Un drappo di seta non pensa. Pendendo dal suo asta di metallo cromato la bandiera è soltanto stoffa colorata. Un fondale da scenografia istituzionale, piazzato lì per appiccicare un timbro di legalità a qualunque parola venga pronunciata davanti all’obiettivo. Poi arriva chi le parole le ha viste sanguinare, chi per quelle parole ha respirato la polvere di Baghdad, chi sa esattamente quanto la retorica dei simboli sappia farsi gabbia. Giuliana Sgrena guarda la lente della telecamera, scorge il tricolore piazzato ad arte come fondale d'ordinanza e fa un passo indietro. Un gesto secco, pulito. Niente urla, nessun proclama. Solo la sottrazione fisica di un corpo che rifiuta di farsi fondale.

Subito scatta il riflesso condizionato del giornalismo di pancia, quello pronto a bollare l’episodio come lo sgarbo di una veterana ideologica, un vezzo sovversivo o un’offesa gratuita alla patria. È la solita solfa. La caccia all’untore che non s'inginocchia davanti alla sagoma del potere. Ma chi liquida quella reazione come un insulto al Tricolore non ha capito nulla di come funziona l’osservazione del reale. Non ha compreso la differenza sostanziale tra il rispetto per una comunità nazionale e la cooptazione coatta all'interno della cornice dello Stato.

Per un giornalista d'inchiesta che ha passato la vita sul campo, l’indipendenza non è un concetto astratto da sfoggiare nei salotti d'ateneo. È una postura fisica. Rifiutare d'inquadrarsi sotto una bandiera non significa sputare su ciò che quel simbolo rappresenta per la collettività, ma respingere la pretesa che il pensiero critico debba sempre chiedere licenza al potere costituito. La bandiera, quando viene trasformata in un fondale obbligatorio per l'informazione, smette di essere il simbolo della Costituzione e diventa il marchio di una liturgia di regime. Un feticcio d'ordinanza. La notizia non è la giornalista che si sposta ma è la pretesa del microfono di ingabbiarla dentro una campana di vetro istituzionale.

C’è un paradosso grottesco nel pretendere che la testimonianza d'osservazione sul campo si pieghi al decoro delle forme formali. L’antropologia dello sguardo ci insegna che il testimone non appartiene al paesaggio che racconta, ma se ne sta al margine, rasente ai muri, proprio per poter vedere chiaro. Imporre a chi fa informazione un fondale identitario, fosse pure il più sacro dei drappi nazionali, significa trasformare l’analisi in propaganda, la voce libera in un comunicato a reti unificate. È il vizio vecchio del potere, quello di addomesticare l'imprevisto, normalizzare la spinta critica collocandola comodamente sotto un ombrello di Stato.

Sgrena ha fatto semplicemente la scelta dell’onestà prospettica. Ha preteso che la sua parola valesse per ciò che conteneva, non per la cornice in cui veniva infilata. Ha preteso lo spazio vuoto, l'assenza di sovrastrutture, il rigore di un'inquadratura che restituisca l'autonomia di chi parla senza la copertura d'ufficio di alcun governo o istituzione. È la lezione del documentarismo più puro: togliere il superfluo, eliminare la retorica dell'allestimento scenico per far emergere il nocciolo crudo dei fatti.

La stampa locale ha preferito la via breve del dileggio d'impatto, la favoletta del sacrilegio a beneficio di clic. Ma la verità è un'altra ed è molto più semplice. Chi ha consumato le scarpe sulle strade del mondo sa bene che i simboli nazionali coprono spesso le colpe più feroci delle diplomazie e le ipocrisie dei governi. Sottrarsi a quell'inquadratura non è stato un gesto di disprezzo verso la comunità italiana, ma un atto di profondo rispetto per la funzione del giornalismo, che deve rimanere scomodo, asettico da ogni patronato e irriducibile a qualsiasi uniforme.

Resta così quell'asta di metallo con la sua stoffa ben stirata, rimasta per un attimo scoperta, nuda, senza nessuno a farle da comparsa. Un'immagine che dovrebbe far riflettere chi confonde ancora il rispetto delle regole con la servitù scenografica. Chissà se la prossima volta, prima di accendere i riflettori, qualcuno si ricorderà che l'informazione autentica non ha bisogno di indossare la livrea.

*documentarista