Sette milioni di elettori per il rinnovo della Knesset. La campagna elettorale arriva al termine di 36 mesi segnati da una contestazione durissima nei confronti di Benjamin Netanyahu
Tutti gli articoli di Italia Mondo
PHOTO
Israele torna alle urne con addosso il peso di tre anni che hanno cambiato il Paese. Alle 7 del mattino, le 6 in Italia, sono stati aperti ufficialmente gli oltre 12mila seggi nei quali gli elettori israeliani sono chiamati a prendere una delle decisioni politiche più attese degli ultimi decenni.
Sono le prime elezioni dopo il massacro del 7 ottobre, dopo tre anni di guerra combattuta su più fronti e mentre resta sullo sfondo il rischio di un nuovo conflitto con l'Iran. Nelle urne finiscono così il lutto e i traumi, i sopravvissuti e le famiglie degli ostaggi, ma anche il desiderio di tornare alla normalità e la preoccupazione per i soldati ancora impegnati a Gaza e in Libano. Una miscela di fatti e sentimenti che inevitabilmente attraverserà il voto.
La campagna elettorale arriva al termine di 36 mesi segnati da una contestazione durissima nei confronti di Benjamin Netanyahu. Il premier è stato attaccato dai media e, soprattutto, dai familiari degli ostaggi e delle vittime, che lo considerano "responsabile del più grande disastro dalla Shoah". Una frattura che si è manifestata nelle piazze, nella divisione della società e sui social network.
Mai, nella storia di Israele, il percorso verso le urne era apparso così esasperato. La propaganda ha raggiunto livelli tali da mettere in discussione persino la linea rossa condivisa: evitare una nuova escalation con Teheran prima delle elezioni. A riaccendere le tensioni è stata la rivelazione di Channel 12 su un presunto scontro tra Netanyahu e il capo dell'Idf Eyal Zamir. Al centro ci sarebbe un'istruzione del primo ministro per preparare una "guerra lampo" poco prima del 27 ottobre.
Eppure, al di là dei toni della campagna, l'elettorato sembra mantenere un approccio più pragmatico. Nemmeno l'endorsement senza precedenti arrivato a Netanyahu dal presidente degli Stati Uniti, ribadito da Donald Trump su Truth nelle prime ore di lunedì, sembra aver modificato in modo significativo il quadro delineato dai sondaggi.
La partita resta infatti apertissima, con un testa a testa tra Netanyahu e il suo principale sfidante, l'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot.
A Trump ha risposto con garbo il presidente israeliano Isaac Herzog, ricordando che sarà una sua prerogativa, dopo le consultazioni dell'11 novembre, decidere a chi affidare l'incarico di formare la nuova coalizione di governo.
Le ultime tensioni sono esplose proprio alla vigilia del voto, all'interno dello stesso fronte anti-Netanyahu. I leader dei partiti che compongono il Change Bloc hanno criticato duramente Eisenkot per aver parlato della "campagna del partito più grande", un'espressione che, secondo gli alleati, potrebbe indurre gli elettori a pensare che i voti dell'intero blocco confluiranno nella formazione che otterrà più consensi.
"Semplicemente non è vero", ha scritto su X il leader dell'opposizione Yair Lapid. Una posizione condivisa anche da Yair Golan, leader dei Democratici.
Sul piano demografico, secondo i dati dell'Israel Central Bureau of Statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele è ebreo, mentre gli arabi israeliani rappresentano il 18%. Il restante 5% è classificato nella categoria "altro".
In quest'ultima fascia rientrano anche i drusi del Golan. Per anni hanno scelto di boicottare le elezioni, ma questa volta il loro atteggiamento potrebbe cambiare. Dopo gli attacchi condotti dall'Idf in Siria per proteggere i drusi di Sweida, sono intenzionati a recarsi alle urne. E una parte di loro potrebbe votare anche per Netanyahu.
Gli arabi cittadini di Israele hanno pieno diritto di voto. Diversa è la situazione dei palestinesi residenti in Cisgiordania, che non possono partecipare alle elezioni israeliane, salvo il caso – raro – in cui possiedano la cittadinanza israeliana. A Gerusalemme Est possono invece votare soltanto i residenti che hanno acquisito la cittadinanza: erano circa il 5% nel 2022.
Alla base della scelta di molti palestinesi di non chiedere la cittadinanza israeliana c'è anche una fatwa delle autorità religiose palestinesi, emessa nel 2019 ma fondata su un orientamento esistente dal 1967. L'acquisizione della cittadinanza e la partecipazione al voto verrebbero infatti interpretate come un riconoscimento dello Stato di Israele.
Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita, coalizione formata da tre partiti arabi: Balad, Ta'al e Hadash. L'altra principale formazione araba è Ra'am, guidata dal medico e imam Mansour Abbas. Al numero due della lista c'è Yoav Segalovitz, ebreo ed ex alto commissario di polizia.
Le ultime rilevazioni, concluse venerdì, attribuiscono alla Lista Unita 9 seggi e a Ra'am 5. Numeri che potrebbero diventare decisivi nella formazione della maggioranza: a urne chiuse, infatti, i due partiti potrebbero offrire un sostegno esterno a Eisenkot.
Sul fronte della destra, il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso, che rappresenta i coloni più oltranzisti, si è alleato con la piccola formazione di destra estrema Zehut Yehudit. I sondaggi gli attribuiscono 6 seggi.
Shas, il partito degli ultraortodossi sefarditi guidato dal rabbino Arieh Deri e storico alleato di Netanyahu, sarebbe invece accreditato di 8 seggi. L'altra formazione religiosa, Yahadut Hatorà, l'"Ebraismo della Torà" degli ashkenaziti, manterrebbe i suoi 7 seggi, ma sul futuro dell'alleanza resta ancora incertezza.
Otzmà Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir, raccoglierebbe invece 8 seggi secondo i sondaggi. Le provocazioni e le posizioni del suo leader, però, gli hanno progressivamente alienato le simpatie degli americani. E Netanyahu, nella fase decisiva della campagna, sembra intenzionato a mantenere con lui una certa distanza.
Il voto arriva dunque al termine di una campagna nella quale sicurezza, guerra, ostaggi, identità nazionale e futuro politico del Paese si sono sovrapposti. Il vero risultato, oltre alla conta dei seggi, sarà capire se gli israeliani sceglieranno ancora Netanyahu o se il Paese è pronto ad affidarsi a Eisenkot e a un nuovo equilibrio parlamentare.

