Otto poesie commentate per rivelare, come in un'illuminazione, quegli aspetti della coscienza o della rappresentazione di noi meridionali rimasti oscuri ai più ma che, comunque, hanno avuto un peso nella definizione del nostro carattere e continuano ad averlo nella disposizione della realtà di oggi. Dopo Terronia di Rocco Scotellaro, Calabria infame di Franco Costabile, San Paolo Ciraso di Aldo Dramis, Lo steddazzu di Cesare Pavese, Muore il ragazzo un poco di Leonardo Sinisgalli e Le isole di argilla di Paolo Volponi e Cantilena (poesie per Rocco Scotellaro) di Amelia Rosselli, la serie si conclude con Indistinzione di Vito Riviello.

Sono tantissimi i versi di Vito Riviello, grande poeta nato a Potenza nel 1933 e morto a Roma nel 2009, che avrebbero concluso degnamente il nostro breve viaggio nei modi della rappresentazione meridionale: magari, quelli che dedicò a Carlo Levi oppure alcuni di quelli inclusi in Città fra paesi, il primo ritratto letterario di Potenza che tanto piacque a Leonardo Sinisgalli. Alla fine ho scelto una poesia tratta da una raccolta del 1986, pubblicata per i tipi romani di Empiria e intitolata Assurdo e familiare, sulla scorta dell’espressione coniata da Freud per definire il significato dell’umorismo, “assurdo e familiare”, per l’appunto. Unheimlich, spaesamento e motto di spirito consentono a Riviello di scrivere dei meccanismi della “stranezza quotidiana”, seguendo il modo in cui una cosa, prima nota, familiare, finisca per trasformarsi in qualcosa di estraneo, di inquietante.

Ecco il testo della poesia:

Indistinzione

Noi non siamo noi, né io né tu.

Dunque chi siamo?

Siamo noi stessi in più.

C’è sempre altro oltre

l’identità diffusa,

col poeta la musa va a cena

e non si limita ai soffusi rossori

parla di nuovi valori

critica la coppia acrilica

dei murmuri parietali.

Il teatro si fa in cucina

nel salotto il manifesto

il resto un po’ dovunque

anche alle finestre.

Ci sono libri-levatoi

che affollano i cortili

gli «ii» parlano tutto il giorno

con arte ventriloqua,

un super-es si tocca la testa

per sentire la corona

che schiaccia l’es,

è un via-vai di transfert

dopo la tempesta.

Poi ancora più affollati nei sogni

con tanti pardon

quasi di Dio.

Sul piano linguistico e stilistico, Indistinzione dispone di una scrittura ellittica e fortemente associativa, fondata su un continuo slittamento fra lessico quotidiano, terminologia psicoanalitica (“es”, “super-es”, “transfert”) e immagini visionarie. L'andamento è quello del verso libero, sostenuto da rapide giustapposizioni sintattiche e da un procedimento accumulativo che dissolve i nessi logici tradizionali. L'ironia, cifra costante della poesia di Vito Riviello, si manifesta nell'accostamento di registri alti e bassi e nella teatralizzazione della vita domestica, trasformata in spazio simbolico della creazione e della relazione. Il titolo si riferisce alla perdita di una soggettività compatta: l'io e il noi si moltiplicano, si confondono e si ridefiniscono attraverso il dialogo con l'altro e con l'inconscio. La poesia mette così in scena un'identità aperta, plurale e dinamica, nella quale l'esperienza individuale si intreccia con dimensioni collettive, oniriche e linguistiche, secondo quella poetica della leggerezza, del paradosso e dello scarto semantico riconosciuta dalla critica come tratto distintivo dell'opera di Riviello.

L'autore di Indistinzione è consapevole della distanza che separa la sua poesia da quelle di Scotellaro, Sinisgalli, Pierro, che cantano l’aspetto un po' malinconico della civiltà mediterranea perché nate nei paesi, nella solitudine e nella miseria. La sua, nata in una città chiusa e precaria come Potenza, nel clima della battuta ironica che si passa di bocca in bocca, nelle chiacchiere fra gli artigiani, i falegnami, i barbieri, autori di scherzi e ironie, è invece una poesia “a dispetto”, ironica e cattiva. È la stessa matrice indolente che individuò Paolo Volponi, introducendo da par suo L'astuzia della realtà del 1975 con parole che val la pena di riportare: “Le sue poesie sono certe collane di luci colorate nelle feste meridionali intorno alle giostre o tra i muri della piazza e la facciata della chiesa: talvolta un vento indolente le dondola, le spegne e le riaccende, altre volte uno più aspro si diverte a dileggiarle, fulminando alcune lampade, creando nuovi spazi che senza raggiungere quelli siderali gravano sull’anima degli ultimi spettatori”.

In Indistinzione si comprende perfettamente come indolenza per Riviello sia sinonimo di chiarezza che, a sua volta, vuol dire intelligenza, leggerezza, visionarietà, rivelando mediante queste armi quel resto ideologico, nevrotico e confuso che si annida dietro la quotidianità della lingua e della realtà, fatta di TV e rotocalchi, ma anche dalle riflessioni di Salvemini, Gramsci, Gobetti, Dorso, Nitti, Fortunato, De Martino, Fiore, Levi, Carpitella, Rossi Doria, Dolci, Lombardo Radice, Rea, Pomilio, Tranfaglia. Riflessioni apprese e poi rimeditate e ricondotte a un meridionalismo smaliziato da contrapporre all'astuzia della realtà, ovviamente, non soltanto di quella lucana. Così, Riviello è pienamente cosciente del fatto che il Meridione abbia preso i difetti dell'Italia intera, abbia contaminato i suoi valori, guidando per certi versi un processo di omologazione di tutto il mondo occidentale, di cui il poeta anticipa aporie e approdi. Lo fa esemplarmente in Mappa, componimento che chiude Apparizioni, raccolta uscita nel 1989: “Più a sud del sud c’è sud / sud e sud, tanto sud che / ancora a sud non c’è che sud / a perdita d’occhio sud / all’infinito sud, / solo alla fine dei sud, / si fa solo per dire, c’è l’ultimo sud / il sud più sud che mai /il sud-sud, il suddissimo, / poi c’è il Sud-Africa”. È evidente come, oltre la giostra delle ripetizioni, dei suoni allitteranti, del non-senso e delle manipolazioni linguistiche, non ci siano che sconforto e rabbia.