L’11 settembre 2026, al Memoriale dell'11 settembre di Manhattan, George W. Bush stava accanto a Laura e, a pochi metri, a Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden; c'erano il vicepresidente JD Vance e il sindaco Zohran Mamdani, mentre Donald Trump aveva scelto la cerimonia del Pentagono.

Come ogni anno sono stati letti, uno per uno, i nomi delle vittime, 2.977 quel giorno, e per la prima volta si è osservato un momento di silenzio anche per le oltre novemila persone uccise negli anni successivi dai tumori e dalle malattie respiratorie contratte tra le macerie.

Bush non ha preso la parola: nessun politico lo fa, in quella cerimonia, dal 2012. Il suo unico intervento pubblico sull'anniversario lo aveva fatto due giorni prima, a Dallas, in una conversazione con Condoleezza Rice, ricordando che in quelle ore la sua preoccupazione era che l'America non «perdesse la propria anima».

Ha ottant'anni. E nel museo della sua biblioteca presidenziale, fino al 30 settembre, sono esposti sedici quadri nuovi. Uno ritrae l'istante che lo ha definito agli occhi del mondo: la seconda elementare della Emma E. Booker di Sarasota, i bambini con il libro aperto, Andrew Card che si china a sussurrargli che un secondo aereo ha colpito la seconda torre.

Per una generazione di italiani quell'immagine è tutto Bush. Il presidente immobile che sembra non capire. Poi il megafono su Ground Zero, le due guerre, la crisi del 2008. È un ritratto che l'Europa ha smesso di aggiornare tra il 2003 delle bandiere arcobaleno sui balconi e il 2004 della Palma d'oro a Michael Moore. A venticinque anni dagli attentati, la domanda è se non abbiamo scambiato una caricatura per un verdetto.

Un programma domestico, poi le 8:46

Bush entra alla Casa Bianca nel gennaio 2001 con un'agenda quasi interamente interna: tasse, scuola, previdenza, immigrazione e quel «conservatorismo compassionevole» che da noi passò per slogan e che era invece una dottrina precisa, elaborata negli anni Novanta: lo Stato non deve sostituirsi a chi aiuta i poveri, chiese, comunità, volontariato, ma sostenerlo. In politica estera aveva promesso un'America «umile». Otto mesi dopo, alle 8:46 dell'11 settembre, quell'agenda non esiste più.

La sequenza dei giorni successivi è nota, ma va riletta senza il senno di poi. Il 14 settembre Bush sale su un camion dei pompieri accartocciato tra le macerie del World Trade Center, accanto a un vigile del fuoco in pensione, Bob Beckwith, e afferra un megafono. Qualcuno dalla folla grida che non lo sente. «Io vi sento», risponde. «Il resto del mondo vi sente. E presto vi sentiranno anche quelli che hanno abbattuto questi edifici». Nessuno speechwriter l'aveva scritta. Fu la frase che tenne insieme un Paese, e i numeri lo dicono: Gallup misurava il suo consenso al 51 per cento la settimana prima degli attentati, all'86 in quel fine settimana e al 90 dopo il discorso al Congresso del 20 settembre, il dato più alto mai registrato dall'istituto per un presidente americano.

Che una nazione colpita si stringa attorno al comandante in capo è fisiologico; ma quel capitale andava speso senza sprecarlo, e in quelle settimane Bush non lo sprecò. Il 17 settembre, sei giorni dopo gli attentati di al Qaeda, il presidente degli Stati Uniti entra nell'Islamic Center di Washington e dice agli americani che il volto del terrore non è il vero volto dell'Islam, che le donne con il velo devono poter uscire di casa senza paura e che chi le intimidisce non rappresenta l'America che lui conosce. Cita il Corano. Le aggressioni contro musulmani, arabi e sikh erano già cominciate, e un presidente avrebbe potuto cavalcare la rabbia con profitto. Scelse il contrario. Da noi quell'episodio non lo ricorda quasi nessuno: non entrava nel personaggio che ci eravamo costruiti.

Da quel giorno governò con una convinzione sola: che il primo dovere di un presidente fosse impedire un secondo 11 settembre. Nei sette anni successivi non ce ne fu nessuno. In Europa lo si dà per scontato. Negli Stati Uniti nessuno lo considera tale.

Eppure l'agenda del gennaio 2001 non morì sotto le macerie. Nel gennaio 2002, con Ted Kennedy al suo fianco, Bush firmò il No Child Left Behind, la riforma che per la prima volta chiedeva conto alle scuole dei risultati di ogni bambino, compresi quelli dei quartieri poveri che il sistema aveva sempre potuto ignorare; nel dicembre 2003 firmò la più grande espansione del Medicare dalla sua nascita, la copertura dei farmaci per gli anziani. In Europa sarebbero misure da governo di centrosinistra. In America la prima passò con maggioranze schiaccianti di entrambi i partiti, ed erano esattamente ciò che il conservatorismo compassionevole aveva promesso.

Venticinque milioni di vivi

Se un solo capitolo rende impossibile il ritratto a una dimensione, è quello che in Italia è quasi sconosciuto. Nel 2003 Bush lanciò il PEPFAR, il President's Emergency Plan for AIDS Relief: il più grande programma mai realizzato da un singolo Paese contro una singola malattia. Nell'Africa subsahariana di allora una diagnosi di HIV equivaleva, per la maggior parte delle persone, a una sentenza di morte. Secondo il Dipartimento di Stato, il programma ha salvato oltre 25 milioni di vite, tiene in terapia antiretrovirale più di 20 milioni di persone e ha fatto nascere senza il virus 7,8 milioni di bambini, con più di cento miliardi di dollari investiti. Nessuna amministrazione americana, prima o dopo, ha fatto per l'Africa qualcosa di paragonabile. E non fu un episodio: seguirono l'iniziativa presidenziale contro la malaria e la Millennium Challenge Corporation, che legava gli aiuti al buon governo e alle riforme anziché alla sola emergenza.

Il programma è sopravvissuto a quattro presidenti diversi e, ammaccato dai tagli agli aiuti esteri del 2025, è ancora in piedi. Quei tagli hanno prodotto una delle rarissime eccezioni al silenzio di Bush: in un video ai dipendenti dell'USAID appena smantellata, insieme a Obama e a Bono, ha chiesto se sia nell'interesse nazionale americano che 25 milioni di persone destinate a morire siano vive. «Io penso di sì», ha detto, «e lo pensate anche voi».

Del resto per lui l'Africa non è un capitolo chiuso nel 2009: dal suo istituto di Dallas, insieme a Laura, ha lanciato prima Pink Ribbon Red Ribbon e poi, nel 2018, Go Further, programmi contro il tumore del collo dell'utero nelle donne sieropositive africane che hanno superato i sette milioni di screening; e nel 2012 e nel 2013, in Zambia, ha passato giorni a imbiancare e rimettere in sesto due cliniche, finendo con la vernice nei capelli.

Non fu solo l'AIDS. Il 6 settembre 2001, cinque giorni prima degli attentati, Bush aveva nominato l'ex senatore John Danforth inviato per la pace in Sudan, dove una guerra civile durava da diciotto anni e aveva fatto due milioni di morti; nel gennaio 2005, a Nairobi, quella guerra finì con un accordo che sei anni dopo avrebbe portato alla nascita del Sud Sudan. E nel 2008 l'accordo sul nucleare civile con l'India chiuse più di trent'anni di isolamento di Nuova Delhi e ridisegnò gli equilibri dell'Asia. «Il popolo indiano la ama profondamente», gli disse Manmohan Singh nello Studio Ovale, nel settembre di quell'anno.

Bob Geldof, che non è mai stato un conservatore, lo diceva a Time già nel 2005: nessun presidente americano ha fatto per l'Africa quanto Bush, «ed è empiricamente così». Nel 2008 seguì per la stessa rivista il suo viaggio in cinque Paesi africani e annotò che al mondo solo tre persone portano in strada folle simili, la regina d'Inghilterra, il papa e il presidente degli Stati Uniti, e che quella era una story mai raccontata agli americani che la stavano pagando.

Quando nel 2013 fu inaugurata la biblioteca presidenziale di Dallas, fu Jimmy Carter, che non gli era certo amico, a rendergli merito in pubblico proprio per l'Africa e per la pace in Sudan: «Sono pieno di ammirazione per lei, e di gratitudine, per il contributo che ha dato alle persone più bisognose della Terra». Obama, che lo aveva combattuto per un'intera campagna elettorale, disse che conoscere Bush significava apprezzarlo, perché era un uomo «a proprio agio nella propria pelle», capace di prendere sul serio il lavoro senza prendere troppo sul serio se stesso. E lo definì, semplicemente, «un uomo buono».

Vale anche per l'ambiente: nel giugno 2006, con un atto presidenziale, Bush istituì il monumento marino delle isole hawaiane nordoccidentali, oggi Papahānaumokuākea, un'area protetta più estesa dell'intera Italia, allora la più grande del pianeta, che Obama avrebbe poi ampliato. Non ne fa un ambientalista. Ne fa un presidente meno prevedibile di quanto si creda.

Il finale è la prova più dura

Il finale è la prova più dura. Nel settembre 2008 fallisce Lehman Brothers, il credito si congela, il sistema finanziario mondiale rischia di andare giù. Bush è un repubblicano texano cresciuto nell'ortodossia del libero mercato, con un consenso in caduta e quattro mesi davanti prima di lasciare. Sceglie di creare un fondo pubblico da 700 miliardi di dollari per salvare le banche, il TARP, contro la maggioranza dei deputati del suo partito, e poi di usare quei soldi per evitare il fallimento di General Motors e Chrysler, consegnando a Obama un'industria dell'auto ancora in piedi. In quelle settimane un presidente che non aveva più nulla da guadagnare accettò di pagare un prezzo politico altissimo per evitare quella che la sua amministrazione riteneva potesse diventare una depressione. È un tratto ricorrente: quando considera una decisione necessaria, Bush la prende sapendo che gli costerà.

Il 20 gennaio 2009 lascia Washington e torna in Texas. E fa una cosa che oggi, nella politica americana e non solo, appare quasi esotica: accetta davvero di non essere più presidente. Non apre un ufficio politico parallelo, non commenta il successore, non pretende che il partito continui a girargli intorno. Due settimane prima di andarsene aveva riunito nello Studio Ovale Obama e tutti gli ex presidenti viventi, e aveva detto la frase che riassume la sua idea delle istituzioni: «La carica trascende l'individuo».

A marzo, a Calgary, gli chiedono un giudizio su Obama e risponde che il nuovo presidente «merita il mio silenzio», perché ama il suo Paese più della politica. Un mese prima, a Dallas, un negozio di ferramenta gli aveva offerto con una lettera aperta sul giornale locale un posto part-time da addetto all'accoglienza; lui si presentò senza preavviso, disse ai commessi «cerco lavoro», girò un'ora tra gli scaffali con il cartellino «W» sul petto e comprò pile, torce e una bomboletta di WD-40.

Da quel silenzio nasce la post-presidenza che l'Italia non ha seguito. Con Bill Clinton, l'uomo che nel 1992 aveva battuto suo padre, costruisce un'amicizia fatta di iniziative comuni e di battute in pubblico: la raccolta fondi per Haiti del 2010, affidata ai due da Obama; il Presidential Leadership Scholars, che dal 2015 forma leader del settore pubblico, privato e non profit; nel 2017 la One America Appeal, i cinque ex presidenti viventi insieme per le vittime degli uragani.

Con Obama c'è un momento che dice tutto. La notte del 1° maggio 2011, prima di annunciare al mondo la morte di Osama bin Laden, Obama telefona a Bush. L'uomo che sulle macerie aveva promesso che i colpevoli avrebbero pagato avrebbe avuto ogni ragione per presentarsi davanti alle telecamere. Si limitò a congratularsi con il successore, con i militari e con l'intelligence, e a dire che la vittoria apparteneva all'America.

Poi c'è Michelle Obama, la più improbabile delle amicizie politiche. Il protocollo, nelle grandi cerimonie, li fa sedere vicini. Al funerale di John McCain, nel 2018, lei lo vede passare una caramella per la tosse a Laura e gliene chiede una; la scatola ha ancora il sigillo della Casa Bianca. Lui rifà il gesto tre mesi dopo, al funerale di suo padre, di nascosto, salutando la fila dei presidenti, e le immagini fanno il giro del mondo.

In quella stessa cattedrale, quel giorno, fu lui a pronunciare l'elogio funebre di George H.W. Bush. Raccontò l'ultima telefonata, «papà, ti voglio bene, sei stato un padre meraviglioso», e le ultime parole che il padre avrebbe pronunciato sulla terra, «ti voglio bene anch'io»; poi la voce gli si spezzò sull'ultima frase, il miglior padre che un figlio o una figlia potessero avere. Quattro anni prima gli aveva dedicato un libro, 41, il ritratto di un padre scritto da un figlio prima che da un ex presidente: l'unica biografia di un presidente americano scritta da un altro presidente.

Michelle Obama dirà di volergli un bene dell'anima e di trovarlo un uomo meraviglioso e divertente. Sono dettagli minuscoli, ma in un'America che ha smesso di parlarsi da una sponda all'altra pesano. Lo stesso McCain, l'avversario delle durissime primarie del 2000, aveva chiesto prima di morire che a parlare al suo funerale fossero i due uomini che gli avevano negato la Casa Bianca: Bush e Obama. Bush salì sul pulpito, ammise che ai tempi McCain sapeva farlo arrabbiare e che l'inverso era altrettanto vero, «ma mi ha anche reso migliore», e lo salutò come un uomo con un codice, onesto con chiunque, presidenti compresi.

I reduci, uno per uno

C'è però un gruppo di americani dal quale non si è mai allontanato: i soldati che aveva mandato in Iraq e in Afghanistan. Dal 2011 il Bush Center organizza per i militari feriti una pedalata di cento chilometri in mountain bike, la W100K, e un torneo di golf, il Warrior Open. Non sono passerelle: Bush pedala con loro, gioca con loro, ne conosce le storie, e l'istituto che porta il suo nome ha costruito programmi sul reinserimento lavorativo e sulla salute mentale dei reduci, le ferite che non si vedono.

Ed è qui che entra la pittura. Cominciata dopo la presidenza come passatempo, accolta all'inizio con ironia e difesa a sorpresa, nel 2013, da un critico come Jerry Saltz, diventa con gli anni una forma di racconto. Nel 2017 esce Portraits of Courage: sessantasei ritratti a olio di uomini e donne feriti nelle guerre cominciate mentre lui sedeva nello Studio Ovale, più un grande murale, con i proventi destinati ai programmi per i veterani. Non poteva restituire loro gli anni al fronte. Poteva sedersi davanti alla tela e provare a guardarli in faccia, uno alla volta. È difficile trovare un'immagine più esatta della sua post-presidenza.

Nel 2021 tocca agli immigrati: Out of Many, One, quarantatré ritratti di persone arrivate da altrove e diventate americane. Sull'immigrazione Bush è rimasto quello della Casa Bianca, che tentò due volte una riforma complessiva contro il vento del suo stesso partito: frontiere controllate, leggi rispettate, ma un rifiuto netto dell'idea che accoglienza e identità nazionale siano incompatibili. Al Bush Center ha ospitato cerimonie di naturalizzazione e ai nuovi cittadini ha detto che l'America può essere insieme una società che rispetta la legge e una società che accoglie, e che è un onore chiamarli «fellow Americans», concittadini.

Nel 2025 ha esposto trentasinque quadri sulla vita quotidiana intorno al campus della Southern Methodist University, dove ha sede la sua biblioteca: studenti, tifosi, gente che legge nel parco. Dopo i leader mondiali, i reduci e gli immigrati, la propria comunità.

Il partito che è cambiato

Tutto questo aiuta a capire il rapporto con il Partito Repubblicano di oggi. Bush non ha mai smesso di dirsi repubblicano. Ma nel 2016 non votò né Donald Trump né Hillary Clinton: alla voce presidente non scelse nessuno, «none of the above» disse il suo portavoce, e votò repubblicano nel resto della scheda. Nel 2020 ha scritto a mano il nome di Condoleezza Rice, che, ha raccontato lui stesso, gli aveva detto che avrebbe rifiutato la carica. E nel 2021 descrisse il partito come «isolazionista, protezionista e in una certa misura nativista», salvo correggersi pochi giorni dopo: aveva usato un pennello troppo largo, il bersaglio erano le voci più rumorose, non i repubblicani che vogliono risolvere i problemi. Non se n'è andato, non ha fondato correnti, non ha fatto della propria distanza una carriera. Appartiene al partito, ma non più di quanto appartenga alle istituzioni. Il presidente passa, il partito cambia, il Paese resta.

Lui, che del giudizio della storia ripete da anni che il verdetto finale arriverà quando non ci sarà più per vederlo, ha accompagnato i sedici quadri di Dallas con una frase sola: venticinque anni fa le azioni di un nemico hanno rivelato lo spirito del popolo americano.

George W. Bush non ha bisogno di essere trasformato in un santo, e sarebbe il primo a riderne. Resteranno i 25 milioni di vivi del PEPFAR, la moschea del 17 settembre, la pace in Sudan, la transizione ordinata a Obama, i soldati con cui ha pedalato e i loro volti sulla tela, gli immigrati chiamati concittadini, i vecchi avversari diventati amici. E resterà un uomo che, restituito il potere, non ha passato i diciassette anni successivi a cercare di riprenderselo.

Nel quadro di Dallas il presidente è seduto, e Card si china. Per anni quell'immobilità è stata letta come smarrimento; lui ha sempre risposto che non voleva spaventare i bambini. Venticinque anni dopo ha scelto di dipingerla lui stesso, senza cambiarle nulla. Forse la nostra caricatura sta tutta lì: nella fretta con cui abbiamo letto come debolezza un uomo che stava fermo per non spaventare gli altri. Governò nella tempesta, pagò di persona ogni decisione che riteneva necessaria, e continuò a credere a una cosa passata di moda su entrambe le sponde dell'Atlantico: che la presidenza degli Stati Uniti sia più grande del presidente.