Valerio Palmieri, la spina nel fianco della 'ndrangheta lascia Vibo Valentia

Da Miletos a Rinascita Scott, passando per Nemea e l’autobomba di Limbadi. Un ruolino impressionante e devastante di indagini e successi investigativi per l’ufficiale dell’Arma che lascia un'eredità pesantissima al Nucleo investigativo provinciale

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di Pietro Comito
26 agosto 2020
08:08
Il maggiore Valerio Palmieri
Il maggiore Valerio Palmieri

Valerio Palmieri lascia il comando del Nucleo investigativo di Vibo Valentia. Lascia in silenzio, dopo anni d’indagini e di successi che nella provincia a più alta densità mafiosa d’Italia hanno avuto il fragore di un tuono. È stato lui, assieme ai colleghi che hanno guidato il Reparto anticrimine del Ros di Catanzaro e la seconda sezione del Ros Centrale, l’inquirente chiave della colossale indagine Rinascita Scott, epilogo e forse apice, di una parentesi straordinaria, per la sua carriera, per il comando provinciale della Benemerita e per il prestigio dell’intera Arma dei carabinieri.

 

È l’ufficiale al quale il boss di Filandari, Leone Soriano - fiaccato e stanato dalle indagini sue e degli uomini che ha guidato - urlò: «Togliti la divisa…». E poi: «Devi proteggere la famiglia tua, non la mia». È il maggiore dell’Arma il quale - nell’ultimo capitolo della sua permanenza in quella che il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri (del quale è stato uno degli uomini più fidati) ha indicato come «la provincia prediletta» - ha scovato e arrestato il più pericoloso boss ’ndranghetista alla macchia, Domenico Bonavota.

 

Il ruolino di Valerio Palmieri e dei suoi uomini, anche al netto di tutto questo, è impressionante, anzi devastante: da Miletos (il blitz che ha disarticolato i clan dell’antica capitale normanna facendo luce su faide e omicidi) a Nemea (che ha assestato un colpo ferale ai Soriano), passando per l’indagine che in tempi record ha consentito all’ufficio diretto da Gratteri di far luce sull’autobomba di Limbadi che nell’aprile del 2018 ricordò all’Italia e al resto del mondo che l’impeto stragista della ’ndrangheta è sopravvissuto anche allo tsunami seguito alla strage di Duisburg.

 

E mentre realizzava questo e tanto altro, assieme al suo braccio destro, il capitano Alessandro Bui, ha curato una delle architravi di Rinascita, un’indagine avviata nel 2014 dall’allora procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dal pm antimafia Simona Rossi, poi decollata e ingrossatasi con Camillo Falvo e con il pool progressivamente completato da Nicola Gratteri: Antonio De Bernardo, Anna Maria Frustaci, Andrea Mancuso.

 

Incrociando le sue acquisizioni a quelle dei colleghi del Ros, il maggiore Palmieri ha delineato il profilo dei grandi capimafia della provincia di Vibo Valentia: Luigi Mancuso, Saverio Razionale, Peppone Accorinti, i fratelli Bonavota e, a seguire, l’assetto delle rispettive cosche e degli altri clan satelliti. Nelle sue enciclopediche informative ha spiegato, passando in rassegna decine di migliaia di ore di intercettazioni e contestualizzandole con le rivelazioni dei collaboratori di giustizia, anche l’inedito assetto della ‘ndrangheta nella città di Vibo Valentia: tre società mafiose in contrasto tra esse, prossime ad un cruento regolamento di conti e quindi ad una faida, scongiurata dal pentimento di Bartolomeo Arena e dal maxiblitz del 19 dicembre 2019.

 

È stato Valerio Palmieri a concepire l’assunto, poi approfondito e articolato di pm della Dda di Catanzaro, secondo il quale in provincia di Vibo Valentia esistesse un Crimine, seguendo lo schema concepito e validato dalla Cassazione dopo l’altro storico blitz, quello reggino, di Pignatone e Gratteri, del 2010. Sì, c’era un Crimine, del quale Luigi Mancuso era il capo, che dalla sua scarcerazione avvenuta nel 2012 aveva avviato una strategia di pacificazione tra i clan in guerra. E così Luigi Mancuso, nel Vibonese crocevia dell’intera ‘ndrangheta, avrebbe assunto una dimensione speculare a quella che l’indagine Kyterion attribuì a Nicolino Grande Aracri.

 

Insomma, Valerio Palmieri ha saputo attingere e assorbire dalla più importante letteratura giudiziaria recente, sintetizzarne i modelli, comprendere, grazie alle indagini del suo Nucleo investigativo chi a quei modelli nella «provincia prediletta» apparteneva, incastrando un tassello dopo l’altro dell’enorme mosaico costituito da Rinascita.

 

Valerio Palmieri va via in silenzio, tornerà a Reggio Calabria. Aveva raccolto una eredità pesantissima, quella di Giovanni Migliavacca, ufficiale di punta dell’Arma vibonese divenuto poi uno dei pilastri del Ros. Ha così dato continuità a quell’esperienza, il cui valore forse è stato apprezzato troppo tardi ma che fu fondamentale per restituire credibilità all’efficacia dell’azione antimafia dei carabinieri nel Vibonese, e poi ha portato a conclusione un percorso incredibile se solo si pensa alla grande manifestazione promossa da Libera lo scorso 24 dicembre. Schivo, riservato, dall’impeccabile aplomb istituzionale, ora è Valerio Palmieri a lasciare un’eredità pesante, pesantissima, in uno dei Comandi provinciali dell’Arma che negli ultimi dieci anni il prestigio l’ha conquistato sul campo con risultati storici.

Giornalista
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