Il giovane tenore calabrese racconta l’esperienza in terra sicula, l’emozione dell’abbraccio con il pubblico e una carriera costellata di sacrifici e amore per la musica: «Quello che il pubblico vede sul palco è la punta di un iceberg fatto di costanza e di rigore»
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Il 19 agosto il giovane tenore calabrese, Lorenzo Papasodero, è salito sul palcoscenico del Teatro Antico di Taormina per Love Morricone, un omaggio a Ennio Morricone in una delle cornici più suggestive d’Italia. Lo spettacolo, prodotto dal Coro Lirico Siciliano diretto dal maestro Francesco Costa, ha visto sul palco l’Orchestra Sinfonica Bruzia sotto la direzione del Maestro Francesco Perri, e ha avuto in Papasodero e nel soprano Maria Francesca Mazzara i due protagonisti vocali della serata. Un appuntamento che arriva al termine di un’estate particolarmente intensa, segnata da importanti debutti e da numerose produzioni.
Lo abbiamo intervistato
Lorenzo, il 19 agosto hai cantato al Teatro Antico di Taormina nello spettacolo Love Morricone. Una cornice straordinaria, per un omaggio a un gigante della musica italiana. Qual è stata l’emozione più forte che hai provato entrando in scena?
Non è stata un’emozione che si può raccontare a freddo. Nel momento in cui sono entrato in scena, con quelle pietre millenarie intorno e cinquemila persone davanti a me, ho sentito il peso di tutto il percorso fatto per arrivare fin lì: anni di sacrifici, di studio, di giornate in cui non era affatto scontato che sarei riuscito ad arrivare a cantare in un posto come questo. Per un attimo, prima ancora di aprire bocca, mi sono quasi commosso: ho pensato a chi mi ha sempre sostenuto, a quanta strada avevo fatto per meritarmi quel palco. Poi è arrivata la musica e, in quel momento, non c’era più spazio per altro se non per l’emozione pura di cantare in un luogo che sembra fuori dal tempo.
Raccontaci Love Morricone: quali brani hai interpretato, come si è sviluppato lo spettacolo e che atmosfera si respirava in un luogo così suggestivo?
“Love Morricone” è un omaggio che attraversa alcune delle pagine più amate del Maestro, unendo la scrittura sinfonica alla voce lirica. Rispetto alle versioni cameristiche che ho portato in scena altrove, quella di Taormina è stata una versione “grande”, a onor di cronaca già da me interpretata presso il Parco Archeologico di Siracusa qualche anno fa: un’orchestra più ampia, un impianto sonoro pensato per un teatro immenso, e brani eseguiti in forma estesa — penso a “Nuovo Cinema Paradiso”, che qui abbiamo proposto per intero, con tutte le sue strofe. Lo spettacolo si è chiuso con un medley che ha attraversato brani come “Il Mondo” e “Se Telefonando”.

L’atmosfera è stata semplicemente indescrivibile: la pietra millenaria del teatro, il cielo di Taormina sopra di noi e un pubblico che ha risposto con un calore che porterò a lungo con me. Colgo l’occasione anche per ringraziare il Coro Lirico Siciliano, l’ente lirico con cui collaboro ormai da tantissimi anni: la fiducia che mi hanno accordato in questi anni e ancora in una serata così importante è qualcosa che sento profondamente e per cui sono davvero grato.
Quella di Taormina è stata una delle tante tappe di un’estate davvero intensa. In questi mesi ti abbiamo visto protagonista di numerosi appuntamenti importanti. Quali sono quelli che porterai più a lungo nel cuore e perché?
È stata un’estate che definirei di crescita continua, tappa dopo tappa, con due debutti che porto nel cuore in modo particolare. Il 30 aprile ho debuttato come Turiddu in Cavalleria Rusticana al Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria, un ingresso importante nel repertorio verista; il 2 luglio ho debuttato per la prima volta come Calaf in Turandot alla Reggia di Colorno, uno dei ruoli tenorili più impegnativi in assoluto.
In mezzo e dopo, un susseguirsi di serate intense: nuovamente Turiddu alla Reggia di Colorno, a giugno; Don José in Carmen a Felino; Love Morricone al Teatro di Verdura di Palermo; il Recital dei 3 Tenori ad Avola; un’altra data del Recital a Ventimiglia di Sicilia; il debutto di Love Morricone al Teatro Romano di Spoleto e, infine, Taormina.
Se dovessi scegliere, i due debutti, Turiddu e Calaf, restano i più speciali, perché segnano una crescita concreta nel mio repertorio. Ma è stata la somma di tutte queste tappe a rendere l’estate quella che è stata.
Tra le serate da ricordare c’è quella nella splendida cornice del Teatro Romano di Spoleto. Che cosa ti ha lasciato quell’esperienza, dal punto di vista artistico e umano?
Spoleto ha un fascino particolare. Il 14 agosto ho debuttato lì con Love Morricone, proprio al Teatro Romano, e cantare tra le rovine di un teatro antico significa sentire addosso il peso e insieme la leggerezza della storia.
Dal punto di vista artistico è stata l’occasione di portare per la prima volta quello spettacolo in un contesto così carico di suggestione, con un’acustica che solo un teatro all’aperto di duemila anni fa sa restituire. Dal punto di vista umano, è stata una di quelle serate in cui capisci perché hai scelto questo mestiere: la musica che si fa ponte tra epoche diverse e tra persone che non si conoscono, ma che per un’ora condividono la stessa emozione.
E poi Ventimiglia di Sicilia, con il Festival Lirico dei Teatri di Pietra 2026. Hai definito questa esperienza “accarezzare l’eternità”. Che cosa significa per te questa espressione?
Quella di Ventimiglia di Sicilia è stata un’altra tappa del Recital dei 3 Tenori, un format che amo particolarmente perché unisce la leggerezza delle canzoni napoletane e dei grandi brani senza tempo della tradizione musicale italiana alle arie d’opera più note e amate dal grande pubblico.

È un programma che permette di toccare corde diverse nello stesso concerto ed è stato anche lì un grande successo, con un pubblico caloroso e partecipe. Quando dico “accarezzare l’eternità” penso proprio a questo: cantare tra le pietre di un teatro antico, sotto un cielo che è lo stesso da millenni, dà la sensazione di toccare qualcosa che ci sopravvive.
Un’altra serata importante è stata quella di Avola, con il nuovo concerto dei Tre Tenori. Che cosa significa, per un giovane tenore, confrontarsi con un repertorio e una tradizione così importanti?
Il repertorio dei Tre Tenori porta con sé un peso specifico: non è solo musica, è un pezzo di storia della lirica italiana nel mondo. Il 30 luglio, in Piazza Esedra ad Avola, mi sono divertito come spesso accade in questo tipo di concerti. Un divertimento condiviso con gli altri due colleghi e, soprattutto, con il pubblico.
E poi c’è la tua, la nostra, amata Calabria. Hai cantato anche allo storico Teatro Rendano di Cosenza, al Cilea di Reggio Calabria e al Politeama di Catanzaro. Quanto è diverso, emotivamente, salire sul palco quando davanti a te hai il pubblico della tua terra?
È diverso in un modo che non so descrivere del tutto a parole. Sono calabrese, di Satriano, e ogni volta che canto in Calabria sento che non sto solo interpretando un ruolo: sto restituendo qualcosa a chi mi ha visto crescere.
Sono teatri con decenni di storia e tradizione e sapere che tra il pubblico ci sono persone della mia terra rende ogni nota un po’ più mia, un po’ più vera.
Il tuo percorso artistico è in continua crescita. Ma torniamo all’inizio: quando nasce il tuo amore per la lirica? C’è stato un momento, una voce o un incontro che ti ha fatto capire che questa sarebbe stata la tua strada?
Non è stato un unico istante, ma un percorso che è partito da un colpo di fulmine vero e proprio. Avevo quindici anni quando in televisione trasmisero una Tosca e, da quel momento, è cambiato tutto. Non ho più smesso di pensarci.
Da lì sono arrivati lo studio, i sacrifici, i primi maestri e un percorso che mi ha portato fino a qui. Ma la scintilla resta quella: un’adolescenza segnata da un’opera vista per caso, che si è trasformata in una scelta di vita.
Dietro pochi minuti di musica e di applausi ci sono anni di studio, sacrifici e disciplina. Quanto lavoro c’è dietro la carriera di un giovane tenore?
Moltissimo e gran parte di questo lavoro resta invisibile al pubblico. Dietro ogni ruolo ci sono mesi di studio della partitura, del testo, della lingua, del personaggio; c’è la cura quotidiana della voce, che è uno strumento fragile e va protetto ogni giorno; c’è la disciplina di rinunciare a molte cose per restare fedeli a questo percorso.
Quello che il pubblico vede sul palco è la punta di un iceberg fatto di costanza e di rigore.
Essere un giovane artista oggi significa anche confrontarsi con un mondo molto competitivo. Qual è la difficoltà più grande che hai incontrato e qual è invece la soddisfazione che ti ha dato più forza per andare avanti?
La difficoltà più grande è probabilmente la competizione stessa: siamo in tanti a rincorrere pochi spazi e ogni occasione va costruita e meritata giorno dopo giorno, senza scorciatoie.
La soddisfazione più grande, invece, arriva proprio nei momenti come Taormina: quando senti che il pubblico si è davvero emozionato, capisci che tutta la fatica ha un senso. È quella energia che mi dà la forza di continuare, anche nei momenti più incerti.
Stai vivendo un momento importante della tua carriera. Come immagini il tuo futuro? C’è un teatro, un ruolo o un grande sogno che vorresti raggiungere?
Sogno di continuare a crescere, ruolo dopo ruolo, teatro dopo teatro, senza fretta ma con costanza. Se dovessi indicare un desiderio preciso, mi piacerebbe un giorno debuttare come Cavaradossi in Tosca: sarebbe un modo per chiudere un cerchio, visto che tutto è nato guardando proprio quell’opera in televisione, a quindici anni.
E dalle fotografie e dai tuoi post sui social abbiamo scoperto anche una bella novità nella tua vita privata: hai trovato l’amore e ti sei mostrato particolarmente felice. Quanto conta la felicità personale nella vita di un artista? E quanto può influenzare anche il modo di stare sul palcoscenico?
Conta moltissimo e non lo nascondo: sto vivendo un momento sereno anche nella vita privata e questo si riflette inevitabilmente anche sul palco.
Un artista che sta bene con se stesso e con chi gli sta accanto porta quella serenità anche nella voce, nell’interpretazione, nella presenza scenica. Preferisco restare riservato sui dettagli: voglio che si parli soprattutto della mia musica. Ma posso dire che questa felicità mi sta dando una nuova energia, dentro e fuori dal teatro.
Se dovessi descrivere questo momento della tua vita con una sola parola, quale sceglieresti?
Gratitudine. È la parola che racchiude tutto ciò che sto vivendo in questo momento: verso chi mi ha sempre sostenuto, verso chi mi ha dato fiducia e verso la vita stessa, che mi sta regalando gioie e soddisfazioni che porterò per sempre con me.

