Per anni è stato impropriamente accostato alla destra per il suo rifiuto della militanza politica e per l'affetto di una parte dell'elettorato conservatore verso la sua musica. Ma le appartenenze degli ascoltatori non definiscono un artista, così come le sue eventuali idee politiche non possono cancellarne il valore
Tutti gli articoli di Cultura
PHOTO
Lucio Battisti
C'è qualcosa di profondamente anacronistico nel bisogno di assegnare un artista a una casella politica, prima ancora di ascoltarne l'opera. Come se una canzone, un quadro, un romanzo o una sinfonia dovessero necessariamente esibire, accanto al proprio titolo, una tessera di partito; come se la bellezza avesse bisogno di una certificazione ideologica per poter essere ammessa al patrimonio comune.
Lucio Battisti, in questo singolare tribunale delle appartenenze, ha avuto una sorte esemplare.
Era di destra?
No.
Non esiste alcuna documentazione (e nessuna sua dichiarazione) che consenta di definirlo un uomo di destra, tantomeno un fascista. Esiste, piuttosto, una quantità considerevole di testimonianze che raccontano l'esatto contrario: Battisti era estraneo alla politica, insofferente verso l'esposizione pubblica, radicalmente individualista, assai poco incline a trasformare la propria arte in manifesto ideologico. Mogol, che con lui condivise una delle più straordinarie avventure creative della musica italiana, ha ripetutamente escluso che Battisti fosse politicamente impegnato e, in una recente intervista, ha ribadito di non averlo mai sentito parlare di politica. Lo ha definito, piuttosto, un individualista, interessato alla libertà e al merito.
Eppure la leggenda di un Battisti "di destra" è sopravvissuta. È sopravvissuta perché Battisti, in un'epoca nella quale la canzone italiana sembrava dover necessariamente possedere una coscienza politica, ebbe l'impudenza — o, più semplicemente, la libertà — di non averne una, pubblicamente esibita. Ed è proprio qui che la questione diventa interessante. Il peccato originale di Battisti: non essere impegnato politicamente.
Per comprendere l'equivoco occorre tornare all'Italia nella quale Lucio Battisti divenne Lucio Battisti.
Erano gli anni Sessanta. La società italiana era attraversata da una radicalizzazione ideologica senza precedenti nel dopoguerra. La politica penetrava nelle università, nelle fabbriche, nelle piazze, nei giornali, nei teatri, nel cinema, nella letteratura e nella musica. La canzone non rappresentava più soltanto un luogo dell'intrattenimento: aspirava a diventare coscienza civile, testimonianza, denuncia, talvolta addirittura strumento di mobilitazione. Il cantautore doveva raccontare il mondo. Doveva prendere posizione. Doveva parlare della guerra, del lavoro, dell'alienazione, del Vietnam, del fascismo, del proletariato, della rivoluzione, delle ingiustizie sociali. E, soprattutto, doveva farlo da sinistra.
Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Antonello Venditti, Ivan Della Mea, Fausto Amodei e molti altri furono associati, con modalità differenti e con gradazioni ideologiche tutt'altro che omogenee, alla cultura progressista e alla stagione dell'impegno. La canzone italiana si intrecciò profondamente con le istanze politiche e sociali del tempo.
Naturalmente sarebbe storicamente scorretto trasformare tutti questi artisti in una indistinta falange politica. Guccini, per esempio, ha più volte respinto l'etichetta di "cantautore politico", ricordando come gran parte della propria produzione fosse costituita da storie individuali, riflessioni esistenziali e memoria personale. De André, dal canto suo, difficilmente può essere ridotto a un semplice militante di partito: la sua anarchia, la sua attenzione agli ultimi, la sua cultura religiosa e letteraria appartengono a una dimensione molto più complessa.
Ma il clima culturale era quello. E Battisti era un corpo estraneo. Mentre altri cantavano la società, lui cantava l'individuo. Mentre altri cercavano nella canzone una funzione pubblica, lui vi cercava una verità privata.
La cultura dominante interrogava la Storia, Battisti interrogava l'amore, la solitudine, il desiderio, la gelosia, l'abbandono, la fragilità, il tempo, la memoria, le emozioni e i sentimenti degli uomini. E proprio per questo non era meno contemporaneo.
La colpa di Battisti, in definitiva, fu quella di non avere una bandiera politica da esibire.
E in determinati ambienti culturali, soprattutto negli anni della più aspra contrapposizione ideologica, l'assenza di una bandiera poteva essere interpretata come una bandiera nemica.
La logica era perversa: se non sei con noi, sei contro di noi.
Battisti non partecipava al rito collettivo dell'artista impegnato, non costruiva la propria immagine intorno a una militanza, non frequentava il repertorio della canzone di protesta, non trasformava il palcoscenico in un'assemblea. Fu dunque facile, soprattutto per una parte della sinistra militante, considerarlo sospetto.
La stessa storia di una sua presunta vicinanza all'estrema destra è stata alimentata, negli anni, anche da un'informativa dei servizi relativa a un presunto finanziamento alla destra eversiva. Ma la stessa ricostruzione giornalistica che ha riportato la vicenda ha sottolineato l'assenza di prove oggettive; Mogol ha smentito categoricamente l'ipotesi, mentre Bruno Lauzi avrebbe sostenuto che Battisti votasse per il Partito Repubblicano.
Insomma: una leggenda costruita su un'informazione non comprovata, su testimonianze successive e, soprattutto, su un equivoco culturale. Quello secondo cui l'artista che non aderisce all'immaginario della sinistra debba necessariamente essere di destra.
Il caso più celebre è forse quello di La collina dei ciliegi: "Planando sopra boschi di braccia tese". Bastò quel verso. In un'Italia nella quale il saluto romano era ancora una ferita storica aperta e nella quale ogni simbolo poteva diventare una dichiarazione politica, quelle "braccia tese" vennero interpretate da alcuni come un'allusione al saluto fascista. Ma la lettura era completamente diversa. Mogol ha spiegato che quelle braccia erano tese verso il Signore, non verso il Duce. Eppure la suggestione era ormai entrata nell'immaginario. Battisti divenne, per una parte dell'opinione pubblica, il cantante "di destra". È un meccanismo tipico della mitologia politica: quando mancano le prove, intervengono le interpretazioni; quando mancano le dichiarazioni, si interrogano i versi; quando i versi non bastano, si interpreta il silenzio.
L'assenza di militanza diventa militanza occulta. La libertà dall'appartenenza viene scambiata per appartenenza clandestina. Ma c'è un'altra ragione: Battisti piaceva anche alla destra. Qui, però, occorre essere onesti. Una parte del pubblico di Battisti era effettivamente composta da persone vicine alla destra politica.
E allora?
È forse questa una prova della sua ideologia? Naturalmente no!
Un artista non è responsabile della collocazione politica di ciascuno dei propri ascoltatori. Altrimenti dovremmo sostenere che un cantante diventa comunista se viene ascoltato da un comunista, democristiano se viene ascoltato da un democristiano, monarchico se piace a un monarchico.
La musica, per fortuna, possiede una caratteristica che la politica spesso non sopporta: attraversa i confini. Una canzone d'amore può essere ascoltata contemporaneamente da un fascista, da un comunista, da un liberale, da un cattolico, da un anarchico e da una persona che non ha mai avuto interesse per la politica. Si racconta che Mussolini e Hitler amassero Chopin, Beethoven, Mozart... Dunque questi meravigliosi compositori classici sono fascisti o nazisti?
La circostanza che Battisti fosse amato anche da settori della destra italiana dimostra, semmai, quanto la sua musica avesse oltrepassato i recinti ideologici nei quali una parte della critica avrebbe voluto rinchiuderla.
Ma ammettiamo, per assurdo, che Battisti fosse stato di destra. Che cosa cambierebbe? Cambierebbe qualcosa nella qualità di "Emozioni"? Cambierebbe la struttura armonica de "I giardini di marzo"?
Diventerebbe meno struggente "E penso a te"? Perderebbe la propria forza "La canzone del sole"? Sarebbe improvvisamente meno geniale "Ancora tu"?
Naturalmente no.
E qui bisogna avere il coraggio di affermare una cosa che oggi, nell'epoca delle appartenenze assolute, sembra quasi scandalosa: l'opera d'arte non coincide biograficamente con il suo autore.
L'autore entra nell'opera, certamente. La sua epoca, la sua sensibilità, le sue ossessioni, persino le sue contraddizioni possono attraversarla. Ma l'opera, una volta consegnata alla storia, acquisisce una vita propria. È questo che distingue la critica dall'inquisizione.
Il problema diventa ancora più evidente quando si entra nel territorio della letteratura e della filosofia.
Martin Heidegger ebbe un rapporto inequivocabile e gravissimo con il nazionalsocialismo: aderì al NSDAP nel 1933, fu rettore dell'Università di Friburgo e pronunciò discorsi pubblici nei quali sostenne, almeno in quella fase, il progetto politico del regime. Nel 1934 si dimise dal rettorato, ma il rapporto con il nazismo rimane una delle questioni più controverse e dolorose della sua biografia intellettuale.
Eppure nessuno studioso serio sostiene che, per comprendere Essere e tempo, sia sufficiente scrivere sulla copertina: "Heidegger, nazista". La sua responsabilità politica viene studiata, discussa, criticata. La sua filosofia viene studiata. Le due cose devono necessariamente dialogare, ma non possono essere confuse.
Lo stesso vale, con le necessarie precisazioni storiche, per Giuseppe Ungaretti.
Definirlo semplicemente "di destra" sarebbe riduttivo e storicamente rozzo. Ungaretti ebbe certamente un rapporto importante con il fascismo e con Mussolini, aderì al regime e gli espresse sostegno; sulla natura, sull'intensità e sulle motivazioni di quell'adesione la storiografia ha però prodotto interpretazioni differenti. Esistono, inoltre, testimonianze relative al suo aiuto ad antifascisti ed ebrei durante gli anni delle leggi razziali.
E allora cosa facciamo?
Buttiamo i testi di Ungaretti nel cestino perché il suo autore ebbe rapporti con il fascismo? Non leggiamo più Verga, Pirandello, d'Annunzio? Naturalmente no.
Quella letteratura si legge. Si deve leggere.
È precisamente questo il compito della cultura: non assolvere gli uomini attraverso le loro opere, ma nemmeno condannare le opere attraverso gli uomini.
L'arte non è un certificato di buona condotta
Qui occorre compiere una distinzione essenziale. Dire che l'opera deve essere giudicata anche indipendentemente dalle idee dell'autore non significa sostenere che l'autore debba essere sottratto al giudizio storico e morale. Sono due piani differenti. Un uomo può avere sostenuto idee aberranti e avere prodotto un'opera straordinaria. Può essere stato moralmente discutibile e artisticamente immenso. Può essere stato politicamente colpevole e intellettualmente geniale. Può essere stato, persino, una persona detestabile e avere scritto qualcosa che appartiene per sempre all'umanità. La storia della cultura è piena di queste dissonanze. E pretendere che l'artista debba essere moralmente impeccabile per poter essere artisticamente grande significa costruire una biblioteca nella quale, prima di aprire ogni libro, occorra controllare il casellario morale dell'autore. Rimarrebbe ben poco sugli scaffali.
E Battisti? Battisti, peraltro, non ci ha lasciato nemmeno questo problema. Non abbiamo davanti un intellettuale che abbia scritto pamphlet politici, sostenuto pubblicamente una dittatura o utilizzato la propria notorietà per propagandare un'ideologia. Abbiamo un uomo che, per gran parte della sua vita pubblica, cercò semplicemente di sottrarsi alla politica. E proprio per questo fu politicizzato dagli altri. È una delle ironie più singolari della sua vicenda. Battisti non voleva essere un simbolo politico e finì per diventarlo. Non volle appartenere a una parte e fu assegnato a una parte. Non volle trasformare la musica in propaganda e fu accusato di propagandare ciò che non dichiarava. Il suo rifiuto dell'impegno ideologico venne interpretato come un impegno ideologico contrario. Quasi che l'apoliticità, in un'epoca ossessionata dalla militanza, fosse una forma di eresia.
Il vero scandalo di Battisti fu la libertà
Forse, allora, la domanda giusta non è: "Lucio Battisti era di destra?"
La domanda vera dovrebbe essere: "Perché abbiamo avuto bisogno di stabilire se Lucio Battisti fosse di destra?"
Perché abbiamo sentito il bisogno di classificare un uomo che aveva scelto di non classificarsi?
Perché abbiamo preteso una dichiarazione politica da chi ci aveva dato Emozioni?
Perché abbiamo voluto trascinare dentro il conflitto ideologico persino un artista che aveva costruito la propria poetica intorno all'intimità?
Battisti rappresentava una forma di libertà che negli anni Settanta poteva apparire persino provocatoria: la libertà di parlare dell'uomo senza necessariamente parlare della sua tessera elettorale. La libertà di raccontare un amore finito mentre il mondo discuteva di rivoluzione. La libertà di occuparsi dell'anima quando tutti sembravano dover occuparsi della società. E forse è proprio questa la ragione per cui la sua musica ha resistito così bene al tempo. Perché le ideologie invecchiano.
Le parole d'ordine invecchiano. I partiti cambiano nome, le alleanze si dissolvono, i simboli perdono il loro significato, le generazioni sostituiscono le proprie certezze con altre certezze. I sentimenti restano.
Quel sentimento indicibile che prende forma quando una voce canta qualcosa che non avevamo mai saputo dire resta.
Alla fine, Battisti non appartiene alla destra né alla sinistra. Appartiene alle persone.
È questa, probabilmente, la sua vera collocazione politica: nessuna. E proprio per questo la sua musica è diventata patrimonio di tutti. La possono cantare quelli che hanno votato a destra e quelli che hanno votato a sinistra; quelli che non hanno mai votato e quelli che della politica hanno fatto una ragione di vita. La può ascoltare chi ha attraversato il Sessantotto e chi è nato quarant'anni dopo. La può ascoltare chi conosce la grammatica della militanza e chi conosce soltanto quella, infinitamente più universale, della solitudine. Battisti non aveva bisogno di una bandiera. Aveva bisogno di un pianoforte, di una chitarra, di una melodia, di una voce e di quelle parole che Mogol riusciva a collocare dentro la musica con una precisione quasi chirurgica.
Il resto lo ha fatto il tempo. E il tempo, che è il più severo dei critici, ha già pronunciato la propria sentenza. Le ideologie che cercarono di impossessarsi di Battisti sono passate. Le accuse sono rimaste come curiosità d'archivio. Le presunte appartenenze si sono dissolte. Le canzoni, invece, sono ancora qui. E forse questa è la risposta più elegante che si possa dare a chi, ancora oggi, domanda se Lucio Battisti fosse di destra. No. Ma anche se lo fosse stato?Avremmo avuto, semplicemente, un Lucio Battisti di destra capace di scrivere alcune delle più alte, universali e struggenti pagine della musica italiana. E il problema, allora, sarebbe stato soltanto nostro. Perché mentre noi avremmo continuato a domandarci da quale parte stesse Lucio Battisti, Lucio Battisti avrebbe continuato, dall'altra parte del tempo, a cantare. E il tempo, come sempre accade alle opere autenticamente grandi, avrebbe finito per non chiedergli da che parte stava. Gli avrebbe chiesto soltanto se fosse riuscito a lasciare qualcosa.

