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di Serena Laterza
6 agosto 2022
06:30

La storia di Africo Antico: il destino funesto del paese fantasma nell’Aspromonte

Del suggestivo borgo grecanico rimangono solo malinconiche testimonianze. Il piccolo centro risulta tuttavia una delle mete preferite da appassionati di trekking e da escursionisti

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Mura diroccate di antiche case in pietra, rovine avvolte dalla vegetazione: Africo Antico è un piccolo borgo grecanico nel cuore dell’Aspromonte, di cui oggi rimangono solo malinconiche testimonianze. Il paese, un tempo dimora di un popolo genuino e contadino, fu abbandonato dopo le alluvioni del 1951 e del 1953, ma la zona era già stata vittima di due terribili terremoti (nel 1905 e nel 1908). Questi eventi decretarono definitivamente l’emigrazione della popolazione verso la costa, dove fu costruito il nuovo e attuale centro abitato. Oggi ne rimane un desolante, quanto suggestivo, scenario di ruderi attorno al monastero di San Leo, dove l’immaginazione rimanda ai suoi abitanti e a quelle che una volta erano giornate scandite dal lavoro della terra e dall’allevamento di bestiame. Un paese fantasma, così ribattezzato, dove il tempo si è fermato e la natura oggi fa da padrona.

Le origini del borgo e il decadimento nel Novecento

Nonostante la sorte funesta dell’antico borgo, secondo alcune fonti, il nome Africo deriverebbe dal greco “apricos” o dal latino “apricus”, ovvero “luminoso, esposto al sole”, probabilmente per la particolare posizione baciata dal sole a 700 metri di altitudine, ma sfortunatamente predisposta a calamità naturali. La collocazione impervia pare fosse ad opera di insediamenti magnogreci, sebbene alcuni reperti archeologici sono di epoca bizantina. Si pensa che nel X secolo vi giunsero i monaci basiliani e che, tra i secoli XI e XII, San Leo, patrono del paese, vi si insediò per studiare presso il convento della SS. Annunziata.


Le prime fonti certe risalgono, comunque, al 1172, a una citazione della festa del santo, e al 1571, quando Gabriele Barrio scrisse che ad Africo i riti sacri erano celebrati in greco e che la popolazione adoperava il greco e il latino. Nel corso dei secoli, il paese fu associato al Casale di Bova e, dopo la fine del feudalesimo, divenne comune autonomo, vedendosi assegnata anche la frazione di Casalnuovo. Nel 1783 vi fu un terribile terremoto che causò morti e disastri, segnando la sorte nefasta a cui era destinato il paese. In un’inchiesta di inizi del novecento, Umberto Zanotti riportava le condizioni sociali e igieniche disastrose in cui viveva il paese dopo i terremoti del 1905 e 1908.

Vent’anni dopo, il giornalista Tommaso Besozzi pubblicò un reportage – che faceva parte di un’ampia inchiesta sulle condizioni del Mezzogiorno – sul settimanale “L’Europeo”, mostrando che la situazione del paese non era cambiata. Entrambi i due centri, Africo e Casalnuovo, furono poi devastati dalle alluvioni che ne decretarono la morte, fino alla decisione definitiva del governo di ricostruire il paese sulla costa a oltre 18 km di distanza, fra rammarico e divergenze.

Cosa vedere oggi ad Africo Antico

Una mulattiera impervia, percorribile da un certo punto in poi solo a piedi, conduce oggi ai ruderi di Africo Antico, rendendo l’idea di isolamento e pericolo a cui era soggetto il borgo. Qui il silenzio circola fra i resti delle case avvolte dalla folta vegetazione, creando un’atmosfera di rievocazione storica, di abbandono e di voci interrotte. Ancora ben riconoscibile è la scuola elementare dedicata a  Zanotti Bianco, patriota, ambientalista e politico, che celebrò Africo nei suoi racconti, e quel che resta del Municipio.

Non poco distante, la chiesa di San Salvatore, con suo il campanile e la campana in bronzo, e il cimitero, dove i defunti sono rimasti sepolti sino al 1999, poi trasferiti al cimitero della Africo nuova. Più in là, la chiesa di San Leo, dove ancora a maggio di ogni anno, dal 1972, tornano i festeggiamenti del patrono con una processione dal paese nuovo a quello antico.

Nel romanzo La Teda, Saverio Strati, che in giovinezza lavorò ad Africo Antico come muratore, scrive: «C’erano tanti ragazzi che giocavano per le strade e le porte delle case erano aperte […] e le donne, sedute sugli scalini, parlavano tra loro», racconta. «Il paese era in pendio e di sotto c’era la fiumara […] e nello schienale c’erano delle rocce, che pareva che dovessero rotolare da un momento all’altro». Poi narrando della notte dell’alluvione: «L’acqua continuava a cadere fitta, ostinata, e faceva una musica strana sulle tegole. Nel fondo della notte udì un gran fracasso. Era caduta certo qualche casa di terra e pietra […] Anche noi corremmo alla chiesa, che era già piena di grida e pianti, e che era quasi buia». Al mattino, conclude Strati, il paese era ormai quasi distrutto.

Un patrimonio storico da salvaguardare

Nonostante la lontananza e il percorso ripido, Africo Antico è oggi un luogo molto amato da appassionati di trekking e da escursionisti, anche grazie a gite organizzate, come quelle del Gea-Gruppo escursionisti d’Aspromonte, con il loro progetto Sentiero del Brigante. Ma questo interesse non basterà a salvaguardare e tenere in vita un cumulo di case sempre più in deterioramento.

Africo Antico, come tanti altri centri abbandonati del nostro entroterra, rappresenta un importante patrimonio storico e archeologico da recuperare e valorizzare. Un luogo dove la storia e la memoria dei nostri antenati merita di rimanere viva nel tempo, affinché le future generazioni possano conoscere e apprezzare il ricordo della Calabria antica.

 

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