Martedì 3 novembre l'America vota. Si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Ma la scheda, in realtà, porta un solo nome: Donald Trump. I repubblicani oggi controllano entrambi i rami del Congresso, con una maggioranza risicatissima alla Camera (218 su 435) e 53 senatori. Il presidente ci arriva con un tasso di approvazione crollato al 31%: nella storia moderna, solo Harry Truman era messo peggio alla vigilia di un midterm.

Il paradosso è tutto qui. L'uomo che si era presentato come il presidente della pace ha cominciato due guerre in due mesi. L'uomo che aveva promesso prezzi più bassi ha portato la benzina sopra i 4 dollari al gallone. E l'uomo che dice di difendere l'Occidente ha passato due anni ad attaccare l’Europa e l’ ONU.

Le guerre: Caracas e Teheran

Il 2026 si è aperto con un blitz da film. Nella notte del 3 gennaio le forze speciali americane hanno colpito Caracas, catturato Nicolás Maduro e sua moglie e li hanno portati a New York con l'accusa di narcoterrorismo. Senza alcuna autorizzazione del Congresso. Poi l'annuncio, da Mar-a-Lago: gli Stati Uniti avrebbero «governato» il Venezuela fino alla transizione, aprendo le sue immense riserve alle compagnie petrolifere americane.

Nemmeno due mesi dopo, il 28 febbraio, è arrivata la guerra vera: i raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. La Guida suprema Ali Khamenei è morta, al suo posto è salito il figlio Mojtaba, e Teheran ha risposto con l'arma più temuta: la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui prima del conflitto passava circa un quinto del petrolio mondiale. Una tregua ad aprile, poi di nuovo bombe a luglio, poi trattative a singhiozzo.

Trump aveva promesso una guerra di «settimane». A settembre si era già al settimo mese. Lui l'ha liquidata come «small potatoes», roba da poco. Ad aprile ha minacciato di cancellare «un'intera civiltà», e decine di deputati democratici hanno chiesto l'impeachment. Dal palco dell'ONU, a settembre, si è chiesto pubblicamente se «annientare» la Repubblica islamica o offrirle un accordo. Poi ha fatto la previsione più rivelatrice di tutte: la guerra, ha detto, finirà «subito dopo le elezioni».

Il petrolio e il conto per gli americani

Il prezzo lo pagano gli automobilisti, le aziende di trasporto, le compagnie aeree. A settembre il Brent ha superato di nuovo i 100 dollari al barile. Il gallone di benzina è arrivato a 4,22 dollari, oltre un dollaro più dell'anno prima; il diesel ha toccato il record storico di 5,94. Le compagnie aeree hanno tagliato voli e alzato le tariffe. Washington ha svuotato la riserva strategica, scesa sotto i 300 milioni di barili.

La risposta della Casa Bianca? Promesse. «Il petrolio crollerà come un sasso appena finiamo la guerra». E, per il voto, un assegno da 5.000 dollari a ogni americano in caso di vittoria repubblicana: una misura senza copertura, che per diventare realtà dovrebbe passare proprio da quel Congresso che rischia di perdere.

I dazi bocciati dalla Corte Suprema

Sul commercio la sconfitta è arrivata dal più alto tribunale del Paese. Il 20 febbraio la Corte Suprema, con un 6 a 3 e una maggioranza conservatrice che Trump stesso ha contribuito a creare, ha stabilito che il presidente non aveva il potere di imporre i dazi globali usando la legge sulle emergenze economiche. La reazione è stata furiosa: Trump ha definito «vergognosi» alcuni giudici, li ha definiti una «disgrazia» e «sleali verso la Costituzione». Poi ha aggirato la sentenza con un nuovo dazio del 10% su tutto, minacciando di salire al 15%, e ha lasciato intendere che i rimborsi alle imprese non arriveranno.

ONU ed Europa: il nemico è l'alleato

Con le istituzioni internazionali il tono è stato sempre lo stesso: disprezzo. All'Assemblea generale del 2025 aveva detto ai leader europei che i loro Paesi stavano «andando all'inferno» per colpa dell'immigrazione, aveva definito il cambiamento climatico «la più grande truffa» della storia e si era lamentato di aver ricevuto dall'ONU solo «una scala mobile difettosa e un gobbo rotto». Quest'anno, davanti all'Assemblea, ha attaccato la CNN in sala («non dovreste essere qui») dopo averla bandita dalla Casa Bianca; la delegazione cubana e gran parte di quella iraniana sono uscite durante il discorso.

Ma il bersaglio preferito è stato l'Europa. Quando Spagna, Francia e Italia hanno limitato il proprio spazio aereo agli aerei impegnati contro l'Iran, Trump ha chiamato la NATO una «tigre di carta» e ha detto agli alleati che non lo avevano aiutato di andarsi a prendere il petrolio a Hormuz da soli. Li ha definiti «codardi». La Casa Bianca ha messo per iscritto che l'Alleanza era stata «messa alla prova e ha fallito», mentre si discuteva apertamente dell'uscita degli Stati Uniti. Al vertice di Ankara, a luglio, l'affondo finale: Italia, Germania, Francia e Regno Unito «ci hanno voltato le spalle», e Washington «potrebbe ritirare tutti i soldati dall'Europa». In mezzo, le pressioni sulla Groenlandia, chiuse solo a settembre con un patto di sicurezza firmato con Danimarca e Nuuk.

I guai giudiziari

Sul fronte giudiziario, la Casa Bianca è stata uno scudo. I due processi federali, sull'assalto al Congresso e sui documenti riservati, sono stati archiviati dopo la vittoria del 2024, in base alla regola che un presidente in carica non si processa. Ma la macchia resta: Trump è il primo presidente americano condannato per reati penali, 34 capi d'accusa per falso in bilancio legati ai soldi pagati alla pornostar Stormy Daniels. L'appello è ancora davanti ai giudici di New York. Restano aperti i ricorsi sulla maxi-condanna civile per frode e sulle cause perse con la scrittrice E. Jean Carroll. E i critici lo accusano apertamente di voler manipolare il voto di martedì, dopo che ha tornato a parlare di elezioni del 2020 truccate.

Cosa succede se perde il Congresso

I sondaggi dicono che alla Camera la riconquista democratica è probabile, mentre il Senato resta in bilico: ai repubblicani basta un 50 a 50, grazie al voto decisivo del vicepresidente. Dei 62 candidati repubblicani in sfide incerte, 41 hanno già preso le distanze dal presidente. Lo sa anche lui. A gennaio, davanti ai suoi deputati, è stato brutale: «Se non vinciamo il midterm, troveranno un motivo per mettermi sotto impeachment».

Ecco gli scenari, se martedì sera la Camera passa ai democratici:

  • Il diluvio di citazioni. Con la maggioranza arrivano le presidenze delle commissioni e il potere di citare chiunque. In cima alla lista ci sono Stephen Miller, l'ex ministra della Sicurezza interna Kristi Noem e Corey Lewandowski. Poi le aziende e i fondi legati agli affari della famiglia Trump.
  • L'impeachment, il terzo. I leader democratici frenano: preferiscono «fermare e rovesciare l'agenda di Trump» piuttosto che un processo che al Senato non passerebbe mai. Per rimuovere un presidente servono 67 senatori su 100. Ma la pressione della base sarà enorme, e un terzo impeachment, anche solo simbolico, sarebbe un primato storico.
  • La guerra all'Iran sotto esame. Una Camera ostile può votare risoluzioni sui poteri di guerra, tagliare i fondi, costringere il Pentagono a rendere conto di un conflitto che il Congresso non ha mai autorizzato.
  • Dazi e soldi bloccati. Dopo la sentenza della Corte Suprema, la leva sui dazi passa sempre più dal Congresso. E senza la Camera, niente assegni da 5.000 dollari, niente nuovi tagli fiscali, e il rischio concreto di paralisi sul bilancio e di shutdown.
  • Se cade anche il Senato. Sarebbe il colpo più duro: nomine, giudici e ambasciatori sotto il controllo democratico, trattati bloccati. Trump diventerebbe un'«anatra zoppa» con due anni di mandato davanti, costretto a governare a colpi di decreti esecutivi e a scontrarsi con giudici e Congresso su ogni passo.

Il rischio, per l'America e per il mondo, è uno scontro istituzionale senza precedenti: un presidente che ha già dato dei «traditori» ai giudici della Corte Suprema difficilmente accetterà in silenzio le citazioni di una Camera nemica.

L'altra faccia

I suoi elettori la vedono in un altro modo. Per loro Trump ha fatto ciò che nessuno aveva osato: ha tolto di mezzo Maduro (una caduta che perfino Macron ha salutato come una liberazione per i venezuelani), ha impedito all'Iran di avere la bomba e ha costretto gli europei a smettere di vivere sotto l'ombrello americano senza pagarne il conto. Lui ripete che i sondaggi mentono e promette «sorprese». Nel 2016 e nel 2024 aveva ragione lui.

Martedì si saprà se l'America è ancora disposta a credergli.

Intanto, mercoledì alle ore 21:30 LaC in una puntata speciale di i giorni della storia, analizza il voto americano, le conseguenze sul mondo, le prospettive della presidenza Trump. In studio analisti politici ed esperti, collegamenti internazionali anche con gli Stati Uniti.