vengono indicate come un'ulteriore dimostrazione di una frattura che, secondo i consiglieri favorevoli al trasferimento, non lascia intravedere possibilità di ricomposizione.

