La pelle che abito: agosto e altre impurità da eliminare. Quello che le valigie non dicono

La coda dell’estate è un neon che spezza il buio del deserto, come quando attraversando quello del Nevada come un corpo celeste ti folgora Las Vegas. Come noi che per concludere col botto avremmo bisogno di qualcosa di cui pentirci

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di Carla Monteforte
21 agosto 2021
16:53

Quante bugie ci siamo raccontate facendo le valigie, mi domando mentre le mie mi fissano supplicando tregua ma io sono in stato catatonico, ipnotizzata da tutorial di cisti e lipomi rimossi da dottoresse con make-up più adatto a tutti i party a cui non sono andata che a un ambulatorio. C’è da impacchettare abiti mai indossati, feste nella mia testa, amanti immaginari e altre illusioni partorite da quell’automa che mi abita dentro e impreca contro canicola e villeggianti ma, sotto sotto, spera sempre in una rivelazione. Quella svolta che agosto, di regola, riserva come colpo di scena finale. Quindi, qualunque sia la nostra direzione, lasciamo una freccia negli archi perché non è finita.

L’estate è cosi: sai quando inizia ma quando ci lascia lo decide lei. Me lo ripeto tipo promemoria mentre il bisturi affonda nella carne di un vaccaro dell’Arizona ed io mollo trolley e rimpianti e volo sul Grand Canyon, il grande buco del Mid West che se lo percorri al tramonto senti gli angeli intonare Joni Mitchell, luogo ideale per colmare il buco della mia inquietudine, grande adesso quanto quello sulla schiena del paziente in lacrime che ringrazia l’angelo dei punti neri che con extension da Pussycat Doll gli ha salvato vita e matrimonio.


Forse dovremmo chiamare lei per salvare l’estate e le chiome ribelli come le notti che non abbiamo avuto. Quelle notti in cui senti forte il richiamo di un festino fallito. Ecco cosa ci vorrebbe: un dj svuota-pista che suona solo per noi e il vaccaro locale che resta muto e ci fissa.

I bar vuoti sono paradisi sottovalutati, eden incontaminati che producono frutti proibiti alla marmaglia e riservati a chi riconosce la luce fioca dell’avventura sotto un’insegna mezza rotta. La coda dell’estate è un neon che spezza il buio del deserto, come quando attraversando quello del Nevada come un corpo celeste ti folgora Las Vegas, estasi per scommettitori e perdenti. Come noi che per concludere col botto avremmo bisogno di qualcosa di cui pentirci. Un night tra le montagne frequentato da braccianti e boscaioli che bevono distillati senza ghiaccio e hanno mani grandi abbastanza da maneggiare la nostra frustrazione. Quella che ci fa fare le valigie troppo spesso senza idea di cosa metterci dentro, ecco perché alla fine ci ficchiamo di tutto.

Sono identici a noi i nostri bagagli: contenitori di ansie e indecisioni, ambizioni e sconfitte, tedio e irrequietezza, buone, cattive e pessime intenzioni; e tutto ciò che dentro ci capita a caso come in quel saloon che è la nostra esistenza terrena. Per questo non ci diamo mai per vinte, nemmeno quando a inizio vacanze a capitarci è l’herpes zoster, roba che la Dr. Sandra Dee ci farebbe due puntate e uno speciale. Speciale come l’epilogo di un agosto ancora tutto da scrivere, trascorso a smistare abiti da mare da giacche da trekking: senza prendere pace mai.

Perché puoi partecipare a tutte le feste pazzesche che vuoi ma l’unica regola per un’estate di successo è eliminare le impurità sottocutanee e non inflazionarsi mai!

 

 

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