L’editore era pronto a riconsegnare la storica testata alla sua «casa naturale», ma voleva restare con una partecipazione di minoranza. Il Nazareno pretendeva invece il controllo totale. Poi il rilancio di agosto, l’offerta superiore al prezzo d’asta e il progetto di far rinascere il giornale entro settembre
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Il direttore Piero Sansonetti durante la presentazione della nuova edizione de l’Unità nella redazione a Roma, 15 maggio 2023. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
L’Unità è morta un’altra volta o, più precisamente, è stata nuovamente sospesa, perché con il quotidiano fondato da Antonio Gramsci la parola «fine» si è già dimostrata pericolosa da pronunciare. Il 7 luglio Alfredo Romeo ha fermato le pubblicazioni del giornale diretto da Piero Sansonetti e ha indicato con estrema chiarezza la ragione che aveva fatto precipitare la situazione: la trattativa con il Partito Democratico non era arrivata all’accordo che avrebbe dovuto riportare la storica testata nella disponibilità della sua area politica d’origine.
Dietro quella comunicazione, tuttavia, c’era molto più di un semplice affare saltato. C’erano mesi di negoziati, il futuro di una testata centenaria, le perdite accumulate dall’editore, una valutazione economica sorprendentemente contenuta rispetto al valore simbolico del marchio e soprattutto una condizione sulla quale Romeo e il Pd non sono riusciti a incontrarsi: chi avrebbe posseduto davvero l’Unità dopo il suo ritorno a casa.
Alfredo Romeo aveva comprato l’Unità all’asta per 910mila euro
Romeo aveva rilevato la testata dopo il fallimento della precedente società editrice, aggiudicandosela all’asta per circa 910mila euro. Il quotidiano era così tornato nelle edicole il 16 maggio 2023, con Piero Sansonetti alla direzione e con un progetto che, nelle intenzioni dichiarate successivamente dall’editore, non avrebbe dovuto rappresentare il punto d’arrivo della storia.
Romeo ha infatti spiegato che l’operazione aveva fin dall’inizio un duplice obiettivo: rimettere in ordine i conti e custodire il giornale fino al momento in cui fosse stato possibile riportarlo nella disponibilità di quella che ha definito la sua «casa naturale», il Partito Democratico. Il primo obiettivo si è però scontrato con perdite che hanno continuato ad accumularsi, mentre sul secondo, quando nel 2026 si è arrivati concretamente a discutere la cessione, è emersa una distanza che alla fine si è rivelata decisiva. Continua a leggere su LaCapitalenews.it

