Per affrontare il gelo delle Olimpiadi di Milano-Cortina, agli agenti della Polizia di Stato è stato suggerito, nei fatti, di arrangiarsi. Portarsi una copertina, stringere i denti, adattarsi. Perché la dotazione consegnata a circa mille poliziotti destinati ai servizi di sicurezza dei Giochi invernali ha il sapore amaro dell’improvvisazione e dell’irrispetto. Una calzamaglia, due paia di calze in filo di Scozia, un berretto in pile, un paio di anfibi non adatti alla montagna, un sottogiubbotto e uno scaldacollo. Tutto qui. Nulla che possa essere definito equipaggiamento idoneo a operare per ore su neve, ghiaccio, superfici impervie e temperature rigide, spesso ben al di sotto dello zero.

La protesta è esplosa all’indomani della distribuzione dei materiali e ha subito assunto un carattere ufficiale. I sindacati di polizia, dal Siulp – il più rappresentativo – al Coisp, hanno scritto una lettera formale indirizzata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al capo della Polizia Vittorio Pisani. Il tono è netto, il contenuto ancora di più. È “offensivo”, scrivono, che uomini e donne chiamati a garantire la sicurezza di un evento internazionale vengano messi nelle condizioni di lavorare senza un abbigliamento adeguato, esposti al freddo e al rischio fisico, come se la loro presenza fosse un dettaglio secondario.

La rabbia cresce anche per il confronto interno alle forze dell’ordine. Nella lettera i sindacati sottolineano come, a differenza dei poliziotti, i carabinieri vantino invece una dotazione adeguata alle condizioni ambientali in cui si svolgeranno i servizi. Un’asimmetria che brucia e che alimenta il senso di essere considerati personale di serie B, proprio mentre si chiede uno sforzo straordinario in termini di presenza, flessibilità e carichi di lavoro.

Il caso riaccende i riflettori sull’organizzazione complessiva delle Olimpiadi di Milano-Cortina, un evento che dovrebbe rappresentare l’eccellenza del Paese e che invece, ancora una volta, mostra crepe evidenti nella gestione pratica. Perché non si parla di dettagli estetici o di comfort superfluo, ma di sicurezza, salute e dignità professionale. Lavorare per ore in montagna, spesso fermi ai varchi o lungo i percorsi, senza scarponi idonei, senza giacche tecniche, senza protezioni adeguate dal freddo, non è solo scomodo: è potenzialmente pericoloso.

I sindacati denunciano una pianificazione che sembra non aver tenuto conto delle condizioni reali in cui gli agenti saranno chiamati a operare. Le Olimpiadi invernali non sono una manifestazione cittadina, ma un contesto complesso, distribuito tra aree urbane e località alpine, con climi e terreni che richiedono equipaggiamenti specifici. Ignorarlo significa scaricare il problema sui singoli, costretti a integrare di tasca propria ciò che l’amministrazione non ha fornito.

Nelle ore successive alla lettera, tra gli agenti coinvolti cresce il malcontento. Non tanto per la fatica, messa in conto da chi sceglie questo lavoro, quanto per la sensazione di essere mandati allo sbaraglio mentre l’immagine del Paese viene lucidata per l’estero. Le Olimpiadi dovrebbero essere una vetrina di efficienza, non il palcoscenico di un nuovo caso imbarazzante.

Ora la palla passa al Viminale e al Dipartimento della Pubblica Sicurezza. I sindacati chiedono risposte rapide e concrete, non rassicurazioni di rito. Perché il messaggio che arriva dal campo è chiaro: non si può pretendere professionalità, sacrificio e presenza costante senza garantire le condizioni minime per lavorare. Altrimenti, più che Giochi invernali, Milano-Cortina rischia di diventare l’ennesima prova di resistenza scaricata sulle spalle di chi dovrebbe essere tutelato per primo.