Il testimone di giustizia Tramontana: «Mi sono pentito di avere collaborato»

VIDEO | Costretto dal Viminale ad accettare la fuoriuscita dal programma di protezione, entro il 30 giugno dovrà lasciare la casa senza che lo Stato abbia mantenuto nessuno degli impegni presi

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di G. B.
26 maggio 2020
14:19

Ancora una volta assenti due testi che dovevano essere messi a confronto in aula a Vibo con il testimone di giustizia, Michele Tramontana, il falegname di Rombiolo che, grazie alle sue dichiarazioni, ha fatto scattare nel marzo 2009 l’operazione denominata “Pinocchio” con il coordinamento della Dda di Catanzaro. Il confronto dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia è stato così rinviato al 7 luglio prossimo.

Sotto processo per il reato di usura sono imputati: Roberto Cuturello, 52 anni, di Limbadi; Raffaele Gallizzi, 45 anni, di Motta Filocastro, frazione di Limbadi; Pantaleone Rizzo, 41 anni, residente a Novara; Giorgio Galiano, 43 anni, di Calimera, frazione di San Calogero; Raffaele Lentini, 62 anni, di Vena di Ionadi; Michele Marturano, 44 anni, residente a Roma. 

L’occasione è però servita a Michele Tramontana per rendere pubblica la sua odissea, fatta di colossali ingiustizie, sottovalutazioni del caso, provvedimenti assurdi ed un totale abbandono da parte dello Stato. Nello studio del suo avvocato Giovanna Fronte, nel corso di una conferenza stampa, il testimone di giustizia è stato chiaro: «Non rifarei la scelta di testimoniare in favore della giustizia e denunciare. Lo Stato non aiuta i testimoni ma anzi fa di tutto per rendergli la vita impossibile».

 

Entrato nel programma di protezione riservato ai testimoni di giustizia subito dopo l’operazione “Pinocchio”, Michele Tramontana – sebbene soggetto tuttora a forte rischio come testimoniato, da ultimo, dalla Dda di Catanzaro – è attualmente fuori da ogni protezione. Gli viene garantita esclusivamente la scorta in occasioni delle “trasferte” quando deve rendere testimonianza nei processi. Ma nulla più. Lo scorso anno il Ministero dell’Interno gli ha quasi imposto la fuoriuscita dal programma di protezione, promettendogli la sistemazione dell’immobile dove attualmente vive e la possibilità di onorare i debiti assunti con la sua attività commerciale. Impegni tutti non mantenuti ed ora si ritrova con una data – quella del 30 giugno prossimo – in cui dovrà lasciare l’immobile ritrovandosi in pratica da solo e senza neppure una casa.

 

Nel frattempo sono arrivate minacce di morte con l’invito a non presenziare più ai processi, ricevute attraverso telefonate partite da Vibo Valentia, un ricorso al Tar contro il Ministero dell’Interno e la commissione centrale del programma di protezione rigettato, un appello vinto al Consiglio di Stato ed il ritorno al Tar con l’avvocato dello Stato che ha svelato in pubblica udienza la località protetta dove Tramontana vive ed ha tentato di rifarsi una vita riavviando un’attività imprenditoriale. Fatti gravissimi che formano oggetto di un’apposita denuncia-querela. L’accordo prospettato dal Ministero dell’Interno lo scorso anno ha previsto infatti la rinuncia al ricorso al Tar in cambio di alcuni anni di capitalizzazione e l’acquisto da parte del demanio degli immobili siti a Rombiolo di proprietà della madre. Con tali somme, Tramontana avrebbe dovuto realizzare la nuova casa dove poter sistemare moglie e figli e lasciare l’immobile attualmente occupato, avendo quindi il tempo per riorganizzare la vita della propria famiglia fuori dal programma di protezione.

Impegni non mantenuti dallo Stato, in quanto alla madre di Tramontana non sono state ancora liquidate le somme dell’acquisizione dell’immobile, così come non sono mai state corrisposte le somme dovute a titolo di arretrati trattenute dal Servizio centrale di protezione. L’emergenza coronavirus ha inoltre bloccato qualsiasi attività rendendo impossibile il riavvio delle attività economiche di Tramontana.

 

L’ultima assurdità si è concretizzata nei giorni scorsi con il rifiuto da parte del Servizio centrale di protezione dei testimoni di giustizia di accettare un rinvio da parte di Tramontana a lasciare l’immobile attualmente occupato a causa dell’emergenza coronavirus. Una semplice richiesta di procrastinare di alcuni mesi l’utilizzo dell’abitazione che è stata però respinta.

A nulla sono sinora servite le segnalazioni al presidente della commissione centrale, alla Dda di Catanzaro, al Presidente della Repubblica, all’onorevole Crimi, al ministro dell’Interno ed alla commissione parlamentare antimafia.

Da qui l’ultimo accorato appello alle istituzioni da parte di Michele Tramontana, “ingannato dallo Stato”, impossibilitato persino a recarsi al funerale del padre e lasciato praticamente da solo contro la ‘ndrangheta. Già, la ‘ndrangheta. Perché in un primo tempo il Tribunale del Riesame di Catanzaro aveva persino escluso l’aggravante mafiosa nelle contestazioni dell’operazione “Pinocchio” per poi essere ripristinata a seguito della caparbietà dell’avvocato Giovanna Fronte ed anche alle nuove dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Raffaele Moscato. La pubblica accusa è oggi rappresentata dal pm Concettina Iannazzo della Procura di Vibo Valentia – applicata per questo procedimento alla Dda di Catanzaro – che ha preso a cuore il caso e fatto tutto il possibile per non far finire il processo nel dimenticatoio. A dieci anni dall’operazione siamo infatti ancora al processo di primo grado e la prescrizione – nonostante la contestata aggravante – corre veloce. Con buona pace dei proclami e dei continui inviti da parte dello Stato a testimoniare contro la ‘ndrangheta.

Giornalista
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