Il 30enne è finito sulla stampa come se fosse la mente degli scontri, ma ha ideato una pagina Instagram nata dopo la manifestazione di Milano. È la solita storia, da Valpreda alla ricerca del Grande Vecchio delle Brigate rosse: si punta a scoperchiare complotti senza guardare al disagio delle piazze
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Francesco Enriquez
A Milano il 17 ottobre sono volati cassonetti e vetrine. Nei giorni dopo nasce su Instagram una pagina che si chiama «Movimento 17 Ottobre». Sabato successivo il suo presunto ideatore ha un nome e un volto: Youssef Siher, 30 anni, indagato per istigazione a delinquere aggravata e ritenuto la mente della pagina, nata dopo i disordini della settimana precedente. In poche ore, per tutti, è «la mente».
Antonino Polimeni, avvocato cassazionista, l'ha spiegato meglio di tutti: nessuno ha scritto che quel ragazzo ha organizzato gli scontri. Non serviva. Basta mettere in fila le devastazioni, un volto e la parola «mente». Il collegamento, scrive, lo farà il lettore. Da solo.
È così che si costruisce un colpevole senza doverlo dimostrare.
Guardate come è stato presentato. Studioso di geopolitica, un dottorato di ricerca, giornalista freelance, ha scritto per il Fatto Quotidiano e collaborato con l'Ispi. Eppure nei titoli quel curriculum scivola in fondo, e in cima restano tre parole: «mente», «origini marocchine», «pro-Pal». Il ritratto è pronto prima dei fatti.
E i fatti dicono altro. Le piazze del 17 ottobre non sono state organizzate da un unico gruppo ma da appelli diffusi su Telegram, TikTok e Instagram da sigle nate poche settimane prima, senza referenti chiari. Il Movimento 17 ottobre è comparso solo dopo quella data. E chi ha spaccato le vetrine sembra passare poco da quei canali, limitandosi a sfruttarne le mobilitazioni. Chi c'era davvero in piazza lo dice il Tribunale per i minorenni: 35 minori arrestati, 31 senza precedenti, età media tra i 15 e i 16 anni, 25 nati in Italia.
Ecco perché serve una «mente». Se c'è un burattinaio, basta arrestarlo. Se invece ci sono decine di quindicenni nati qui, incensurati e furiosi, allora il problema non è una pagina Instagram. Siamo noi.
Il copione è vecchio. Piazza Fontana, 1969: in pochi giorni il mostro è Pietro Valpreda, anarchico, dipinto come una belva. Assolto anni dopo, la strage era nera. Il caso Moro: l'Italia passa anni a cercare il «Grande Vecchio» dietro le Brigate Rosse. Mai trovato. Il 7 aprile 1979 Toni Negri viene arrestato come cervello del terrorismo: quelle accuse cadono. Enzo Tortora, 1983: in manette davanti alle telecamere, assolto con formula piena, morto poco dopo.
Cambiano i nomi, non il metodo. Un caos da spiegare, un volto da mostrare, una parola che fa il lavoro sporco.
Youssef Siher risponderà di ciò che gli viene contestato, e lo deciderà un giudice. Fino ad allora è un indagato, non un colpevole. E di certo non è la mente di una rivolta cominciata prima che la sua pagina esistesse.
Chi cerca sempre il Grande Vecchio non guarda mai i ragazzini che erano in strada. Ed è esattamente per questo che lo cerca.


