Il decreto della Corte d’appello di Milano scuote le fondamenta della siderurgia italiana: 90 giorni per fermare l’area a caldo o bonificare. Mentre il Governo stanzia altri 100 milioni, il futuro dell’ex Ilva oscilla tra il rischio chiusura e i piani di rilancio di Jindal e Flacks Group. Questa decisione giunge in un momento di estrema fragilità per l'azienda, attualmente in amministrazione straordinaria, e rischia di far deragliare il complesso processo di cessione a nuovi investitori privati. La decisione del tribunale potrebbe portare allo stop definitivo.

Il confronto in tribunale

Il pronunciamento dei giudici arriva al culmine di una lunga battaglia legale che ha visto contrapporsi le società del gruppo (Ilva, Acciaierie d’Italia e AdI Holding) a un gruppo di cittadini tarantini e all’associazione “Genitori Tarantini”. I magistrati milanesi hanno accolto parzialmente i reclami presentati contro una precedente sentenza di febbraio, basandosi in gran parte sulla pronuncia della Corte di giustizia europea del giugno 2024.

Il punto cardine della decisione è la tutela della salute. La Corte ha stabilito che la ripresa dell’attività sarà condizionata a due fattori non negoziabili. La rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e la riduzione delle polveri sottili (PM10 e PM2.5) entro limiti di sicurezza, calibrati su uno scenario produttivo di 6 milioni di tonnellate annue.

Il ragionamento dei giudici è severo: se un impianto industriale è nocivo per l’ambiente e la salute, la sua attività deve essere sospesa. La Corte d’appello di Milano sottolinea come il semplice rispetto dei limiti di emissione previsti dalla legge 155/2010 non sia più sufficiente a garantire la sicurezza, citando l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nelle aree limitrofe allo stabilimento rispetto a zone distanti.

L'amianto e lo scontro con Federacciai

Uno dei punti più controversi della sentenza riguarda la rimozione dell’amianto. Sebbene il gestore abbia già smaltito circa 6.780 kg di materiale, rimangono ancora oltre 2.000 kg "inglobati" negli impianti, specificamente nei cowper (gli scambiatori di calore degli altiforni).

Questa prescrizione ha sollevato l’ira di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, che considera la decisione dei giudici milanesi tecnicamente incompatibile con il funzionamento stesso dell’impianto, paragonando la richiesta a voler far funzionare un’auto senza motore.

Una fabbrica al minimo: i numeri della crisi

Mentre i tribunali decidono i tempi della chiusura, la realtà produttiva a Taranto è già ridotta ai minimi termini. Il gruppo ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, è una società che da febbraio 2024 è in amministrazione straordinaria. Attualmente, lo stabilimento opera con un solo altoforno attivo, l'AFO 2, producendo appena 2 milioni di tonnellate di acciaio all'anno. L’ex Ilva ha 10mila dipendenti diretti, 8mila circa dei quali a Taranto. Gli stop prolungati di operatività e produzione hanno reso necessario un ricorso massiccio alla cassa integrazione. Le scarse risorse finanziarie rendono difficile la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti.

Tra emergenza e sostegno finanziario dello Stato

Il Governo, colto di sorpresa dalla rapidità della decisione giudiziaria, ha reagito convocando d'urgenza un vertice a Palazzo Chigi.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è stato esplicito: la sentenza «stravolge la fase di cessione», proprio mentre si era prossimi a una definizione con i potenziali acquirenti.

Per tentare di stabilizzare la situazione, proprio ieri il Consiglio dei ministri ha deliberato un ulteriore decreto da 100 milioni di euro, il terzo, a favore dell’amministrazione straordinaria. Questi fondi fanno parte del prestito ponte da 390 milioni autorizzato dalla Commissione Europea. Questa somma, ha detto il ministro delle Imprese Urso, sono l’ultimo sostegno prestato all’azienda che poi dovrà restituirli. E c’è l’impegno in tal senso anche dei potenziali acquirenti: il gruppo indiano Jindal e il fondo americano Flacks Group.

Il futuro siderurgico italiano dipende dalla sfida tra Jindal e Flacksider

Nonostante l'incertezza legale, la partita per la proprietà dell'ex Ilva vede in campo due contendenti principali con visioni industriali differenti. L’indiana Jindal si trova in una posizione più avanzata nelle trattative. Il suo piano da 500 milioni di investimenti in tre anni prevede la produzione di 2 milioni di tonnellate a Taranto tramite forni elettrici (tecnologia più pulita rispetto agli altiforni tradizionali), con l'integrazione di altri 4 milioni di tonnellate importate dall'Oman. Tuttavia, si andrebbe incontro ad una pesante ristrutturazione aziendale che comporterebbe un significativo ridimensionamento occupazionale. Gli americani di Flacks Group propongono un piano di investimenti da 225 milioni all’anno in 5 anni, in collaborazione con Danieli e Metinvest. Il progetto prevede due forni elettrici da 220 tonnellate, impianti di riduzione diretta del minerale (Dri) e l'uso dell'idrogeno per ridurre le emissioni di CO2 fino all'86%. L'obiettivo sarebbe incrementare la capacità produttiva da 2,5 a 4,6 milioni di tonnellate, garantendo sostenibilità ambientale e posti di lavoro.

La corsa contro il tempo

I prossimi 90 giorni saranno decisivi. Entro il 24 agosto 2026 (termine ultimo fissato per l'attuazione dei piani di bonifica), o l'azienda dimostrerà di poter operare in sicurezza rimuovendo l'amianto e abbattendo le polveri, o l'area a caldo dovrà essere spenta definitivamente. La sfida per il Governo e i commissari è ora quella di trasformare questa crisi giudiziaria in un'opportunità per accelerare la transizione ecologica del sito, evitando quella che Federmeccanica definisce una «catastrofe economica». Come sottolineato dal sindaco di Taranto, Piero Bitetti, il tempo dei rinvii è scaduto: servono scelte chiare e definitive per conciliare il diritto al lavoro con il diritto inalienabile alla salute.