L’aria più struggente della Tosca racchiude in pochi minuti memoria, amore e disperazione. Puccini trasforma l’addio di Cavaradossi in una riflessione universale su ciò che perdiamo quando la vita sta per finire
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Ci sono arie che raccontano una passione. Altre raccontano una vita intera concentrata in pochi minuti. «E lucevan le stelle», dalla Tosca di Giacomo Puccini, appartiene a questa seconda categoria.
È l’alba del 17 giugno 1800. Roma è ancora immersa nel buio. Mario Cavaradossi, pittore e amante di Floria Tosca, è rinchiuso a Castel Sant’Angelo e sa di essere condannato a morte. Il barone Scarpia, capo della polizia, lo ha torturato e condannato dopo aver tentato di servirsi del suo amore per Tosca per ottenere ciò che desiderava. Cavaradossi crede ormai di non avere più futuro. Gli resta soltanto il ricordo. Ed è proprio dal ricordo che nasce l’aria.
«E lucevan le stelle, ed olezzava la terra»...
La memoria torna alla notte precedente, alla voce di Tosca, al profumo della terra, all’abbraccio dell’amata. Il tempo sembra dilatarsi: Cavaradossi non racconta semplicemente ciò che è accaduto, lo rivive. Ogni elemento sensoriale — la luce delle stelle, il profumo della terra, il bacio — diventa l’ultima testimonianza di una felicità ormai irrecuperabile.
Poi arriva la consapevolezza più dolorosa:
«...O dolci baci, o languide carezze,mentr’io fremente le belle forme disciogliea»...
L’uomo condannato a morte non teme soltanto la fine. Piange soprattutto ciò che la morte gli sottrae: la possibilità di amare ancora. È questa la grandezza della scrittura pucciniana. L’orchestra non accompagna semplicemente il canto: respira con Cavaradossi. La melodia si apre, si tende, si spezza, fino alla disperazione conclusiva:
«Muoio disperato! E muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita!»
È uno dei paradossi più luminosi e terribili dell’opera: Cavaradossi scopre il valore della vita proprio nel momento in cui sta per perderla. L’aria appartiene al terzo atto della Tosca, composto da Puccini come un progressivo avvicinamento alla morte. Dopo il dramma politico e passionale dei primi due atti, Castel Sant’Angelo diventa quasi uno spazio metafisico: il mondo si restringe, il tempo si arresta e ciò che rimane è soltanto la memoria dell’amore.
«E lucevan le stelle» è diventata una delle pagine più celebri del repertorio tenorile, interpretata da generazioni di grandi cantanti e fissata nella memoria discografica dalle voci leggendarie del Novecento. Come le grandi arie che abbiamo incontrato in questo viaggio, anche questa pagina ha oltrepassato il teatro: è entrata nei concerti, nelle registrazioni, nella radio, nella cultura popolare.
Eppure la sua fortuna non dipende soltanto dalla bellezza della melodia. Dipende dalla sua umanità. Cavaradossi non è più soltanto il pittore della Roma napoleonica, né il condannato di una vicenda teatrale. È l’uomo che, davanti alla morte, ripercorre ciò che ha amato e comprende improvvisamente quanto fosse prezioso. Forse è per questo che, ancora oggi, quando la voce intona «E lucevan le stelle», il teatro sembra ammutolire. Perché Puccini ci ricorda una verità antica e terribile: spesso comprendiamo davvero quanto sia luminosa la vita soltanto quando la luce sta per spegnersi.
L’aria che divenne una leggenda
La popolarità di «E lucevan le stelle» fu quasi immediata e crebbe ulteriormente con la diffusione del disco e della radio. Già nei primi anni del Novecento l’aria entrò nel repertorio dei grandi tenori: Enrico Caruso la incise più volte, a partire dal 1902, contribuendo in maniera decisiva alla sua circolazione oltre i confini del teatro. Da allora è stata interpretata da alcune delle voci più celebri del secolo — da Tito Schipa a Beniamino Gigli, da Giuseppe Di Stefano a Mario Del Monaco, Franco Corelli, Carlo Bergonzi, Luciano Pavarotti, Plácido Domingo e José Carreras — fino a diventare una delle pagine tenorili più riconoscibili dell'intero repertorio operistico. La sua fortuna ha ormai oltrepassato persino quella della Tosca: per molti ascoltatori che non hanno mai assistito all'opera, quelle prime note del clarinetto e quell'attacco sommesso del tenore costituiscono un'immediata porta d'accesso al mondo di Puccini.
La melodia è entrata nella cultura popolare, nei concerti, nelle registrazioni e nella memoria di generazioni di ascoltatori; ancora oggi viene comunemente riconosciuta come una delle arie più celebri e amate della lirica.

