Sale il conto a carico delle famiglie e delle imprese calabresi. Il tetto sui prezzi di benzina e diesel deciso dai principali gestori delle stazioni di servizio di fatto non allenta il carico di spesa giornaliero.

Nel quadro degli aumenti territoriali, la Calabria si posiziona al decimo posto in Italia per entità dei rincari assoluti, ma registra una variazione percentuale dell'impatto economico superiore alla media nazionale. La spesa totale nel 2025 è stata di 2.500 milioni di euro. La spesa stimata dalla Cgia per il 2026 sale a 3.024 milioni, 524 milioni in più, 43,6 milioni in più al mese. L’incremento percentuale è pari al 20,9% a fronte del 20,4% di media nazionale. Dunque il più alto d’Italia.

Questo incremento si inserisce nel contesto generale del Mezzogiorno, dove la spesa per i carburanti sale del 21,1%, pari a un aggravio complessivo di 4,47 miliardi. Sud e Isole risultano maggiormente svantaggiate sul fronte della logistica che spesso pesa sui prezzi imposti dai gestori.

La mappa provinciale dei rincari

L'analisi dettagliata delle singole province calabresi evidenzia un impatto distribuito su tutto il territorio regionale, che, dice la Cgia, è proporzionato al bacino di utenti e al numero di veicoli circolanti.

Cosenza (25ª a livello nazionale) è la provincia più colpita in termini assoluti, con un incremento di spesa pari a 162 milioni su base annua (+21,0%) e un costo mensile aggiuntivo di 13,5 milioni di euro (la spesa sale da 769 a 931 milioni).

Reggio Calabria (39ª in Italia) registra un aumento di 133 milioni all'anno (+20,9%), pari a 11,1 milioni al mese (da 636 a 769 milioni complessivi).

Catanzaro (47ª in Italia) segna un rincaro annuo di 107 milioni (+20,9%), che corrisponde a un'extra spesa mensile di 8,9 milioni (da 512 a 619 milioni).

Vibo Valentia (72ª in Italia) registra un aumento di 69 milioni all'anno (+20,9%), ovvero 5,7 milioni in più ogni mese (da 329 a 398 milioni).

Su Crotone (86ª in Italia), infine, la Cgia rileva un incremento di 53 milioni su base annua (+20,7%), che si traduce in un aggravio mensile di 4,4 milioni (da 255 a 308 milioni).

Le ripercussioni su famiglie e tessuto economico locale

Oltre ai numeri assoluti, l'andamento dei prezzi genera conseguenze sociali ed economiche profonde su una regione geograficamente complessa come la Calabria. Lo dicono le forti proteste di questi giorni.

A pagare il prezzo più alto sono i pendolari e le famiglie che risiedono nelle aree interne o poco servite dal trasporto pubblico locale, per i quali l'automobile rappresenta l'unico mezzo reale di spostamento per raggiungere il posto di lavoro o i servizi essenziali. La spesa per il pieno erode il potere d'acquisto delle famiglie, costringendole a ricalibrare il bilancio domestico.

Sul fronte produttivo, la pressione è forte sulle imprese locali dell'autotrasporto, dell'agricoltura e della pesca, oltre che per i tassisti e i servizi capillari. L'impossibilità di scaricare integralmente i maggiori costi d'esercizio sui prezzi finali al consumo rischia di intaccare la liquidità aziendale e compromettere la tenuta di molte piccole realtà produttive.

La situazione in Italia

Le famiglie e le aziende italiane si trovano ad affrontare un aggravio complessivo di 13,657 miliardi (+20,4% rispetto al 2025), portando la spesa totale per i carburanti a quota 80,575 miliardi. Su base mensile, dice sempre la Cgia, il conto supplementare sfiora gli 1,14 miliardi.

Dallo scoppio delle tensioni nel Golfo Persico e del conflitto internazionale, i listini alla pompa in modalità self-service hanno registrato impennate severe: la benzina è aumentata del 29,1%, mentre il gasolio per autotrazione ha subito un balzo del 36,6%.

Mentre i picchi settimanali hanno toccato i 2,16 euro al litro per la verde e i 2,35 euro per il diesel, il sostegno statale appare ridimensionato rispetto al passato. Le misure varate dal governo Meloni negli ultimi mesi ammontano a 2,6 miliardi (tra taglio delle accise e crediti d'imposta per settori chiave), una cifra nettamente inferiore ai 7,3 miliardi stanziati dal governo Draghi nel 2022 grazie alla flessibilità di bilancio concessa allora da Bruxelles.