Club culture can never die

La condanna a morte dei club non può avvenire nell’indifferenza perché è una sentenza capitale anche su una parte sostanziale della nostra identità

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di Carla Monteforte
3 marzo 2021
16:34

La scomparsa di Claudio Coccoluto è una lapide su un’epoca. Lo so, si dice spesso quando se ne va qualcuno ma in questo caso è impossibile non chiedersi che ne sarà della club culture o di noi discotecari già in via d’estinzione causa pandemia (ecausa anagrafe, nel mio caso).

Me lo domando da quando ha avuto inizio la clausura e ancor più da quando la tremenda notizia della morte del padre dell’underground mi è piombata addosso ieri mentre mi preparavo a Sanremo. Se il festival è un programma tv dove c’è anche musica, i club sono luoghi dove la musica è protagonista. Degli ecosistemi definiti in cui abita e si riproduce la fauna dei fotofobici.


Ho ballato sui vinili di Cocco in molteplici occasioni ma per me lui resterà sempre il dj del Goa. La fine degli anni ’90 era ruggente a Roma ed io di più. Via di Libetta, alla fine di via Ostiense, faceva eco alla rivale Testaccio. Si ballava sempre, si ballava tanto. Sembrava che qualcosa dovesse accadere mentre con occhiali scuri sempre indosso, nonostante il buio pesto, le mie amiche ed io ci recavamo in pellegrinaggio al tempio di Coccoluto e Marco Trani che si ergeva oltre il Gazometro. Andare nei club era una cosa seria, la vivevamo come una missione. Ci sembrava di fare chissà che. Che dovesse succedere chissà che cosa. Avevamo un’agenda dance fitta d’impegni, quasi un calendario di lavoro che aveva punti fissi il venerdì del Qube (Muccassassina) e il martedì al Goa gay (eravamo la genesi delle “frociarole”).

Le immagini di quella ragazza agghindata, con pelliccia di cavallino usata recuperata nei cesti di via Sannio, per superare la severissima selezione alla porta (che si basava esclusivamente sui look) mi sono apparse vivissime ieri mattina mentre cercavo la forza di alzarmi dal letto per affrontare questo giorno senza fine in cui la notte è bandita in quanto “non indispensabile”.

Diteglielo a quella ragazza con stivali rosa e lenti scure anche nei night che la notte non è indispensabile. Ditelo a un pipistrello, a un lupo mannaro che la notte non è necessaria. Ditelo ai tanti “figli” di Coccoluto che della notte di può fare a meno.

Penso ai tanti luoghi in cui ho costruito pezzi di me stessa (e dove ne ho smarrito altrettanti altri) silenziati dai sigilli. So che siamo in guerra ma la condanna a morte dei club non può avvenire nell’indifferenza perché è una sentenza capitale anche su una parte sostanziale della nostra identità. Della mia sicuro.

Ripenso al Goa, alle notti capitoline, a Coccoluto, ai vent’anni e vorrei tanto abbracciarla quella ragazza. Ma in realtà sarebbe il caso che lei abbracciasse me.

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