Lorena Isceri aveva 45 anni. È stata aggredita nel garage di casa, a Firenze, sequestrata e portata via dall’ex compagno. Ha avuto ancora la forza di chiedere aiuto. Ha chiamato il numero di emergenza, ha raccontato di essere stata rapita. Gli investigatori hanno localizzato il suo telefono. Ma non sono arrivati in tempo.

Lorena è stata scaraventata dal viadotto Lora dell’A1, nel territorio di Barberino del Mugello. L’ex compagno si è poi tolto la vita. Gli accertamenti hanno stabilito che Lorena era ancora viva quando è stata gettata nel vuoto.

Una donna chiede aiuto. Lo Stato prova a intervenire. Ma arriva troppo tardi.

È questa la domanda che non possiamo più eludere: quanto deve essere vicino il pericolo perché qualcuno intervenga davvero?

Pochi mesi fa, a gennaio, un altro delitto aveva sconvolto l’Italia. Federica Torzullo, 41 anni, è stata uccisa ad Anguillara Sabazia. L’autopsia ha rilevato 23 coltellate, alcune delle quali sulle mani, compatibili con un tentativo di difesa. Sul corpo sono state riscontrate anche ustioni. Il marito è accusato del delitto.

Due donne. Due storie diverse. Due uomini diversi. Ma lo stesso terribile scenario: la violenza dentro una relazione, dentro quella che dovrebbe essere la dimensione più sicura della vita.

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: la famiglia, per troppe donne, non è sempre il luogo della protezione. Può diventare il luogo della paura. Della sopraffazione. E poi della violenza. Nei casi più estremi, della morte. Dell’orrore.

Nel 2025 in Italia sono state uccise 97 donne. Di queste, 85 sono state uccise da una persona riconducibile all’ambito familiare-affettivo. Nel 2024 le donne uccise erano state 118. Prima ancora era anche di più i casi di femminicidio.

Per non parlare delle minacce, della violenza, degli stupri in famiglia. Migliaia di denunce ogni anno. E ci sono tantissimi casi di violenza non denunciati.

Non sono numeri. Sono vite. È dolore, odio.

Dietro ai femminicidi ci sono donne, mamme, con un nome, una storia, un lavoro, amici, progetti, paure, speranze. Donne che avevano diritto a tornare a casa. Ma anche di lasciare un uomo. Per ricominciare. A tornare a vivere. Ma sono state fisicamente e brutalmente eliminate. Da lui.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti della violenza contro le donne: spesso l’assassino non è uno sconosciuto. È l’uomo che quella donna conosce. È il compagno. L’ex compagno. Il marito. Qualcuno che conosce le sue abitudini, i suoi orari, le sue fragilità, i luoghi in cui trovarla.

L’Istat rileva inoltre che la violenza non coincide soltanto con l’aggressione fisica. Milioni di donne hanno subito, nel corso della vita, violenze fisiche o sessuali; all’interno della coppia sono presenti anche violenza psicologica ed economica, controllo, isolamento, minacce e intimidazioni.

Il femminicidio, dunque, non nasce dal nulla.

Prima dell’omicidio c’è sempre il controllo, la gelosia, le minacce, le umiliazioni, lo stalking, l’isolamento, la violenza economica. Ci sono segnali che spesso vengono ignorati, minimizzati, considerati “problemi di coppia”.

Ma una donna minacciata non sta vivendo semplicemente una crisi di coppia.

Una donna perseguitata non sta affrontando semplicemente una separazione difficile.

Una donna che ha paura dell’uomo che dice di amarla non sta vivendo una normale lite familiare.

Sta vivendo una situazione di pericolo. Che nessuno comprende, che troppo spesso viene ignorata da una società indifferente, chiusa, senza sentimenti.

Ed è qui che entrano in gioco le istituzioni.

Perché le leggi sono necessarie. Le pene devono essere severe. La nuova disciplina sul femminicidio ha segnato un passaggio importante e i casi sono diminuiti. Ma una legge, da sola, non può salvare una donna che ha paura.

Servono prevenzione, formazione, personale adeguato, servizi territoriali, centri antiviolenza, forze dell’ordine messe nelle condizioni di intervenire rapidamente, magistrati e operatori formati per riconoscere il rischio.

E serve soprattutto una cosa: credere alle donne quando chiedono aiuto. E investire nella famiglia, oggi troppo chiusa e isolata. Dove nessuno entra e le istituzioni non investono. Eppure è qui il futuro.

Non possiamo aspettare che la violenza diventi omicidio per accorgerci che esiste.

Non possiamo continuare a considerare ogni caso come una tragedia improvvisa, imprevedibile, inevitabile.

Perché spesso, prima del sangue, ci sono segnali.

E quando quei segnali vengono ignorati, la responsabilità non è soltanto individuale. Diventa anche una responsabilità collettiva.

La politica deve interrogarsi. Le istituzioni devono interrogarsi. Perché non basta indignarsi quando una donna viene uccisa. Non basta il minuto di silenzio. Non basta il comunicato ufficiale. Non basta annunciare nuove leggi dopo l’ennesimo femminicidio.

Bisogna impedire che la prossima donna venga uccisa. Questo significa investire nella prevenzione. Educare i ragazzi al rispetto e alla libertà dell’altro. Combattere l’idea malata che una donna possa appartenere a un uomo. Spiegare che l’amore non è possesso.

E significa soprattutto costruire uno Stato capace di esserci prima, non soltanto dopo.Tutto quello che sta accadendo non è normale.

È una vergogna. Per tutti. E riguarda ognuno di noi.