Anche nel Reggino questa estate lascia dietro di sé più di una domanda. Perché le strade sembrano piene, le spiagge affollate, i locali frequentati, eppure tra commercianti, ristoratori e operatori turistici la sensazione restituita è spesso molto diversa: consumi più prudenti, permanenze ridotte e una stagione che, in diversi casi, non ha rispettato le aspettative. È probabilmente questa la fotografia più sincera del turismo reggino nel 2026. Un territorio nel quale l’aumento dei collegamenti aerei e la crescita dei flussi non sembrano ancora tradursi automaticamente in maggiore capacità di spesa e in un indotto distribuito sul territorio. Agli arrivi, secondo gli esperti, non sempre corrispondono soggiorni più lunghi e consumi maggiori. Un paradosso soltanto apparente, soprattutto se si guarda alla provincia.

Da Scilla alla Jonica, dall’Area Grecanica alla Locride, passando per l’Aspromonte e le sue aree interne, buona parte dell’affollamento estivo continua infatti ad essere alimentata dal turismo di ritorno. Famiglie emigrate al Nord o all’estero, figli e nipoti di calabresi, persone che possiedono ancora una casa nei paesi d’origine o che tornano per trascorrere le ferie con parenti e amici. È una risorsa importante per l’economia locale, certamente. Ma è anche un elemento che rischia di falsare la percezione. Un paese che ad agosto raddoppia o triplica la propria popolazione non è necessariamente un paese che ha conquistato nuovi turisti.

Chi torna nella casa di famiglia spesso non sostiene i costi di una struttura ricettiva, può concentrare la propria spesa soltanto su alcuni settori e, soprattutto, non rappresenta quel mercato turistico nuovo che dovrebbe misurare la reale capacità attrattiva di una destinazione. Da qui nasce una domanda inevitabile: quanta parte delle presenze estive nel Reggino è turismo vero e quanto, invece, è ancora legata alle radici?

La questione diventa ancora più evidente osservando i consumi. Ristoranti e locali non sempre hanno registrato gli incassi attesi, il commercio segnala difficoltà e anche nel settore extralberghiero regolare emergono segnali di rallentamento. La gente c’è, insomma, ma spende meno e resta meno.

Pesano il costo della vita, i carburanti, l’aumento generale dei prezzi e una capacità di spesa delle famiglie sempre più compressa. Ma pesano anche problemi strutturali che nel Reggino conosciamo bene: collegamenti interni difficili, servizi insufficienti, infrastrutture fragili e una stagione turistica ancora schiacciata quasi interamente su luglio e agosto. La vera sfida non è contare quante persone tornano ogni estate. È capire quante scelgono per la prima volta Reggio e la sua provincia, quanto rimangono e quanto valore riescono a lasciare sul territorio.