Dopo nove anni di indagini, la Procura di Milano arriva alla fase conclusiva del processo sul cosiddetto “falso complotto Eni. Al centro, la delegittimazione dei testimoni nei procedimenti Eni Algeria ed Eni Nigeria e il capitolo dei verbali sulla presunta Loggia Ungheria
Tutti gli articoli di Italia Mondo
PHOTO
Dopo nove anni dall’inizio dell’indagine, la Procura di Milano arriva al cuore del processo sul cosiddetto falso complotto Eni e chiede la condanna di Piero Amara e Vincenzo Armanna. I magistrati, al termine della requisitoria, hanno formulato una richiesta di 6 anni e 4 mesi di reclusione per l’ex avvocato esterno della compagnia petrolifera e per l’ex manager del gruppo. Chiesti invece 4 anni di carcere per Michele Bianco, uno degli avvocati dell’ufficio legale interno della società.
È una vicenda che, nel corso degli anni, ha attraversato più piani: quello giudiziario, quello economico e quello interno a uno dei principali gruppi industriali italiani. Un’inchiesta nata attorno alle presunte manovre per condizionare il contesto dei procedimenti Eni Algeria ed Eni Nigeria e poi allargatasi, anche mediaticamente, al capitolo dei verbali sulla fantomatica Loggia Ungheria. Proprio quel passaggio ha contribuito a trasformare il caso in uno dei dossier più discussi degli ultimi anni, con effetti che sono andati oltre il perimetro strettamente processuale.
L’accusa: «Inquinare il regolare sviluppo dei processi»
Nella ricostruzione della Procura, il sodalizio criminale avrebbe avuto come obiettivo quello di «inquinare il regolare sviluppo dei processi Eni Algeria ed Eni Nigeria». Secondo i magistrati, il meccanismo si sarebbe fondato su una sistematica attività di delegittimazione dei testimoni chiave, con l’intento di arrecare pregiudizio a due consiglieri. Continua a leggere su LaCapitalenews.it

