La Calabria arriva all’appuntamento con le gare sulle spiagge con quasi cinquemila concessioni, un quarto della costa in erosione e una data che nessuno guarda: il 20 giugno 2027
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Di direttiva Bolkestein si parla in Italia da vent’anni, quasi sempre male e quasi sempre a sproposito. È il destino delle norme che entrano nel dibattito pubblico con il nome di chi le ha proposte anziché con il proprio contenuto. Frits Bolkestein, commissario olandese al mercato interno, presentò quella proposta nel gennaio 2004. Il testo che vide la luce il 12 dicembre 2006, dopo la riscrittura del Parlamento europeo, era assai diverso da quello iniziale, ma il nome è rimasto attaccato alla vicenda come un’etichetta, e con esso l’idea che l’Europa voglia mettere le nostre spiagge all’asta.
Non è così, e conviene dirlo con precisione perché è la ragione per cui due decenni di discussione hanno prodotto molto contenzioso e nessuna regola. La direttiva 2006/123 non è una norma sulle spiagge. È una norma sull’accesso alle attività economiche, e il suo bersaglio non è il balneare ma il rinnovo automatico. L’articolo 12 dice che quando il numero di autorizzazioni disponibili è limitato dalla scarsità di una risorsa naturale, quell’autorizzazione non può essere attribuita una volta per sempre, perché altrimenti si trasforma in una posizione che nessun altro potrà mai contendere. Aggiunge che la durata deve essere limitata ma adeguata, e i lavori preparatori chiariscono che adeguata significa sufficiente ad ammortizzare gli investimenti e a remunerarli equamente.
C’è poi un terzo comma dello stesso articolo 12 che quasi nessuno cita e che meriterebbe di stare in prima pagina. Nel definire le regole della selezione, gli Stati membri possono tenere conto della salute pubblica, degli obiettivi di politica sociale, della sicurezza dei lavoratori, della protezione dell’ambiente e della salvaguardia del patrimonio culturale. Tradotto, l’Europa non ha mai chiesto il massimo rialzo del canone. Ha chiesto di aprire, lasciando a ciascuno Stato la libertà di decidere a che cosa dare valore. Il Friuli-Venezia Giulia ha costruito gare in cui la qualità del servizio pesa l’ottanta per cento e l’offerta economica il venti. Si poteva fare ovunque. Per vent’anni non si è fatto, e la strada l’hanno tracciata i giudici, dalla sentenza Promoimpresa del 2016 all’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato del novembre 2021, fino alla pronuncia della Corte di giustizia sul caso Ginosa dell’aprile 2023, che ha imposto la disapplicazione delle proroghe non solo ai giudici ma anche ai Comuni.
Oggi il quadro è cambiato. Il decreto-legge n. 131 del 2024 ha scelto l’evidenza pubblica e ha fissato al 30 settembre 2027 il termine di efficacia delle concessioni in essere. Ma la data che conta davvero è un’altra, ed è quella di cui non parla nessuno. Gli enti concedenti devono avviare le procedure entro il 20 giugno 2027. Sono dieci mesi.
Vale la pena guardare con che numeri la Calabria si presenta a quell’appuntamento. La nostra regione ha circa ottocento chilometri di costa, di cui poco più di seicento di costa bassa. Le concessioni demaniali marittime sono quattromilaseicentosessantacinque, di cui milleseicentosettantasette riferite a stabilimenti balneari, per un’occupazione pari al ventinove per cento della costa sabbiosa e un indotto che, stagionali compresi, sfiora i quindicimila addetti. In proporzione, la Calabria pesa per circa un decimo delle concessioni turistico-ricreative italiane. È una quota rilevante di economia reale, fatta quasi interamente di piccole imprese familiari.
Ma accanto a questi numeri ce ne sono altri, ed è qui che la nostra posizione diventa diversa da quella della riviera romagnola o della Versilia. Secondo l’ISPRA il ventisei per cento della costa bassa calabrese è in erosione. L’osservatorio di Legambiente conta centoquattro eventi meteorologici estremi con danni nei comuni costieri della regione dal 2010, dei quali ottantanove concentrati nell’ultimo decennio. Lo scorso inverno il ciclone Harry e la successiva mareggiata di Ulrike hanno prodotto circa due miliardi di euro di danni alle infrastrutture del Mezzogiorno, e il solo sindacato dei balneari reggini ha stimato oltre tre milioni di euro di danni agli stabilimenti della fascia ionica. Sul Tirreno cosentino la Regione ha aperto tavoli tecnici emergenziali a marzo. A completare il quadro, oltre trentasette chilometri di litorale calabrese non risultano campionati dal portale delle acque del Ministero della Salute, in genere in corrispondenza di foci e scarichi.
Mettendo insieme queste cose si arriva a una conclusione poco confortante ma onesta. In Calabria la risorsa spiaggia non è scarsa soltanto in senso giuridico. Si sta materialmente riducendo. E questo cambia la natura del problema, perché chi dovrà stimare il valore residuo degli investimenti di un’impresa balneare si troverà a misurare beni la cui vita utile è incerta per ragioni che non stanno nel contratto ma nel moto ondoso.
La Regione, nel frattempo, si è mossa. Con la legge regionale n. 15 dello scorso maggio ha affidato ai Comuni costieri la valutazione preventiva sulla scarsità della risorsa, riservandosi la verifica e il supporto istruttorio, e ha previsto per gli stabilimenti danneggiati dalle mareggiate invernali una proroga commisurata all’ammortamento e comunque non superiore a cinque anni. Il Consiglio dei ministri, a inizio luglio, ha deciso di non impugnare quella legge. Poco dopo la Calabria aveva aperto un secondo fronte, portando davanti alla Corte costituzionale la norma statale che affida al Ministero delle Infrastrutture la predisposizione del bando-tipo nazionale. Il 19 agosto ha rinunciato al ricorso, dopo che l’Avvocatura regionale ha verificato che lo schema ministeriale si muove sul terreno della tutela della concorrenza, materia di competenza esclusiva dello Stato, senza intaccare le prerogative regionali. La stagione del conflitto istituzionale, insomma, si è chiusa. Comincia quella dell’attuazione, che è tecnica e ha una scadenza.
C’è infine un capitolo che riguarda direttamente la mia professione, e che merita di essere spiegato perché è il più frainteso. Il decreto del 2024 ha introdotto un indennizzo a favore del concessionario uscente, posto a carico di chi subentra, pari al valore degli investimenti non ancora ammortizzati alla scadenza. È una rottura con la regola settantennale del codice della navigazione, secondo cui alla fine le opere non amovibili restano allo Stato senza compenso. Non è un premio di consolazione, ed è bene che si capisca. Se chi subentra non paga il valore residuo dei beni, l’unico soggetto in grado di formulare un’offerta economicamente sensata è chi quei beni già li possiede, e la gara diventa una finzione. L’indennizzo non protegge l’uscente dal mercato, rende il mercato possibile.
A quantificarlo sarà una perizia asseverata, redatta da un professionista indipendente e acquisita dal Comune prima ancora della pubblicazione del bando. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, con un’informativa del 5 agosto scorso, ha comunicato che da settembre sarà attiva la procedura telematica per raccogliere le disponibilità degli iscritti, ha chiarito che le terne di nominativi si formeranno per sorteggio su base regionale e ha dettato le prime indicazioni sui compensi, richiamando i criteri civilistici di proporzionalità e adeguatezza e la necessità di una garanzia fideiussoria a copertura almeno parziale dell’onorario. Sarà uno dei mestieri più delicati dei prossimi mesi, perché su quelle stime si giocherà la contendibilità reale di migliaia di aziende.
Di tutto questo si discuterà venerdì 28 agosto, alle ore 18.30, al Museo del Mare di Belvedere Marittimo, in un convegno organizzato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Paola con il patrocinio del Comune. Dopo i saluti del sindaco Vincenzo Cascini e del presidente dell’Ordine Ciriaco Riente, interverranno il dirigente generale del Dipartimento Governo del territorio della Regione Calabria Francesco Tarsia, il dirigente generale del Dipartimento Ambiente e Paesaggio Salvatore Siviglia e la dottoressa Michela Sarli, che affronterà il nodo della normativa regionale, della partecipazione alle gare e degli indennizzi. Le conclusioni sono affidate all’assessore regionale Gianluca Gallo. Chi scrive avrà il compito di moderare i lavori.
Vent’anni per capire una direttiva sono molti. I dieci mesi che restano per applicarla sono pochi. Vale la pena impiegarli discutendo di che cosa vogliamo che diventino le nostre spiagge, e non di chi ha ragione.
La scheda — Le spiagge calabresi in cifre
Costa complessiva — circa 800 km, di cui poco più di 600 di costa bassa
Concessioni demaniali marittime — 4.665, di cui 1.677 stabilimenti balneari
Costa sabbiosa in concessione — circa il 29 per cento
Addetti stimati — circa 15.000, stagionali compresi
Costa bassa in erosione (ISPRA) — 26,2 per cento
Eventi meteo estremi nei comuni costieri — 104 dal 2010, di cui 89 dal 2015
Litorale non campionato per la balneazione — oltre 37 km, pari al 6 per cento
Concessioni turistico-ricreative in Italia — 27.335, di cui 7.531 stabilimenti balneari
Avvio obbligatorio delle procedure — 20 giugno 2027
Scadenza delle concessioni in essere — 30 settembre 2027
Fonti — Legambiente, rapporto Spiagge 2026; ISPRA; Sistema informativo demanio marittimo del MIT; Portale Acque del Ministero della Salute; D.L. n. 131/2024 conv. L. n. 166/2024
*Dottore commercialista e pubblicista

