Dalla crisi pandemica alla fiammata dei prezzi, fino alla nuova accelerazione del 2026: perché la crescita dei redditi nominali può tradursi in un maggiore prelievo fiscale e quali sono le conseguenze per famiglie e lavoratori
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Il fiscal drag, o drenaggio fiscale, è uno dei fenomeni che aiutano a comprendere il rapporto tra inflazione, stipendi e tassazione. Si verifica quando l’aumento dei redditi nominali spinge i contribuenti verso un prelievo fiscale più elevato, senza che vi sia necessariamente un corrispondente miglioramento del potere d’acquisto. In un sistema progressivo come quello italiano, infatti, gli aumenti salariali possono determinare un incremento dell’imposta dovuta quando scaglioni, detrazioni e soglie fiscali non vengono adeguati in misura adeguata all’inflazione.
Il fenomeno è diventato particolarmente rilevante dopo la pandemia, quando l’Italia ha attraversato prima una grave crisi economica, poi una forte accelerazione dei prezzi e, infine, una fase di progressivo recupero dei redditi. I dati ufficiali dell’ISTAT, del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e della Banca d’Italia consentono di ricostruire questa evoluzione e di comprenderne le implicazioni per i contribuenti.
Dal 2020 al 2025: l’inflazione e la perdita di potere d’acquisto
Il 2020 è stato caratterizzato dalla pandemia e dalla contrazione dell’attività economica. In quella fase, la priorità è stata sostenere famiglie e imprese attraverso trasferimenti, ammortizzatori sociali e altre misure emergenziali. Il problema del fiscal drag si è manifestato con maggiore evidenza successivamente, quando la ripresa economica si è accompagnata a un aumento dei prezzi e dei redditi nominali.
La dinamica dell’inflazione italiana, misurata dall’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), evidenzia chiaramente le diverse fasi attraversate dal Paese. L’inflazione media annua è passata dal -0,2% del 2020, all’1,9% del 2021, addirittura all’8,1% del 2022, al 5,7% del 2023, all’1% del 2024 ed all’1,5% del 2025 (Fonte Istat). Il biennio 2022-2023 è stato il passaggio più critico. Nel 2022, la crisi energetica e le conseguenze della guerra in Ucraina hanno contribuito a portare l’inflazione media all’8,1%. Nel 2023, nonostante il rallentamento, i prezzi sono aumentati ancora del 5,7%.
La crescita delle retribuzioni non è stata altrettanto rapida. Nel 2022, secondo l’ISTAT, le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate in media soltanto dell’1,1%. Il divario rispetto all’inflazione ha determinato una forte perdita di potere d’acquisto per molti lavoratori dipendenti.
In questo contesto, il fiscal drag può aggravare le difficoltà delle famiglie: gli aumenti delle retribuzioni lorde, quando si verificano, possono comportare un incremento delle imposte senza compensare interamente il maggior costo della vita. L’effetto varia in base al reddito individuale, alle detrazioni spettanti e alle norme fiscali applicabili.
Nel 2024 e nel 2025 l’inflazione è tornata su livelli più contenuti, rispettivamente dell’1,0% e dell’1,5%. Questo rallentamento, tuttavia, non ha riportato i prezzi ai livelli precedenti alla crisi: ha semplicemente ridotto la velocità dei loro aumenti.
La Banca d’Italia, nello studio Fiscal drag, discretionary policy measures and the purchasing power of Italian households in 2022-2025, pubblicato nel gennaio 2026, ha analizzato proprio questi meccanismi attraverso un modello di microsimulazione. Secondo lo studio, nel 2025 le famiglie hanno recuperato mediamente il potere d’acquisto perduto dopo lo shock inflazionistico, anche grazie alle misure discrezionali di politica economica, che hanno più che compensato gli effetti del fiscal drag e dell’erosione dei benefici. Il recupero, tuttavia, non è stato uniforme: il reddito disponibile reale è cresciuto leggermente più dell’inflazione per i tre gruppi centrali della distribuzione dei redditi, mentre per le famiglie più povere è rimasto sostanzialmente in linea e per quelle più ricche è risultato lievemente inferiore.
Il gettito IRPEF: che cosa dicono i dati ufficiali
Le statistiche del Dipartimento delle Finanze del MEF mostrano una crescita significativa dell’IRPEF netta dichiarata negli anni successivi alla pandemia. In base alle dichiarazioni relative agli anni d’imposta 2020-2024, l’imposta netta complessiva è passata da circa 159,3 miliardi di euro nel 2020 a 197,4 miliardi nel 2024. Si tratta di un incremento nominale di circa il 24%. Solo negli anni 2021-2023 l’inflazione ha prodotto un gettito extra da 25 miliardi. Il dato è importante, ma non può essere interpretato come una misura diretta del fiscal drag. Sul gettito incidono infatti anche la crescita dell’occupazione, il numero dei contribuenti, l’evoluzione dei redditi, le riforme fiscali e le altre modifiche normative.
L’aumento del gettito, quindi, non dimostra da solo che i contribuenti abbiano subito un incremento del prelievo esclusivamente a causa dell’inflazione. Per misurare il fiscal drag è necessario confrontare l’imposizione effettiva con quella che si sarebbe applicata in uno scenario controfattuale, nel quale i parametri fiscali fossero stati adeguati all’evoluzione dei prezzi e dei redditi.
Nel frattempo, il sistema tributario è stato interessato da interventi di riforma. Nel 2024, per esempio, gli scaglioni IRPEF sono stati ridotti da quattro a tre, con l’accorpamento dei primi due e l’applicazione dell’aliquota del 23% fino a 28.000 euro. La riforma ha modificato il prelievo rispetto alla normativa precedente e ha contribuito a contrastare alcuni effetti del drenaggio fiscale (Fonte MEF).
2026: la nuova accelerazione dei prezzi
Dopo il rallentamento del 2024 e del 2025, il 2026 ha registrato una nuova accelerazione dell’inflazione. Secondo la stima preliminare dell’ISTAT, a settembre l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato del 4,2% rispetto allo stesso mese del 2025, contro il 3,3% di agosto. Su base mensile, l’incremento è stato dello 0,7%. L’accelerazione tendenziale è imputabile soprattutto all’andamento dei prezzi degli energetici regolamentati (dal 18,6% al 25,9%) sia non regolamentati (dal 17% al 22,2%).
La nuova accelerazione riporta al centro il tema del rapporto tra salari, inflazione e imposizione fiscale. Se le retribuzioni aumentano per recuperare il costo della vita, ma i parametri fiscali non vengono aggiornati in modo coerente, una parte degli aumenti può essere assorbita dal maggiore prelievo. L’effetto è particolarmente delicato quando i lavoratori recuperano soltanto parzialmente il potere d’acquisto perduto negli anni precedenti. Le stime condotte dal MEF stimano per quest’anno in 4,4 miliardi la nuova Irpef derivante dal drenaggio fiscale (ed altri 3,4 miliardi negli anni 27-29). Non è poco.
È tuttavia necessario distinguere l’inflazione dal fiscal drag: la prima misura la crescita dei prezzi, il secondo riguarda l’incremento del prelievo determinato dall’interazione tra redditi nominali e struttura fiscale. Il dato inflazionistico del 2026 segnala un contesto potenzialmente favorevole alla ripresa del fenomeno, ma non permette da solo di quantificarne l’impatto.
Conclusioni: la sfida di una tassazione più equa
Dal 2020 al 2026, l’Italia ha attraversato una successione di shock che ha inciso profondamente sui redditi familiari. La pandemia ha richiesto interventi straordinari di sostegno; l’impennata dei prezzi nel 2022 e nel 2023 ha eroso il potere d’acquisto; il rallentamento successivo ha favorito il recupero, mentre la nuova accelerazione del 2026 ha riaperto interrogativi sulla tenuta dei redditi reali.
Il fiscal drag rappresenta un problema di equità quando l’aumento nominale dei redditi determina un maggiore prelievo senza un corrispondente miglioramento delle condizioni economiche. Per rispondere con precisione servono analisi che separino gli effetti delle riforme, della crescita dell’occupazione e dei redditi da quelli specificamente riconducibili al fiscal drag.
In una fase in cui l’inflazione torna a crescere e molto, garantire che il sistema fiscale non penalizzi gli aumenti nominali necessari a difendere il potere d’acquisto diventa una questione centrale sia per la politica economica sia per la tutela del reddito delle famiglie italiane. Nel periodo 2018-2025, la spesa equivalente delle famiglie è aumentata del 14,0% in termini correnti, ma è diminuita del 5,9% in termini reali.
Come si può contrastare il fenomeno
Le soluzioni possibili sono note, ma hanno tutte un costo e richiedono scelte politiche precise. Le principali misure possibili
Adeguare periodicamente gli scaglioni IRPEF all’inflazione: Serve a evitare che aumenti solo nominali del reddito producano un aggravio fiscale ingiustificato.
Aggiornare detrazioni e soglie reddituali: Se queste soglie restano ferme mentre i prezzi crescono, il valore reale delle agevolazioni si riduce.
Ridurre il carico fiscale sul lavoro: È una delle strade più discusse per proteggere salari e pensioni medio-bassi.
Prevedere trasferimenti mirati alle famiglie più fragili: Può essere una misura di compensazione utile nei periodi di forte inflazione.
Il fiscal drag non è solo un problema tecnico. È, prima di tutto, una questione di equità. Se un aumento del reddito serve soltanto a inseguire l’inflazione, tassarlo come nuova ricchezza significa alterare il rapporto tra capacità contributiva e prelievo fiscale.
Per questo le analisi più recenti insistono su un punto fondamentale: non basta guardare ai numeri nominali. Bisogna valutare quanto resta davvero nelle tasche delle famiglie e quanta merce o quanti servizi quel reddito consente di acquistare.
In un contesto di prezzi instabili, il vero indicatore della ricchezza non è solo quanto si guadagna, ma quanto si conserva, dopo imposte e aumento del costo della vita.

