Tra gli scontri di piazza a Milano e le mobilitazioni più che civili al Sud, le nuove generazioni reagiscono a modo loro alla crisi: tra memoria del '68, eversione metropolitana e riscatto sociale
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Sono il presente, non il futuro. E vederli invadere le piazze nel bene o nel male è un segnale forte, potente. E se è vero che la storia insegna, o meglio dovrebbe, osservare l'Italia attraverso le sue piazze significa sporgersi su un sismografo sociale che registra scosse sismiche sempre più frequenti. Le notizie di cronaca restituiscono la fotografia di un Paese attraversato da una rabbia giovanile sollecitata dalle grandi crisi contemporanee, che spaziano dall'incubo dei conflitti mondiali al carovita imperversante, fino alla precarietà del sistema educativo e all'impoverimento progressivo delle famiglie. Tuttavia, l'aspetto più lacerante per chi fa informazione sul campo non è soltanto la diffusione del dissenso, ma la spaccatura profonda nelle modalità con cui la gioventù sceglie di manifestare. “Il mondo che vorrei ci sparerebbe fiori, non sentiremo più il suono dei cannoni. Il mondo che vorrei farebbe più giustizia per tutti quelli che la guerra l'hanno vista”. Lo cantava Laura Pausini nei primi anni duemila e dopo 20 anni siamo ancora qui con giovani smarriti a chiedersi se è questo il mondo che vogliono.
Nelle metropoli del settentrione la protesta contro l'inflazione e gli armamenti è sfociata in veri e propri disordini urbani. A Milano oltre cinquemila manifestanti hanno paralizzato il centro storico, dove frange violente hanno bersagliato le forze dell'ordine con sassi, bombe carta e porfido, fino a erigere barricate in Piazza Duomo e devastare i mezzi delle forze dell'ordine. Scenari analoghi si sono verificati a Bologna, tra lacrimogeni, idranti e rastrelliere di biciclette scagliate in strada, mentre a Torino la presenza di giovanissimi incappucciati ha costretto persino gli organizzatori del corteo a intervenire per tentare di frenare le intemperanze. Sotto il profilo sociologico, questi episodi pongono interrogativi urgenti sul rischio di un'anomia metropolitana, in cui la rabbia sfocia nella noia distruttiva o nell'eversione sterile strumentalizzata da circuiti antagonisti.
All'estremo opposto della penisola, la Calabria ha offerto una testimonianza di tutt'altro tenore. Uomini, lavoratori stremati e stanchi ma con ancora occhi e anima fieri e carichi di dignità, hanno dato una lezione di vita dal valore inestimabile. Hanno raggiunto quei giovani che hanno deciso di protestare per il loro presente che non lascia speranza per il futuro. Generazioni a confronto ma tutti pronti a riconoscersi nell’altro. Padri e figli e lo stesso desiderio di tornare a sperare e sognare che casa, l’Italia è un paese sicuro dove vivere e non sopravvivere.
Nei presìdi della Piana di Gioia Tauro e della Locride, la mobilitazione contro i rincari del carburante e le speculazioni economiche ha visto gli studenti schierarsi con determinazione al fianco di agricoltori e autotrasportatori. Lontana dalle devastazioni e dal nichilismo urbano, la piazza calabrese ha rivendicato con fermezza il diritto al lavoro e la tenuta economica dei territori, trasformando lo sciopero in una battaglia civica di altissima dignità. Si è trattato di un'alleanza intergenerazionale capace di imporre le proprie istanze alle istituzioni regionali e nazionali senza cedere alla provocazione o alla violenza gratuita.
Questo scenario richiama inevitabilmente la stagione del Sessantotto, quando gli studenti si sollevarono contro l'autoritarismo e le disfunzioni del sistema scolastico di massa. Già nel 1967 Don Lorenzo Milani e i ragazzi di Barbiana denunziarono nella Lettera a una professoressa i pregiudizi di classe e il trionfo dell'individualismo consumistico. E se nel '68 la protesta cercò una convergenza con il mondo operaio nelle fabbriche, oggi l'unione tra studenti e lavoratori della terra in Calabria ne riprende l'eredità più autentica. Al contrario, le intemperanze di certe frange metropolitane rievocano le celebri critiche di Pier Paolo Pasolini, che all'indomani della battaglia di Valle Giulia mise in guardia contro l'omologazione e la falsa rivoluzione di giovani chiusi nella propria bolla piccolo-borghese.
Dal punto di vista sociopedagogico, le nuove generazioni fungono da specchio delle carenze del mondo adulto e della politica. Quando le istituzioni non garantiscono risposte concrete sul costo della vita e sul futuro dei giovani, la frustrazione rischia di marcire nella violenza o di spegnersi nella rassegnazione. Occorre chiedersi perché in alcune città la protesta degeneri in un'eversione senza progetto, mentre in territori feriti come la Calabria riesca a farsi baluardo di coesione e democrazia. Allo stesso modo bisogna interrogarsi su quanto incida l'assenza di saldi punti di riferimento educativi nel lasciare i ragazzi in balia della noia e della strumentalizzazione politico-eversiva. Il monito che arriva dalle piazze è inequivocabile: ignorare la condizione giovanile o limitarsi alla repressione della violenza significa rinunciare a comprendere le radici della crisi, compromettendo la tenuta sociale e democratica dell'intero Paese. Sono il presente, non il futuro e lo hanno dimostrato con dignità.

