Nel nuovo Dpcm il dramma dei ristoratori: «Ci hanno tagliato le gambe»

È una vera e propria emergenza economica quella che da mesi vivono decine di attività commerciali calabresi: «È come se ci avessero chiuso totalmente, ma in modo celato». E per il 28 ottobre è prevista una manifestazione dei gestori dei pubblici esercizi in 10 capoluoghi

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di Redazione
22 ottobre 2020
13:37
Foto da Pexels
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Vietate le feste in sale da ballo, ancora chiuse le discoteche al chiuso e all’aperto. Trenta persone il limite massimo per i ricevimenti. Bar e ristoranti potranno rimanere aperti fino a mezzanotte, sei il limite delle persone per tavolo. Sono queste le principali novità contenute nel Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che interessano bar, ristoranti e animatori.

Misure che da tantissimi ristoratori e operatori del settore sono definiti «limitanti».  «Al Sud il ristorante è una forma di socializzazione in cui ci si ritrova. È un modo per incontrare gente, non è una toccata e fuga, quindi la chiusura alle 24 è limitante. In più in Calabria si cena tardi, così ci hanno tagliato le gambe» -  dichiara Maria Angela, proprietaria di un ristorante nella periferia di Vibo Valentia con alle spalle 17 anni di attività.

«Le norme anti-Covid precedenti a questo Dpcm - aggiunge l’imprenditrice - erano già sufficienti per prevenire il contagio, inoltre il numero di persone che possono partecipare ad una festa dovrebbe essere stabilito in base alla capienza dello stabile. Il tutto è aggravato dal fatto che adesso la gente ha di nuovo paura, quindi si lavora ancora meno».

Ed è soprattutto la paura dovuta all’aumento dei contagi che preoccupa i ristoratori, quella stessa paura che spinge le persone a decidere di non uscire, di rinunciare anche alla spensieratezza di una serata trascorsa a cenare in un locale.

Giuseppe, 42 anni, è un ristoratore e ha deciso di investire nella sua Calabria ed aprire qualche anno fa un’attività nel cuore pulsante di Vibo Valentia. È lui ad esprimere i dubbi sul limite di sei persone imposto dal decreto firmato dal premier domenica scorsa.  «Non ha senso, non ho ben capito se per i congiunti e per le famiglie, si faccia eccezione. Una famiglia composta da più di sei persone adesso non può più venire a mangiare una pizza? È come se ci avessero chiuso totalmente, ma in modo celato».
Domanda lecita quella del proprietario di attività, la cui risposta è però contenuta nello stesso decreto che non prevede alcuna deroga né per congiunti e tantomeno per familiari.

E cosa dire del delivery? Il sistema di consegna a domicilio è popolarissimo in tutto il mondo e nelle principali città d’Italia. Varie sono le app che funzionano da intermediari tra ristoranti e clienti, gestendo ordinazioni e consegne. Basta però fare una banale ricerca per capire quanto poco questi sistemi siano diffusi in Calabria. Le motivazioni potrebbero essere molteplici, l’arretratezza del vibonese, la poca predisposizione alle novità, ma ciò che influisce maggiormente è la bassa densità di popolazione della provincia, che non permette la piena attuabilità di un simile sistema, che risulterebbe poco efficiente.

«Stanno infierendo sul moribondo»

Tra le categorie più colpite anche quelle degli animatori. «Stanno infierendo sul moribondo»-  sono le parole di Domenico che si occupa d’intrattenimento, settore in declino da marzo. «Ogni settimana avevamo in programma almeno cinque compleanni e matrimoni, senza contare le serate karaoke.In questi mesi ci siamo preoccupati di seguire ogni norma di prevenzione, disinfettavamo i microfoni ad ogni canzone, abbiamo proibito il ballo, il problema sanitario c’è e non va sottovalutato, ma noi viviamo di questo. La parziale ripresa era avvenuta da poco, ma adesso è peggio di prima».

Domenico ci racconta la sua storia, ha iniziato a lavorare molto giovane, aveva solo 18 anni. «Le cose sono andate per il verso giusto – dice quasi commosso - ed è diventato il mio lavoro, la mia passione era intrattenere e far ridere la gente, è stato un sogno fare di questo un lavoro, ma se le cose continuano cosi cercherò un altro lavoro, ho una famiglia da mantenere». Ed è qui il tasto dolente. Le tasse, le bollette che devono essere pagate. Lo Stato che non c’è. Forse un aiuto potrà arrivare dai fondi che saranno stanziati dal Recovery Fund. Una speranza a cui si aggrappano tutti gli operatori del settore.

 

A confermare questa triste realtà è anche l’Ufficio studi Fipe (Federazione Italiana Pubblicizi Esercizi), che lancia l’allarme  sul calo di fatturato delle imprese della ristorazione. «Il secondo trimestre si chiude con un -64,2% che equivale a una perdita di circa 13 miliardi di euro. La mancanza di un rimbalzo importante in questo avvio della seconda parte dell’anno indica che il 2020 si chiuderà con una contrazione dell’attività al di sopra dei 22 miliardi di euro».

Manifestazione il 28 ottobre

E il 28 ottobre è prevista una manifestazione dei gestori dei pubblici esercizi in 10 capoluoghi di regione, Firenze, Milano, Roma, Verona, Trento, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari, Catanzaro, e a Bergamo.

«Occuperanno contemporaneamente alle 11.30 le piazze» di 11 città, spiega Fipe-Confcommercio che promuove l'iniziativa per ricordare il valore economico e sociale del settore, che occupa oltre un milione e duecentomila addetti e per chiedere alla politica un aiuto per salvaguardare «un tessuto di 340mila imprese che prima del Covid19, nel nostro paese generava un fatturato di oltre 90 miliardi di euro ogni anno. Gli ultimi provvedimenti presi da governo e alcune Regioni per il contenimento della seconda ondata di Covid-19 - spiega Fipe - stanno mettendo definitivamente in ginocchio i pubblici esercizi. Non soltanto i ristoranti, svuotati dall'effetto psicologico negativo determinato dall'impennata di nuovi casi, ma anche i bar, i locali di intrattenimento e le imprese di catering e banqueting, impossibilitati a lavorare a causa delle restrizioni sugli orari di apertura e sui partecipanti a eventi e matrimoni.

Comprendiamo l'emergenza sanitaria e la gravità del momento, ma è impensabile che l'unica ricetta proposta per contrastare la pandemia sia quella di chiudere tutto o di generare una psicosi di massa - sottolinea Fipe -. Coniugare sicurezza e lavoro è possibile e deve essere l'obiettivo principale del governo e della politica tutta. Questo mondo - conclude - chiede con forza con forza la possibilità di sopravvivere. In assenza di aiuti economici purtroppo queste imprese soccomberanno. Sicuramente a fine anno chiuderanno 50.000 imprese, con oltre 350.000 addetti che perderanno il posto di lavoro».

N.R.

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