Sangue, amore e vampiri

Su Netflix la miniserie Midnight Mass, storia di un horror che non fa paura (neanche un po’)

La miniserie firmata da Mike Flanagan che strizza l’occhio ai classici del genere ma affonda in un mare di cliché senza sorprese

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di Alessia Principe
29 settembre 2021
14:04

Non sottovalutiamo i vampiri. È una questione di buon senso. E non sviliamo le storie che li raccontano. È una faccenda di cuore (e sangue).

Su Netflix c’è una miniserie, si chiama Midnight Mass (Messa di mezzanotte). In quel meridiano in cui si srotola la storia è stato costruito tutto per piacere agli amanti del genere. Il villaggio su un’isola, le barche che rollano, le case dei pescatori perfette nelle travi consumate, negli interni che scricchiolano sulle assi, nella chiesetta che sorveglia tutte le poche anime, un po’ più di un centinaio, che abitano resistenti su quel fazzoletto di terra circondato dal mare. C’è il dramma, i segreti (pochi), occhi sgranati e lucidi (troppi).


La notte è strage di gatti, qualcuno o qualcosa li divora. Qualcuno o qualcosa, appena tramonta il sole, si avvicina alle finestre dorate dei tinelli apparecchiati per la cena. Tutto perfetto, dicevo. Tutto come si deve a una storia di vampiri. C’è mezzo cast di quella perla vera che si chiama “Haunting – Hill House” (che regia, che mano, che scrittura), c’è un bell’attacco, la fotografia non è male per niente, si sente nell’aria l’atmosfera kinghiana in ogni anfratto.

Ma Midnight Mass non funziona

Ma non funziona. Non sanguina. Cioè di sangue ce n’è, ne vedrete di fiotti schizzare ovunque, emoglobina in ogni dove, ma il sangue della paura, quello dov'è? Ve lo chiederete. La trama è facile-facile, e quanto si parla e quanto poco si dice...

Insomma, se ti piace il genere la guardi, ma se conosci il genere ti stanca. Peggio: ti sfianca. Nei tanti gruppi dedicati a cinema e serie, si urla al miracolo o meglio (o peggio) al capolavoro (as usually). È consigliata e anche straconsigliata. A guardarla bene, si raccoglie poco in cascina. C’è qualche guizzo estetico (l’inquadratura del dialogo tra il prete e uno dei protagonisti, con stacchi di macchina dall’alto funziona, non è male, ma è una goccia nel mare) ma la miscellanea tra Vecchio Testamento e vena demoniaca, l’abbiamo già vista passare tante e tante volte sui nostri fiumi che è quasi come vedere una trota che salta sul pelo dell'acqua. Insomma, d'accordo, il dio degli eserciti, il Deuteronomio, il libro delle Lamentazioni, ma ora stupiscimi, no? 

Questo prete che, piegato dall’Alzheimer, in una grotta di Gerusalemme si fa gabbare da un demone che lui vede come angelo del Signore, avrebbe potuto tingersi di sfumature più profonde, persino comiche, interessanti, grottesche, ma sì, poteva farlo, la faccia di Hamish Linklater (che interpreta il sacerdote) si sarebbe prestata alla perfezione, invece è un personaggio che si limita a spiegare e spiegare e spiegare fino alla corsa finale (e lì la fretta di chiudere si vede tutta). Lui fa il compitino. Ecco, tutti fanno quello che devono fare. Il vampiro esce a mezzanotte e se ti trovi nei dintorni, beh, peggio per te. Però di una cosa devo dargli atto: la locandina è bella. 

Tornando a volo al cast: la puerpera somiglia alla Spacek di “Carrie”, ed è forse uno dei pochi personaggi che tiene fino alla fine. Ma la cosa che davvero non funziona, sono i lunghi monologhi (dovrebbero essere dialoghi) che nelle intenzioni dovrebbero suscitare pathos e strette allo stomaco; sono solo pagine e pagine di sceneggiatura (ma quante!) di carne macinata e rimacinata che sistemate nel cuore della narrazione quasi ti costringono a premere “avanti-veloce” sul telecomando (anche perché, forse, anche le interpretazioni degli attori non rapiscono il cuore, ecco, diciamo così).

Dio mi perdoni se attingo dai mannari: «Tenetevi sulla strada, state lontani dalla brughiera e guardatevi dalla luna». Una frase sola per un’immagine che spaventa ancora, dopo quasi quarant’anni. Ecco cos’è la magia. Ecco come si fa.

Giornalista
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