Tra la perduta gente di Veleno, su Amazon il documentario sulla vicenda che scosse l'Italia degli anni 90

Ispirato al libro di Pablo Trincia sulle vicende della Bassa Modenese, l'opera del regista inglese Berkely riannoda i fili di una vicenda che dopo vent'anni non è ancora chiusa

di Alessia Principe
3 giugno 2021
10:42

Su Amazon Prime è arrivato “Veleno”. Il documentario è ispirato all’inchiesta giornalistica di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli e ha riportato alla ribalta la dolorosa vicenda della Bassa Modenese che negli anni Novanta sconvolse il Paese.

Su tutti gli scandali, una volta raffreddati dall’interesse iniziale che ne brucia ogni componente, si stende sopra una lastra fredda di distacco, è un coperchio su una scatola da sigillare e sotterrare più a fondo possibile. La sofferenza torna nella sfera semiprivata dei protagonisti, ogni altra cosa è un contorno sbiadito che non fa notizia.


Nel 2014 il giornalista, ex delle Iene, s’imbattè in un trafiletto di un quotidiano locale che parlava dello strascico processuale della vicenda. Da lì prese vita, di nuovo, quel ventennio fatto di famiglie distrutte e bambini segnati. La lastra di ghiaccio su quella storia cominciò a sciogliersi rivelando un groviglio nero di sofferenza e vite sbeccate, incrinate.

Il documentario del regista Hugo Berkeley, ideato da Ettore Paternò, fa un’opera di meta-cronaca ma, così come aveva fatto il “SanPa” di Netflix, non vuole presentare colpevoli e innocenti, blocca sul nascere ogni spirito partigiano, e racconta, semplicemente.

Il film prende il via dall’inchiesta di Trincia che poi è diventata un podcast a puntate, che poi è diventata un libro, la reidrata con elementi inediti, e diventa un’opera nuova, dove la cronaca è solo un fondo erboso in cui camminare a piedi scalzi. È una finestra che affaccia sul dubbio e il dubbio, da quella prospettiva, sembra più grande di quanto avremmo mai potuto immaginare.

Per capire di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro. Siamo tra il 1997 e il 1998, 16 bambini, che abitano in tre province della Bassa Modenese, vengono portati via dalle proprie famiglie. Le accuse, nei confronti dei familiari sono devastanti: abusi, violenze, rituali satanici, omicidio. Li chiamano i “Diavoli della Bassa Modenese”. La macchina dell’assistenza sociale si mette in modo con un colpo di reni e i bambini vengono portati via immediatamente dalle loro case e non vi faranno più ritorno. Mai più. Quello che accadrà nel corso degli anni e dei tantissimi processi, è un rosario di morti, suicidi, ombre.

La costruzione di Berkeley si snoda in cinque puntate. Parte in salita e poi corre a perdifiato e non consente stacchi. Si alternano le voci dei genitori sopravvissuti, che non si rassegnano, dei figli che, intanto cresciuti, hanno tentato, faticosamente, di rifarsi una vita ma non riescono a far pace con i propri fantasmi e cercano di scacciarli o combatterli come possono.

Si incrociano le testimonianze di una delle psicologhe, Valeria Donati, accusata dalle difese degli imputati di aver indotto falsi ricordi nei bambini, si annoda un laccio tra Mirandola e Bibbiano, un’altra brutta storia (il processo è ancora in corso) su un giro di soldi collegato agli affidi di bambini che, secondo l’accusa, sarebbero stati manipolati dagli psicologi del centro gestito da Claudio Foti, ex marito di una delle psicologhe dell’inchiesta sulla Bassa Modenese.

Infine c’è la loro voce, quella dei bambini non più bambini. È una voce dissonante, che deve solo essere ascoltata senza annuire o dissentire. Due vittime, dopo così tanto tempo, ammettono di aver inventato tutto all’epoca, vinte dall’incalzare di domande pressanti delle assistenti sociali che hanno modellato la loro memoria malleabile e debole. Hanno perso per sempre le loro madri e i loro padri in un soffio di vento, senza sapere perché. Altri, invece, con i visi duri continuano a raccontare che era tutto vero, tutto orribile. Sullo sfondo loro, i genitori, alcuni assolti, altri usciti dal carcere, che guardano dritto in camera e giurano di essere innocenti. Una madre continua a scrivere da vent’anni alla figlia che non vuole rivederla, un'altra madre, scagionata dalla figlia anni dopo, riposa in pace in un cimitero, vinta da un'accusa a cui non è riuscita a sopravvivere. 

Allo spettatore, che ascolta i racconti di vite compromesse, rovinate, vissute tra tribunali e miseria, non è concesso stabilizzarsi neppure per un attimo su un’idea sicura. Si rompe un sistema di tifoseria che porta, naturalmente, popolo e pubblico, a schierarsi sempre e comunque.

Il documentario “Veleno” resta solo la raffigurazione di una tragedia, in cui la realtà, l’immaginazione e l’incubo, si mescolano al punto da non poterli più distinguere. E anche la verità, grande assente giustificata, prende posto in fondo alla sala.

Giornalista
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